GWEN COOPER.
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OMERO, GATTO NERO.
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TITOLO ORIGINALE: Homer's Odyssey.
Traduzione di: Giulia Balducci.
2010. Sperling & Kupfer Editori.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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Una volta ogni nove vite pu succedere qualcosa di straordinario... L'ultima cosa che vuole Gwen Cooper  un altro gatto, visto che ne ha gi due. Per non parlare del suo lavoro pi che precario e del fidanzato che l'ha lasciata col cuore a pezzi. Ma un giorno il veterinario la chiama per raccontarle la storia di un micino di due settimane cieco e abbandonato.  amore a prima vista. Tutti quanti la mettono in guardia sul fatto che Omero non le pu dare le stesse soddisfazioni degli altri gatti, perch sar senz'altro meno giocherellone e indipendente. Ma il micio, in cui nessuno crede, diventa ben presto una forza della natura, un minuscolo scavezzacollo dal cuore grande e dall'entusiasmo contagioso, capace di conquistare l'amicizia di tutti gli esseri umani che incrociano il suo cammino. Omero scala agilmente librerie alte due metri e spicca salti incredibili per acchiappare al volo le mosche. Sopravvive per giorni intrappolato in un appartamento vicino alle Torri Gemelle dopo l'11 settembre, e salva addirittura la vita alla sua padrona, spaventando un intruso penetrato in casa durante la notte. Ma  soprattutto grazie alla sua incrollabile fedelt, all'infinita capacit di amare e all'inesauribile gioia di vivere che trasforma giorno dopo giorno l'esistenza di Gwen, insegnandole che cosa significa affrontare gli ostacoli con ottimismo e aprire il proprio cuore agli altri. 
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L'AUTRICE.
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Gwen Cooper (24 ottobre 1971, Miami, Florida, Stati Uniti)  una scrittrice americana di New York e autrice del libro di memorie bestseller del 2009 del New York Times Homer's Odyssey. 
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OMERO, GATTO NERO.
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AVVERTENZA.
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Le vicende narrate in questo libro sono realmente accadute, ma alcuni nomi e dettagli identificativi sono stati cambiati per proteggere la privacy delle persone.
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A Laurence, sempre.
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Gli stranieri, vedete, ed i mendichi, vengon da Giove tutti, e non v'ha dono picciolo s, che lor non torni caro.
OMERO, Odissea.
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Prefazione.
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QUANDO vidi il gattino per la prima volta non era altro che un minuscolo batuffolo di lanugine nera. A un primo sguardo un micetto qualunque, fino a che non sollev il muso per emettere un miagolio di straordinaria potenza per una creaturina lunga soltanto dieci centimetri dalla punta delle orecchie alla coda.
Per quanto fosse piccino, si volt al suono della mia voce. Fu allora che vidi i suoi occhi. Quell'orfanello di due settimane era evidentemente affetto da una grave infezione che di certo gli sarebbe costata la vista, se non la vita.
La coppia che lo aveva trovato, piena di buone intenzioni, mi preg di sopprimerlo. Nonostante le loro suppliche, lo sottoposi a un approfondito esame, mentre il micino si dimenava, miagolando vigorosamente sul tavolo di acciaio dell'ambulatorio. Alla fine annunciai che sembrava in perfetta salute, fatta eccezione per il problema agli occhi. Sarebbero stati disposti ad adottarlo se fossi riuscita a curare l'infezione?
Per una lunga lista di ragioni, la coppia disse che non era in grado di dare una casa a una bestiola tanto piccola. Lavoravano. Avevano un cane. Non potevano permetterselo. E poi, quante probabilit aveva di riacquistare la vista?
Oh... nessuna. Nemmeno una. Spiegai loro che intendevo rimuovere chirurgicamente gli occhi al fine di salvargli la vita.
Sono pi che certa che quello fu il momento in cui li persi. Scossero la testa sgomenti e decisero di affidarlo alle mie cure. Con tutta probabilit i suoi strazianti miagolii accelerarono la loro decisione di abbandonarlo, poich sembravano convinti che soffrisse pene indicibili.
In seguito alla formale rinuncia dei padroni, il gattino pass sotto la mia responsabilit, e forse fu meglio cos. Nutrivo ancora dei dubbi, ma questi svanirono presto quando scoprii la fonte del suo pi immediato sconforto: la fame. Una ciotolina di pappa ammorbidita con un po' di latte plac il suo pianto. Nel giro di pochi minuti sprofond in un sonno pacifico, confermando la mia decisione di intervenire sui suoi occhi, nonostante la cecit che ne sarebbe conseguita.
Dopotutto, pensai, quel gattino non aveva mai beneficiato della vista. A differenza dei cuccioli d'uomo, i gatti non aprono gli occhi prima di una decina di giorni dalla nascita e la prolungata infezione, in quel micetto di due settimane, aveva quasi certamente impedito lo sviluppo della vista. Una volta operato, sarebbe rimasto cieco ma non avrebbe mai sentito la mancanza di quel senso prezioso. Come molti animali, infatti, i gattini sono in grado di ridirezionare le proprie facolt neurologiche al fine della sopravvivenza attraverso un processo definito "adattamento ambientale individuale"... Il parolone maschera in realt il mio rifiuto di sopprimerlo. Come potevo venire meno al mio dovere di alleviare le sofferenze, se potevo far s che una piccola esistenza valesse la pena di essere vissuta?
Chiedete a qualunque giovane veterinario idealista e con tutta probabilit vi confesser il medesimo peccato che commisi io il giorno in cui incontrai quel batuffolino nero. Se l'animale  malato ma guaribile, e persino remotamente adottabile, allora  scritto, ci diciamo. Una bestiola sfortunata riesce sempre a toccare le corde del nostro cuore con straordinarie capacit di sopravvivenza e un irresistibile potenziale da "brutto anatroccolo".
Sapevo che non avrei mai potuto tenere un gattino cieco in casa mia, avendo un bambino piccolo e un grosso cane. Eppure ero certa di non poter lasciare morire un esserino per il resto forte e sano. Di certo, qualcuno nel mio giro di parenti e amici lo trover irresistibile quanto me, ragionai. Avrebbe avuto una casa se io fossi riuscita a individuare una persona con la giusta miscela di eccentricit ed empatia per accollarsi un caso "delicato".
Seguirono due settimane di rifiuti continui. Contattai la mia famiglia, una schiera di amanti degli animali che coscienziosamente diffuse la notizia del gattino cieco in cerca di genitori amorevoli. Misi degli annunci e rintracciai ex compagni della facolt di veterinaria con un debole per i casi disperati. Ma non riuscii a trovare neppure un potenziale volontario.
Avevo ormai esaurito tutta la mia capacit di razionalizzare e anche il senso di colpa. Il cucciolo era tornato prepotentemente alla vita dopo l'intervento e sia io sia i miei assistenti ce ne innamorammo. C'erano giorni in cui non riuscivo neppure a sopportare il pensiero di separarmi da lui.
Come potevo non perdere la testa per quell'esserino nero e arruffato, con le minuscole orbite vuote e un'insaziabile ingordigia per il cibo, le coccole, i grattini e il gioco? Proprio cos, nel gioco era forsennato come qualunque altro cucciolo, nonostante la cecit. Insomma, era assolutamente adorabile... da tutti i punti di vista fatta eccezione per la cosa cui gli umani sembravano dare maggiore importanza: l'aspetto esteriore.
Alla fine, la giovane proprietaria di due gatti miei pazienti promise che sarebbe venuta a dargli un'occhiata. Quando finalmente porsi la piccola palla di pelo a quella potenziale padrona, provai una fitta di trepidazione. Lo avrebbe guardato con disgusto come avevano fatto tutti gli altri? Avrebbe esitato dicendosi incapace di prendersi cura di una creaturina tanto strana e malata?
E invece inizi a sussurrargli dolci paroline e lo strinse a s. Lui cominci a fare le fusa. Con mia sorpresa e grande sollievo, la donna si guadagn la mia eterna gratitudine quando disse: "Lo porto a casa con me".
Omero (cos l'ha poi chiamato, in onore del grande poeta cieco dell'antichit) fu il primo caso "senza speranza" della mia allora breve carriera. Ne affrontai altri in seguito, ma l'esperienza con lui fu determinante nel lastricare la strada per tutti quelli che sarebbero seguiti.
"L'odissea" di Omero avr senza dubbio differenti significati a seconda delle persone che la leggeranno. Ma per me rimarr sempre un vivido promemoria di quanto la medicina veterinaria sia in grado di fare quando  intrisa dell'idealismo della giovinezza. Mi ricorder sempre che non esiste traguardo che il rapporto fra un veterinario, un padrone amorevole e un cucciolo combattivo non possa raggiungere.
La storia di Omero  un monito per tutti.
PATRICIA KHULY, medico veterinario
www.dolittler.com
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Prologo. Il gatto che sopravvisse.
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Narrami, o Musa, dell'eroe multiforme che tanto vag...
OMERO, Odissea.
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QUANDO rientro a casa dal lavoro la routine  sempre la stessa.
Per un paio di orecchie acute il ding! dell'ascensore  il primo indizio che la mia apparizione  imminente, e quando infilo la chiave nella toppa sento una lieve pressione di zampe dall'altra parte della porta. Mi sono accorta di avere la tendenza ad aprire qualunque porta, persino quelle delle case altrui, con la cautela necessaria a evitare che qualche canaglia pelosa ne possa sgattaiolare fuori.  solo questione di qualche secondo e quelle zampette, invece di procedere a tastoni sul pavimento, si sono gi fatte strada fino alle mie gambe e un caparbio gattino nero si sta arrampicando sul mio corpo come fosse il tronco di un albero.
Per evitare danni agli abiti e alla pelle sottostante - le unghie sono piccine ma molto efficaci - mi abbasso con un allegro "Ciao Omero gatto nero!" (Un nomignolo che gli ho dato quando era cucciolo per via del suo folto pelo corvino.) Lui prende il saluto come un invito a saltarmi sulle ginocchia, mi appoggia le zampe anteriori sulle spalle e strofina il naso contro il mio, in una sinfonia di rumorosissime fusa e brevi miao singhiozzanti che mi ricordano i guaiti di un cagnolino. "Ehi, piccolino", gli dico grattandolo dietro le orecchie, cosa che lo manda in brodo di giuggiole, e lui, non contento del nostro naso contro naso, mi preme tutto il muso contro la fronte, facendolo scivolare su e gi lungo la guancia.
Rimanere accovacciata con i tacchi che solitamente indosso (sono alta poco pi di un metro e cinquanta ma mi rifiuto di vivere una vita da "tappetta") non  il massimo della comodit, cos prendo Omero e lo rimetto sul pavimento, mi alzo e finalmente entro nell'appartamento dove vivo con mio marito Laurence. Ripongo subito chiavi, cappotto e borsa. Quando si vive con tre gatti si impara presto che il modo migliore per evitare di riempire di pelo i vestiti  tuffarsi negli abiti da casa non appena varcata la soglia.
Un'ombra soffice mi segue, saltando sopra qualunque mobile trovi lungo il percorso. Omero  in grado di balzare con sicurezza dal pavimento a una sedia, da una sedia al tavolo della sala da pranzo e poi di nuovo sul pavimento, rapido come una scheggia. Se vado dal soggiorno al corridoio, lui si tuffa sopra un tavolino, poi si lancia sulla terza mensola della libreria e rimane l per un precario istante finch non sono passata. E via di nuovo per terra, sfrecciandomi davanti. Di tanto in tanto, preso dall'entusiasmo, finisce per scontrarsi con una delle altre nostre due gatte, finch non raggiunge la soglia della camera da letto. Fermandosi esattamente nello stesso punto ogni volta, resta immobile per una frazione di secondo, poi attraversa la porta e in un attimo  sul letto, dove sa che mi sieder per togliermi le scarpe. Allora mi si acciambella in braccio per un altro round di fusa e coccole.
Questa routine si ripete, identica, giorno dopo giorno. Ci che cambia  l'attento esame cui sottopongo l'appartamento una volta che mi sono cambiata d'abito. Omero  una creatura dai molteplici passatempi ed  difficile sapere da una settimana all'altra a quali progetti ha deciso di dedicarsi.
Per un po' sembrava che volesse stabilire il record mondiale di oggetti buttati gi dal tavolino del salotto. Laurence e io siamo entrambi scrittori, per questo viviamo nel marasma tipico dei creativi: penne, taccuini e pezzetti di carta sui quali abbiamo annotato appunti, il tutto mescolato fra riviste, libri, biglietti usati, occhiali da sole, caramelle, telecomandi e menu di piatti da asporto. Un giorno tornammo a casa e trovammo il tavolino completamente sgombro, mentre tutto quello che doveva esserci sopra era sparso sul pavimento, trasformato in una tela alla Jackson Pollock. Rimettemmo gli oggetti al loro posto (non senza una bella dose di imbarazzato repulisti), ma lo schema si ripet per svariate settimane. Non fummo certi dell'identit del nostro fantomatico maggiordomo fino alla sera in cui rientrai e colsi Omero sul fatto, fremente di orgoglio per la prodezza appena compiuta e ben lungi dal provare rimorso.
"Forse  il suo modo di protestare contro il caos", suggerii a Laurence. "Per lui deve essere disorientante trovare gli oggetti disposti in maniera sempre diversa quando salta sul tavolino."
Mio marito non  incline come me a indagare sulle motivazioni nascoste dei nostri gatti. "Io penso che a questo birbante piaccia semplicemente buttare gi le cose", rispose.
Abbiamo anche imparato a tenere ben chiuse le ante degli armadi. A quanto pare per un gattino  pi semplice di quanto sembri farsi strada lungo un paio di jeans (il denim  una stoffa resistente che ben si presta alle arrampicate), per poi spingersi sulla mensola dove sono riposte scatole di vecchie foto, souvenir di viaggio e regali ancora da scartare (che producono un delizioso crepitio quando vengono calpestati), e pile di morbidi maglioni fungono da comode cucce. Nei bidoni della spazzatura, non importa quanto siano alti, si salta dentro e li si fa cadere di lato. Anche un tiragraffi pu essere completamente devastato con la giusta perseveranza. Le librerie si scalano per poi buttare gi i volumi dalle mensole pi alte. Lo stesso vale per le torri di dischi, CD e DVD, che si trasformano in un parco giochi.
Con la giusta dose di immaginazione, non  difficile ipotizzare che i piccoli disastri che quel gattino  in grado di escogitare nell'arco di un giorno sono infiniti. Omero, in realt, mi ha dato una preziosa lezione di vita:  importante trovare dei progetti validi con i quali occupare il proprio tempo.
Di recente ha imparato a usare il bagno. Perch, a dodici anni, abbia d'improvviso scelto di aggiungere questo numero al suo repertorio, non saprei proprio dirlo. Ho sentito di gatti addestrati dai padroni a usare il gabinetto al posto della lettiera, ma non ho mai saputo di un gatto che decide spontaneamente di fare propria una simile pratica.
La prima volta mi resi conto della prodezza per caso. Una mattina mi svegliai presto e barcollai verso il bagno. Accendendo la luce, scoprii che era... gi occupato: Omero era in equilibrio sul bordo del wc.
"Oh, scusa", dissi senza pensare, ancora mezzo addormentata. Fu solo dopo aver chiuso la porta alle mie spalle che mi dissi: Aspetta un momento!
"Il nostro gatto  un genio!" comunicai strabiliata a Laurence pi tardi quello stesso giorno.
"Sar un genio quando imparer a tirare lo sciacquone", mi rispose lui.
 vero: l'arte dello sciacquone  ancora fuori della sua portata. Perci controllare i gabinetti  un'altra voce che ho aggiunto alla lista mentale di cose da spuntare quando torno a casa, mentre ispeziono l'appartamento in cerca di portaritratti ribaltati, armadietti violati e soprammobili fuori posto.
Considerato che non so mai con esattezza che cosa aspettarmi quando apro la porta - e dato che vedere Omero per la prima volta pu essere scioccante per i non iniziati - cerco sempre di preparare gli ospiti quando vengono a trovarci. Nel corso degli anni, essendomi sposata e avendo un'et in cui le nuove amicizie si fanno pi rare,  una cosa che ho dovuto affrontare con sempre minore frequenza.
Ricordo, tuttavia, la volta in cui dimenticai di avvisare un nuovo fidanzato in occasione della sua prima visita. All'inizio della serata non avevo intenzione di prolungare l'uscita invitandolo a casa mia. Quando cambiai idea, per, introdurre l'argomento gatti mi parve la classica mossa ammazza-romanticismo.
In quel periodo Omero amava particolarmente giocare con i miei assorbenti interni. Essendo incappato in uno per caso, era rimasto affascinato dal modo in cui rotolava in giro e dal cordino all'estremit. Gli piacevano cos tanto che aveva scovato il posto dove li tenevo, nell'armadietto sotto il lavandino del bagno e, con indefessa pazienza e precisione, aveva imparato ad aprire lo sportello per razziarne la scatola.
Quando entrai con il mio ragazzo, Omero mi corse incontro per salutarmi. Con in bocca un assorbente penzoloni. Il suo candore si stagliava sul manto nero del micetto con imbarazzante chiarezza. Trotterell per la stanza tutto trionfante, poi si sedette trepidante davanti a me, l'assorbente stretto fra i denti come un cane con il suo osso.
Il mio compagno fu colto di sorpresa, per usare un eufemismo. "Ma che... quello  un..." balbett prima di riuscire ad articolare: "Che cosa  successo al tuo gatto?"
Io mi abbassai e Omero mi si arrampic felice in grembo, lasciando cadere ai miei piedi il suo bottino. "Sta benone", gli risposi. " solo che non ha gli occhi."
"Non ha gli occhi?" ripet il mio ospite, sbalordito.
"Be', li aveva, alla nascita", gli spiegai. "Ma glieli hanno rimossi quando era cucciolo."
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Omero, in un certo senso,  un gatto identico a tutti gli altri. Mangia, dorme, rincorre palline di carta e ha un talento speciale per cacciarsi nei guai. E, proprio come qualsiasi altro micio, ha opinioni molto precise su quello che gli piace o non gli piace. La felicit, nel suo mondo,  una scatoletta di tonno appena aperta, arrampicarsi su qualunque cosa riesca a reggere il suo peso, aggredire alle spalle le due sorelle (molto, moltopi grosse di lui) con giocosa ferocia e sonnecchiare nella chiazza di sole che filtra in soggiorno poco prima del tramonto. L'infelicit  essere l'ultimo ad aggiudicarsi un posticino sul divano accanto alla mamma, una lettiera non sempre immacolata, il divieto permanente di accedere al balcone (gatto cieco, piano alto: il calcolo  presto fatto), e la parola no.
Ma Omero appare molto pi grande agli occhi della mia immaginazione, e penso spesso che la sua storia possa essere narrata soltanto in termini epici.  "il grande sopravvissuto", un trovatello affamato che ha vinto una malattia grave abbastanza da rubargli gli occhi a due settimane di vita, e al quale nessuno voleva dare una casa. Come nelle avventure di un supereroe, la perdita della vista  stata compensata da un senso dell'udito e dell'odorato fuori del comune e dalla capacit di memorizzare ed evitare qualsiasi ostacolo in una stanza, dopo esserci entrato soltanto una volta, che sconfina nel soprannaturale. Riesce a sentire l'odore di un minuscolo pezzetto di tonno a tre camere di distanza ed  in grado di spiccare un salto verticale di un metro e mezzo per catturare al volo una mosca. Ogni balzo da una sedia all'altra o gi dal tavolo  per lui un potenziale salto nell'abisso. Ogni pallina rincorsa lungo il corridoio, un atto di implicito coraggio. Ogni tenda su cui si arrampica, ogni dimostrazione di amicizia nei confronti di uno sconosciuto, ogni passo dentro il nero vuoto che lo circonda  un miracolo di audacia. Lui non dispone di un cane guida, n di un bastone o di un linguaggio grazie al quale possa essere rassicurato o gli possa venire spiegata la forma e la natura degli ostacoli che incontra. Gli altri miei gatti possono guardare fuori dalla finestra e conoscere cos i confini del mondo in cui vivono. Ma il mondo di Omero  sconfinato e fondamentalmente non conoscibile; qualunque ambiente in cui si trovi pu contenere ogni genere di cose, e perci  infinito. Potendo intrattenere solo il pi fugace dei rapporti con il tempo e lo spazio, lui li trascende entrambi.
Il micetto giunse a casa mia perch nessun altro lo aveva voluto. Perci non smetto mai di stupirmi quando vedo come la gente (anche chi non ha mai dimostrato un interesse particolare nei confronti dei gatti) rimanga affascinata quando lo conosce o ne sente soltanto parlare. Quando l'ho adottato non mi sarei aspettata che sarebbe diventato l'argomento perfetto per avviare una conversazione. Certo, novanta milioni di gatti significano altrettante storie ma, a rischio di suonare insopportabilmente di parte, non ho ancora conosciuto un gatto altrettanto notevole. Almeno una volta la settimana, nel corso degli ultimi dodici anni, Omero ha fatto qualcosa che mi ha divertito, mi ha fatto infuriare o mi ha semplicemente lasciata senza parole, e rimango sempre infinitamente sorpresa quando lo riscopro per la prima volta attraverso gli occhi di qualcun altro.
"Oh, che tristezza!"  spesso la prima cosa che mi dicono quando sentono la sua storia. Al che io ribatto che se al mondo esiste un gatto pi felice e scalmanato di lui, sono pronta a pagare una grossa cifra solo per potergli dare un'occhiata. "Ma come fa a muoversi?" mi chiedono. Con le zampe, rispondo io, proprio come qualunque altro felino in buona salute. Di tanto in tanto, quando  particolarmente preso dal gioco, sento il bong! della sua testolina che sbatte contro un muro o una gamba del tavolo di cui si era dimenticato.  una cosa che mi fa sempre ridere, anche se nel mio cuore si riaprono ferite mai del tutto rimarginate. Rido perch chiunque abbia assistito alla giocosa frenesia di un micio che precipita da un divano o carica una parete di vetro non pu fare a meno di trovarlo divertente. Ma dentro di me qualcosa si spezza perch, nel migliore dei mondi possibili, Omero sarebbe stato trovato una settimana prima e la sua infezione oculare sarebbe stata diagnosticata "grave" ma non "incurabile".
Probabilmente per, in quel mondo, lui non sarebbe mai entrato a far parte della mia vita.
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Io sono ebrea e il momento che preferisco nella celebrazione della Pasqua, la festa che per noi commemora la liberazione di Mos e del popolo israelita dalla schiavit egizia e l'inizio del cammino verso la Terra Promessa,  da sempre il Dayenu, un inno gioioso cantato a squarciagola e accompagnato battendo mani e piedi. Il canto, il cui titolo significa "ci sarebbe bastato", racconta dei miracoli che Dio ha compiuto in nome degli israeliti, insistendo dopo ciascuno che quello soltanto, escludendo tutti gli altri, sarebbe bastato: "Se ci avesse tratti dall'Egitto senza giudicare gli egiziani, dayenu! Se avesse giudicato gli egiziani senza aprire il mare dinanzi a noi, dayenu! Se avesse aperto il mare dinanzi a noi senza provvedere per quarant'anni al nostro sostentamento nel deserto, dayenu!"
Vivendo con Omero, nel corso degli ultimi dodici anni, ho composto un Dayenu tutto mio. Se fosse riuscito a vivere pi di due settimane, sarebbe bastato. Se avesse imparato a trovare da solo la ciotola della pappa e la lettiera, sarebbe bastato. Se avesse potuto girare per casa senza una guida, sarebbe bastato. Se fosse stato capace di correre, saltare, giocare e fare tutte le cose che mi avevano detto non sarebbe mai riuscito ad affrontare, sarebbe bastato. Se mi avesse semplicemente fatto ridere ogni giorno della nostra convivenza, sarebbe bastato.
E se fosse diventato una delle fonti di gioia e ispirazione pi leale, affettuosa e coraggiosa che io abbia mai conosciuto... be', sarebbe stato pi che abbastanza.
Quando, in una situazione apparentemente senza speranza, nessun essere razionale si aspetterebbe mai di ricevere qualcosa di buono ma chiss come finisce con il ricevere un'infinit di cose buone, allora possiamo dire di aver assistito a un miracolo meraviglioso. Alcuni di noi sono tanto fortunati da poter essere testimoni di simili prodigi nella vita di tutti i giorni.
Questo libro  per quelli come me, ma anche per quanti hanno rinunciato a credere negli eroi e nei miracoli quotidiani; per chi ama i gatti e per chi invece si professa fermamente "non gattofilo"; per quelli convinti che normale e ideale significhino la stessa cosa e per chi sa che, talvolta, spingersi un pochino oltre il confine della normalit pu arricchire un'intera esistenza.
Ecco a voi Omero, il gatto delle meraviglie.
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1. Per me sar sempre Orbita.
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Me uscito dell'Ogigia isola dieci portava giorni e dieci il vento e il fiotto.
Scampai dall'onda ier soltanto, e un nume su queste piagge, a trovar forse nuovi disastri, mi gitt.
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ANNI addietro, quando avevo ancora soltanto due gatti, dicevo che se mai ne avessi adottato un terzo lo avrei chiamato Miao Tse-Tung, per poi soprannominarlo "Il presidente".
"Non fate quelle facce, sarebbe carinissimo", insistevo, quando gli amici mi guardavano come se fossi matta. "Il piccolo presidente Miao."
Lo scherzo era duplice: sul nome, ma anche sull'idea dell'adozione di un altro micio. Non avrei mai preso la poderosa decisione (cos almeno mi sembrava a ventiquattro anni) di prenderne due, se non fossi andata a vivere con Jorge, l'uomo che ero sicura sarebbe diventato mio marito. Invece finimmo per lasciarci, e io ottenni la custodia della nostra prole felina: una bellissima gatta bianca dal pelo soffice e dall'indole dolce, Vashti, e una tigrata dallo spirito regale ma lunatico, Rossella. Ringraziavo il cielo ogni giorno per avermi donato le mie due ragazze, ma ero anche consapevole delle potenziali complicazioni che avrebbero potuto creare nella mia nuova condizione di single.
Vivevo nella camera degli ospiti di un'amica, in attesa di racimolare il denaro sufficiente per trovarmi un posto tutto mio, ma non avrei mai potuto optare per un appartamento a buon mercato dove fosse vietato tenere degli animali. E non potevo neppure pensare di iniziare una relazione con un uomo allergico ai gatti. Lavoravo in un'associazione no-profit di Miami gestita da volontari e alla fine del mese non avevo mai pi di cinquanta dollari sul conto. Ciononostante, le vaccinazioni di routine, le medicine e quant'altro erano tutte a mio carico.
"Per non parlare delle implicazioni sociali", mi diceva la mia migliore amica, Andrea. "Non puoi sacrificare le uscite per badare a tre gatti. Non a ventiquattro anni! Nel vicinato cominceranno a chiamarti la vecchia zitella Cooper, la 'gattara' con una rotella fuori posto..."
Scherzi a parte, sapevo che aveva ragione; non avevo perso completamente il contatto con la realt. Nelle condizioni in cui mi trovavo in quel periodo, parlare di un terzo gatto sarebbe stata un'ipotesi assurda, come sognare di poter vincere la lotteria.
Poi, un pomeriggio, ricevetti una telefonata da Patty, una giovane veterinaria che aveva iniziato da poco a lavorare nell'ambulatorio dove portavo Rossella e Vashti. Mi raccont una lunga storia strappalacrime, perfetta per una telenovela in tema felino.
Un gattino di quattro settimane era stato abbandonato nella clinica in seguito a un'infezione virulenta che aveva reso necessaria la rimozione chirurgica di entrambi gli occhi. La coppia che lo aveva portato l non intendeva riprenderselo. Come pure nemmeno una di quelle che figuravano nella lista di possibili famiglie adottive, nemmeno chi si era espressamente candidato per l'affidamento di una bestiola con qualche handicap. Nessuno, a quanto pareva, voleva avere a che fare con quel particolare tipo di menomazione. Io ero la sua ultima spiaggia, l'ultima prima di...
Non termin la frase, non ce ne fu bisogno. Sapevo che le probabilit che un gattino senza occhi venisse adottato da un rifugio per animali erano assai remote.
Non farlo, mi mise in guardia il coro greco che vive nella mia testa. S,  molto triste ma, siamo onesti, non sei nella posizione di poter intervenire.
Sono sempre stata una lettrice vorace, un'amante appassionata di libri e conosco il potere che le parole esercitano su di me. Mettermi davanti ad aggettivi come cieco, abbandonato, indesiderato e orfano era come spedire in trincea un soldato armato di un fucile giocattolo.
Eppure, riconoscevo la saggezza di quella voce interiore, anche se non riuscivo a essere altrettanto fredda e analitica. Cos dissi: "Faccio un salto a vederlo". Poi aggiunsi: "Per non ti prometto niente".
Ci terrei a sottolineare che, prima di quella occasione, non avevo mai assunto un atteggiamento del genere "faccio un salto e poi vediamo" quando si trattava di adottare un animale. Non mi era mai venuto in mente di incontrare un cucciolo per capire se fosse "speciale"o se ci fosse una qualche sorta di legame unico fra noi. La mia filosofia in quel campo era molto simile a quella che avrei abbracciato in materia di figli: ti capita quel che ti capita, e li ami incondizionatamente a dispetto della loro personalit o dei loro eventuali difetti. Durante la mia infanzia, la mia famiglia ospit moltissimi cani, la maggior parte dei quali erano randagi o avevano subto maltrattamenti. Cani impossibili da addomesticare, cani che rosicchiavano tappeti e tappezzeria, scavavano sotto le staccionate o tentavano di morderti se li coglievi di sorpresa. Le mie gatte, Rossella e Vashti, le avevo adottate un anno prima da alcuni conoscenti che le avevano trovate per strada, due cuccioline di poche settimane, mezze morte di fame e coperte di pulci e piaghe. Mi innamorai di loro senza neppure vederle; la prima volta che ci incontrammo fu quando vennero ad abitare da me.
Per questa ragione, quando il pomeriggio successivo mi recai all'ambulatorio veterinario, provai un profondo senso di colpa. Forse Patty ne era all'oscuro, ma io mi conoscevo abbastanza per sapere che, quando le avevo detto che facevo un salto a vederlo, in realt intendevo: "Ora come ora non desidero proprio un altro gatto, ma mi sentirei davvero una persona orribile se ti dicessi di no dopo aver sentito la sua triste storia. Quindi mi concedo l'opportunit di torturarmi ancora un po'".
"Dobbiamo prenderlo. Deve venire a stare qui da noi", era stata la risposta immediata della mia ospite, Melissa, quando le avevo raccontato del micetto cieco la sera precedente. Con "qui" intendeva il suo bilocale affacciato sul lungomare di South Beach, dove io pagavo met delle bollette e delle spese. Ma Melissa era ricca e spensierata, e gli ostacoli quotidiani che a me parevano insormontabili non erano neppure delle flebili lucine sul suo radar.
Non riuscivo neanche a decidere se fossi la persona giusta per una bestiola come quella, che di certo avrebbe avuto dei bisogni particolari. E se non avesse mai imparato a muoversi da solo? E se le mie due gatte loavessero odiato dal primo istante e gli avessero reso la vita impossibile? E se io non mi fossi dimostrata all'altezza della situazione? A malapena riuscivo a prendermi cura di me stessa... Anzi, vista la situazione attuale, non mi riusciva neppure quello!
Fui incoraggiata per un attimo dall'uso, da parte di Melissa, della parola noi. Non sarei stata sola. In un angolino della mia mente avevo immaginato che avrei potuto portare il micino a casa e se poi non fossi stata in grado di occuparmi di lui, Melissa forse...
"Certo la decisione finale spetta a te", aveva aggiunto la mia amica subito dopo, "perch quando te ne andrai, lui ti seguir."
...
La ragione che mi stava portando a gran velocit verso l'ambulatorio veterinario era il senso di colpa. Se non avessi preso io quel gattino, non lo avrebbe fatto nessuno. Avevo sempre avuto un debole per gli animali, lo sapevano tutti. Nel fine settimana facevo volontariato in diversi rifugi e, quando io e Jorge stavamo ancora insieme, spesso tornavo a casa in lacrime, implorandolo in modo del tutto irrazionale di considerare l'adozione di un cane o un gatto che altrimenti sarebbe stato soppresso. Il mio unico problema con la legge, fino ad allora, risaliva al tempo in cui ero stata arrestata nel corso di una manifestazione di protesta davanti al centro universitario di ricerca sui primati. Da ragazzina i randagi della zona mi seguivano fino a scuola perch offrivo loro la mia merenda senza preoccuparmi di cosa avrei messo sotto i denti io per arrivare a fine giornata.
Ed era proprio questo modo di pensare confuso e immaturo, considerai mentre entravo nel parcheggio dell'ambulatorio, questa incosciente mancanza di considerazione per le conseguenze, che mi aveva portata a quel punto della mia esistenza, sola e senza un soldo dopo anni di attenta pianificazione di quello che avevo immaginato come un solido futuro.
Mi rendo conto adesso di come stessi cercando di costruire dentro di me un senso di rabbia. Era molto pi semplice convincermi di essere arrabbiata e bistrattata piuttosto che ammettere di avere una gran paura.
Era un'afosissima giornata di fine agosto. Lucenti ondate di calore si levavano come spiritelli malefici dal marciapiede di fronte all'ambulatorio. Quando entrai, la segretaria mi accolse cordialmente e chiam Patty, che fece capolino da una porta con un allegro: "Vieni!"
La seguii oltre file di gabbie contenenti cani e gatti, che avevo notato in passato ma alle quali non avevo mai prestato grande attenzione. Avevo sempre pensato che fossero stati lasciati temporaneamente alle sue cure da proprietari che poi sarebbero tornati a prenderli. Per la prima volta, mi domandai quanti di loro non avessero una casa e fossero in attesa che qualcuno li prendesse con s.
Raggiungemmo l'ultimo ambulatorio in fondo a uno stretto corridoio. Sul tavolo delle visite era appoggiata una scatola di plastica senza coperchio. "Cos  possibile interagire con lui", mi spieg Patty. Sbirciai all'interno.
 minuscolo! fu il mio primo pensiero. Entrambe le mie gatte avevano pressappoco la sua et quando le avevo adottate, ma mi ero dimenticata di quanto potesse essere piccolo un micetto di quattro settimane. Non poteva pesare che pochi grammi. Si era acciambellato nell'angolo pi nascosto della scatola, un'arruffata pallina che avrei potuto tenere senza difficolt sul palmo della mano. Aveva il pelo nero e soffice, carico di quell'elettricit statica tipica di tutti i cuccioli, come se il loro manto si stesse ribellando all'idea di rimanere composto e disteso. Dove fino a poco tempo prima erano stati i suoi occhi, c'erano due puntolini scuri e portava un collare a cono per evitare che si strappasse le suture.
"Glieli ho cuciti", disse Patty. "Cos non si vedranno le orbite, sar come se avesse sempre gli occhi chiusi."
"Ehil", bisbigliai. Mi abbassai un po', in modo che la mia voce non suonasse roboante o spaventosa. "Ehi, piccolino."
La pallina di pelo si srotol e si mise incerta sulle zampette. Allungai nella scatola una mano esitante, che subito mi parve di dimensioni mostruose, e grattai delicatamente il fondo. Il gattino si avvicin al suono, mentre la testolina ciondolava malferma sotto il peso del cono di plastica. Il nasino sbatt contro una delle mie dita, che annus incuriosito.
Lanciai un'occhiata a Patty. "Lo puoi prendere in braccio se vuoi."
Lo sollevai delicatamente, portandomelo al petto. "Ciao, piccolino", sussurrai.
Al suono della mia voce, lui si volt e allung le zampine anteriori sulla mia spalla; erano cos piccole che sprofondarono fra i fili intrecciati della maglia che indossavo. Si dimen un po', e capii che stava cercando di portarsi con tutto il peso sulla mia spalla. Ma le unghie erano troppo piccine per avere una buona presa. Rinunci e avvicin il musetto al mio collo, per quanto il collare di plastica glielo permettesse. Poi cominci a fare le fusa. Il cono amplific quel suono a tal punto da farlo sembrare quello di un improbabile motore in miniatura.
Avevo pensato che, essendo senza occhi, non sarebbe stato capace di interagire molto, e compresi che forse quella era stata la paura segreta di tutte le persone che si erano rifiutate di adottarlo. Un animale il cui muso non sia in grado di registrare n riflettere emozioni sarebbe come un eterno estraneo in casa nostra.
Mentre lo stringevo, per, mi resi conto che non sono esattamente gli occhi a rivelarci i sentimenti o i pensieri di qualcuno, ma piuttosto i muscoli che li circondano, che ne sollevano o abbassano gli angoli per comunicare divertimento o tristezza, oppure li riducono a due fessure per indicare rabbia o paura.
Quel gattino non aveva pi gli occhi, ma i muscoli oculari erano intatti. E io riuscii a capire, dalla forma che assumevano che, se avesse avuto le palpebre, sarebbero state semichiuse, in un'espressione che le mie gatte mi avevano reso molto familiare: un'espressione di totale soddisfazione. La sua spontaneit suggeriva che, nonostante quello che aveva passato, nel profondo della sua piccola anima felina aveva sempre saputo che avrebbe trovato un posto al mondo dove sentirsi completamente amato e al sicuro.
E ora, finalmente, eccolo.
"Oh, santo cielo." Lo riposi delicatamente nella scatola e frugai nella borsa in cerca di un fazzoletto. "Preparalo, lo porto a casa con me."
...
Patty insist perch il gattino rimanesse in ambulatorio ancora per un po'. Voleva tenere sotto controllo i punti, preoccupata del pericolo di un'infezione. E sperava anche che avrebbe acquistato un po' di peso prima di essere lasciato in balia di due gatte adulte. "Potrai portarlo a casa fra qualche giorno", mi promise.
Alla fine ero riuscita ad avere il mio Presidente Miao, ma ora quel nome "preconfezionato" non mi sembrava pi adatto. "Dovresti chiamarlo Orbita", sugger Melissa.
" orribile!" esclamai. "Lui non si chiamer mai Orbita!"
"Per me sar sempre Orbita", disse la mia amica alzando le spalle.
Non avevo avuto grandi difficolt nel trovare un nome a Rossella e Vashti. La prima arriv che un nome l'aveva gi; faceva parte di una cucciolata di randagi trovati dal mio meccanico, che l'aveva battezzata cos come l'eroina di Via col vento, perch era talmente disidratata in quei primi giorni di vita che continuava a svenire. Fui io, invece, a scegliere il nome Vashti, la regina persiana che, secondo la Bibbia, si era rifiutata di danzare nuda per il marito e un gruppo di compari ubriachi. Pag quella trasgressione con l'esilio dal regno: una femminista ante litteram, per quanto mi riguarda. Che poi la mia Vashti si fosse trasformata da triste mucchietto di ossa spelacchiato in una bellezza dal pelo lungo (con un che di persiano), era stata una lieta coincidenza.
Non volevo affibbiare a questo piccolino un nome banale o melenso ("Ray" e "Stevie" mi erano stati gi suggeriti da amici appassionati di musica come i pi adatti per un gatto cieco), ma non volevo neppure schiacciarlo sotto un nome eccessivamente solenne o serioso. Men che meno che la sua intera esistenza fosse definita soltanto dalla sua cecit.
Nel corso dei giorni seguenti andai a trovare spesso il gattino dal veterinario. La sua breve vita era gi stata sconvolgente oltre ogni possibile immaginazione e desideravo che trovasse qualcosa di familiare e rassicurante una volta giunto a casa con me, fosse stato anche soltanto il mio odore e il suono della mia voce.
Ero ancora preoccupata. Adesso era mio, non c'era possibilit di tornare indietro, ma volevo rendermi conto personalmente di come fosse in grado di muoversi, di affrontare il mondo e imparare a trovare la propria strada.
Per questo motivo ogni pomeriggio dopo il lavoro mi fermavo all'ambulatorio di Patty. Lei andava a prendere il micetto dalla sua cuccia e ci sistemava in una stanza, dandogli la possibilit di vagabondare liberamente mentre io rimanevo seduta in un angolo a osservarlo.
Capii sin dal principio che era un esploratore infaticabile. Il peso di quel cono di plastica attorno al collo, che lo precedeva come lo scudo di un guerriero che attraversa il territorio nemico, gli rendeva difficile tenere il musetto completamente diritto. Per la maggior parte del tempo se ne andava in giro con il naso puntato sul pavimento. La stanza era minuscola, ma neppure un centimetro di quello spazio rimaneva inesplorato. Quando incontrava un tavolo o una parete le zampette si facevano cautamente strada lungo il loro perimetro. La sola cosa sulla quale provava ad arrampicarsi era la sedia sistemata in un angolo, sebbene trovasse altrettanto affascinante una grossa pianta in vaso nell'angolo opposto. Fu la prima volta che usai con lui la parola no: non volevo che si sporcasse tutto di terra o dilaniasse la pianta in questione.
Finalmente arriv il giorno tanto atteso, e il mio gattino era ancora senza nome. La possibilit di chiamarlo Orbita mi torn alla mente in tutta la sua pericolosa realt.
Aveva bisogno di un nome, e doveva essere quello giusto. Cos provai a immaginarlo come il personaggio di un romanzo. La sua vita era gi cominciata come molte delle migliori storie, tra difficolt e sofferenze, svolte miracolose e innumerevoli ostacoli ancora da superare.
Poi compresi che non era soltanto il protagonista di una storia; era anche un creatore di storie. Sebbene non disponesse della vista, ero certa che avesse un modo tutto suo di figurarsi le cose per spiegare il mondo attorno a s. Come giustificare altrimenti una sedia che misteriosamente gli bloccava il cammino dove soltanto fino al giorno prima non c'era nulla? Che cos'era una sedia? Perch si materializzava, e in che modo? E come spiegare l'onniscienza di una madre adottiva in grado di cogliere istantaneamente l'attimo esatto in cui lui stava contemplando qualcosa di proibito? Al quarto tentativo di arrampicarsi nel grosso vaso pieno di terra, pronunciai il mio quarto, fermo e inatteso: "No!" Il muso del micetto si corrug in un'espressione perplessa. Ovviamente, per lui "silenzioso" e "invisibile" erano due concetti equivalenti. Stavo facendo cos piano! Come fa ad accorgersene sempre?
Quando si adotta un animale domestico, si  sempre convinti che diventer un comprimario nella trama della propria vita. Io, invece, cominciai a pensare di essere diventata un personaggio importante nella storia di quel gattino: dalla ragazza squattrinata che ero, perseguitata dalla mancanza di fiducia in se stessa, mi ero trasformata in una dea onnisciente e implacabile, un essere misterioso di grande benevolenza.
Lo osservai attraversare esitante la sala visite, un paesaggio ristretto e ormai a me familiare, ma tanto vasto e sconosciuto per lui. Navig fra le Scilla e Cariddi della gamba di un tavolo e di una ciotolina d'acqua. Un giorno ci cadde dentro a faccia in gi. Lo raccolsi con fare protettivo, mormorando: "Buono micio, buono piccolino", e lui prese a fare le fusa, lieto che il cielo lo avesse ancora una volta favorito. E a dispetto di tutte le volte in cui si imbatt nelle ire della ciotola o salt mal calcolando l'altezza della sedia, continu a perseverare.
C' un luogo dall'altro lato di tutto questo, sembrava dirsi, e ci sono cose che io devo fare laggi.
Era un eroe impegnato in una ricerca. Non solo; era colui che dava vita a eroi e divinit, per la stessa ragione per cui i miti sono sempre stati creati: provare a spiegare l'inspiegabile. Era Ulisse ed era anche il narratore cieco che aveva immaginato Ulisse, che si era figurato la vita in prospettiva epica sebbene non potesse vedere.
Sapevo quale sarebbe stato il nome del mio gattino.
"Omero", dissi a voce alta.
Lui rispose con un vigoroso miao.
"Allora siamo d'accordo." Ero felice di avere la sua approvazione.
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2. Che cosa ci vedi in un gatto senza occhi?
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Ch de' trastulli il tempo e de' balocchi pass, ed uscito di pupillo sei.
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NEL corso di quella prima settimana in cui io e Omero cominciammo a conoscerci nell'ambulatorio di Patty, Melissa era intenta a diffondere tra i nostri amici la notizia dell'imminente arrivo. L'improvviso annuncio: "Sapete che stiamo per adottare un gattino senza occhi?" era il genere di cosa che non mancava mai di far cambiare rotta alla conversazione, sollevando, nella sua scia, una raffica di domande. "Senza occhi? Senza occhi? Vuoi dire che non ha proprio i bulbi?" E cos accadde che, ancora prima che venisse a stare con me, la storia di Omero fosse stata ripetuta cos spesso da entrare ufficialmente nel novero delle leggende di famiglia e degli aneddoti che compongono la trama della mia esistenza. Come, per esempio, il resoconto fatto dai miei genitori - sempre identico in oltre trentacinque anni - del travaglio di mia madre a un concerto rock con due settimane di anticipo, perch "Gwen non vedeva l'ora di sentire tutta quella musica". Se fossi diventata una rock star invece che una scrittrice, quel racconto avrebbe avuto un effetto molto pi spettacolare.)
Anch'io, in effetti, scivolo ancora nello stesso genere di linguaggio e adotto la stessa cadenza ogni volta che racconto la storia di Omero. Questo, tuttavia, solo perch le domande che mi vengono poste non sono mai cambiate. Nel corso degli anni centinaia di persone diverse mi hanno fatto altrettante domande sul mio gatto, che si sono sempre rivelate la variante di tre quesiti fondamentali: Come ha perso gli occhi? Come fa a muoversi? Riesce a trovare la ciotola della pappa, dell'acqua e la lettiera?
Io, per, non mi stanco mai di rispondere. Non perch adori parlare dei miei gatti ma perch, seppure mi sia da tempo abituata alla cecit di Omero, non ho mai dato per scontato quanto si sia rivelato coraggioso, intelligente ed esuberante il mio piccolino (n ho mai smesso di essere smodatamente orgogliosa di tutto ci).
Di recente sono uscita a cena con una collega, e la conversazione  finita su Omero. Mi stava raccontando del suo gattino, adottato meno di un mese prima, e io l'ho intrattenuta con vari aneddoti sull'infanzia del mio tesoro. Non avevo mai parlato di Omero con lei prima di allora, ma lei se ne appassion all'istante, come accade quasi sempre quando la gente sente la sua storia. Poi, di punto in bianco, se n' venuta fuori con una domanda che mi ha lasciato di sasso.
"Perch lo hai adottato?"
Poteva sembrare una domanda aggressiva o poco opportuna, come a dire: Ma che cosa ci vedi in un gatto senza occhi? per lei me la pose con gentilezza, in tono affabile e partecipe.
Desideravo darle una risposta altrettanto semplice e diretta, ma nessuno mi aveva mai chiesto una cosa simile; per la prima volta in oltre dodici anni non avevo a disposizione una risposta automatica.
In effetti non mi ero mai soffermata sul perch nessuno mi avesse mai chiesto i motivi della mia scelta. Riflettendoci per la prima volta, mi dissi che il motivo doveva sembrare piuttosto ovvio. Ero rimasta talmente impressionata dalla storia sfortunata del micetto che mi sarei sentita troppo in colpa se non lo avessi salvato da morte quasi certa; oppure fra di noi si era creato un legame istantaneo quando l'avevo preso in braccio, tale da non farmi tollerare l'idea di lasciarlo. Mi resi conto che tutti, persino le persone che mi conoscevano meglio, probabilmente pensavano che quelle fossero le ragioni per le quali avevo adottato Omero.
Si sbagliavano.
Ci che ricordo dei primi mesi dopo la rottura con Jorge  la sensazione schiacciante di aver fallito il primo esame importante della mia vita da adulta. Come ho gi detto, tutti, me compresa, avevano supposto che ci saremmo sposati. Ma una soleggiata domenica mattina lui mi inform, in modo assolutamente pragmatico e rispettoso, che non mi amava pi.
Per onest con me stessa, dovrei ammettere che neppure io lo amavo pi. Avevo ventun anni quando ci eravamo conosciuti e a ventiquattro riconoscevo a stento la ragazza che si era innamorata di lui. Come in un vecchio album di fotografie vedevo una persona che mi somigliava, aveva il mio naso e i miei occhi, ma vestiti e pettinature che ora mi sembravano obsoleti. Mi ero resa conto, a livello pi o meno inconscio, di avere intrapreso un graduale cambiamento, e le cose che ero certa di volere solo tre anni prima non riflettevano pi la nuova me stessa, chiunque lei fosse. In ogni caso, le parole non ti amo pi furono un vero pugno nello stomaco. Che cosa sarebbe accaduto, continuavo a domandarmi, se la persona che stavo diventando non fosse stata in grado di suscitare amore negli altri?
Cominciavo anche a nutrire qualche dubbio sulla mia carriera. Quando io e Jorge stavamo insieme, il ridotto stipendio che mi arrivava dall'associazione no-profit era quasi un lusso che mi concedevo, giustificato dal fatto che lo univo a quello molto pi consistente del mio compagno. Divenne sempre pi chiaro che un compenso del genere non avrebbe potuto garantirmi grandi agi in quella nuova fase della mia vita. D'altro canto non sapevo cos'altro sarei stata qualificata a fare.
Sarebbe esagerato dire che avevo completamente perso la fiducia in me stessa, ma di certo ero molto meno sicura e ottimista di quanto non fossi stata soltanto un anno prima.
Mi era stato impossibile dire no quando Patty mi aveva chiamato per raccontarmi la storia di Omero. Ma questo non significava che non sarei stata capace di fare marcia indietro quando lo avessi visto. Per quanto straziante fosse quella vicenda, persino io sapevo di non poter salvare ogni animale sfortunato sulla faccia della Terra. S, forse mi sarei odiata per quella decisione, avrei pianto per giorni... ma alla fine sarei riuscita a superarlo.
Quando lo vidi per la prima volta, Omero si accoccol fra le mie braccia con un'apparente e immediata volont di amarmi e di essere amato da me. Mi rendevo conto per che se qualcuno diverso da me si fosse fatto vivo all'ambulatorio e gli avesse parlato o l'avesse accarezzato con dolcezza, Omero sarebbe stato egualmente disposto ad amarlo.
Quella consapevolezza fu la prima cosa che conquist il mio cuore. Qualunque cosa quel gattino fosse diventato, di certo aveva un'enorme capacit di dare amore. E allora mi sembr intollerabilmente tragico che nessuno lo volesse.
L'altra cosa di cui mi resi subito conto fu che, per quanto apparisse piccolo e vulnerabile, quell'esserino non dimostrava paura, n sembrava pretendere affetto, come invece ci si aspetterebbe da qualsiasi creatura abbia sperimentato solo dolore, fame e angoscia. Non provava neppure ostilit, n si era messo sulla difensiva. Era semplicemente curioso e tenero. Come se dentro avesse un'innata fonte di coraggio, una determinazione genetica ad affrontare il mondo con un cuore aperto e gioioso che nulla era riuscito a strappargli.
All'epoca quelle furono per me considerazioni sbalorditive. Ero stata scaricata, costretta a lasciare la mia casa, ero praticamente al verde e di conseguenza avevo sviluppato la tendenza ad affrontare la vita come un'aspra lotta, e a permettere all'autocommiserazione di consumarmi ogni volta che perdevo una battaglia.
Ma la triste vicenda di Omero faceva apparire anche i miei giorni pi cupi come una settimana di vacanza, e il suo atteggiamento sembrava dire: "Ciao! Hai l'aria di una persona buona e divertente. Non credi anche tu che la maggior parte delle persone siano buone e divertenti?"
Potr sembrare che stia entrando in contraddizione con quello che ho detto prima, che ho adottato Omero perch pensavo avesse qualcosa di speciale. Ma non fu cos. Non esattamente, almeno.
Ci che accadde fu che intravidi in lui la scintilla di qualcosa in cui avevo disperatamente bisogno di credere in quel momento. Volevo credere che potesse esistere qualcosa di tanto essenziale e coraggioso che niente - n un fidanzato, n un datore di lavoro, n un trauma - potesse macchiare o portarti via. E se davvero possedevi quella fiammella inesauribile dentro di te, non solo sarebbe stata per sempre tua, ma anche nei momenti pi bui gli altri l'avrebbero vista, e ti avrebbe salvato prima che la tempesta ti portasse del tutto alla deriva.
Insomma, per citare mia nonna, "Aiutati che il ciel t'aiuta". Se avessi riconosciuto tutto questo in quel gattino e di conseguenza lo avessi portato a casa con me, allora sarei riuscita a dimostrare la correttezza della mia teoria.
Non adottai Omero perch era grazioso, piccolino e dolce, o perch era senza speranza e aveva bisogno di me. Lo adottai perch quando individui qualcosa di tanto fondamentale in un altro essere vivente, non vai in cerca di ragioni che possano tenerlo fuori dalla tua vita. Ti impegni a essere forte e a costruire la tua esistenza attorno a quella cosa, a tutti i costi.
Cos facendo, cominci a trasformarti nella cosa che ammiri.
Ci che sto cercando di dire  che, quando decisi di portare a casa quel gattino senza occhi, presi la mia prima vera decisione da adulta sui rapporti con gli altri. E, senza rendermene conto, formulai il criterio con il quale avrei giudicato tutte le mie relazioni negli anni a seguire.
...
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...
3. Il primo giorno della sua seconda vita.
...
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Il seguiva Euricla, l'onesta figlia
d'Opi di Pisenr, che gi Laerte
col prezzo comper di venti tori,
quando fiorale giovinezza in volto:
n cara men della consorte l'ebbe,
bench temendo i coniugali sdegni,
del toccarla giammai non s'attentasse.
Con accese il segua lucide faci:
pi gli portava amor ch'ogni altra serva,
ed ella fu che il rallev bambino.
...
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ROSSELLA ha sempre amato dormire sulla stoffa: morbidi cuscini, asciugamani o lenzuola piegate. Vashti preferisce sonnecchiare sulle superfici dure. Mentre uscivo per recarmi al lavoro il giorno in cui portai Omero a casa con me, Rossella stava schiacciando un sonnellino su una pila di biancheria in fondo al mio armadio, mentre Vashti riposava (comodamente?) sopra una scrivania, la guancia premuta contro lo spigolo appuntito di un grosso dizionario.
Sembravano cos serene mentre mi osservavano con gli occhi socchiusi, appesantiti dal sonno, che provai un fugace senso di colpa all'idea di essere sul punto di sconvolgere le loro esistenze. "Ci vediamo pi tardi", dissi piano dirigendomi verso la porta. "Con una grossa sorpresa..."
Vashti rispose con un miagolio delicato, mentre Rossella si limit a lanciarmi un'ultima occhiata prima di rotolare sulla schiena, zampe all'aria.
Quel pomeriggio uscii dal lavoro alle cinque e mezzo precise e mi diressi subito all'ambulatorio di Patty. Il gattino era gi stato messo in una gabbietta viola con il suo nome sopra: OMERO COOPER. Sbirciai all'interno, ma la sola cosa che riuscii a distinguere chiaramente fu il cono di plastica bianco che portava al collo. Tutti, inclusa Patty, ci salutarono con le lacrime agli occhi.
Omero rimase in assoluto silenzio durante il viaggio verso casa. In quello che si sarebbe rivelato un decennio di preoccupazioni costanti e spesso irrazionali, quel silenzio mi agit. Non avevo una grande esperienza con i cuccioli di gatto, quello che sapevo me l'avevano insegnato la veterinaria e la pratica quotidiana con Rossella e Vashti. Le mie due gatte odiavano le gabbie e cominciavano a miagolare disperate nell'istante preciso in cui ce le infilavo, in particolare Vashti, tanto timida in circostanze normali da non produrre pi di un lieve squittio.
Mi sembrava innaturale che Omero fosse cos silenzioso. Forse aveva semplicemente sonno, oppure era stanco di essere spostato da un posto all'altro per motivi che, a lui, apparivano inesplicabili. Magari, invece, gradiva la reclusione della gabbietta (Vashti e Rossella amavano ricavare piccole tane da scatole e borse della spesa) e trovava rilassante il movimento dell'auto. Oppure, ponderai in un remoto angolino della mia mente, era talmente terrorizzato di fronte a quella sconcertante piega degli eventi da avere paura anche di emettere un solo miagolio. Durante il tragitto provai a parlargli in tono rassicurante. "Siamo quasi arrivati, Omero. Saremo a casa fra un attimo, piccolino."
Avevo riflettuto molto sul modo migliore di presentargli la nuova casa. Decisi innanzitutto che per un giorno o due avrei dovuto confinarlo in una zona limitata. Pensavo che avrebbe potuto sentirsi pi a suo agio nel nuovo ambiente se non fosse stato intimidito da troppo spazio tutto assieme. Considerato che questo valeva per qualunque gatto - Rossella e Vashti avevano conosciuto la casa una stanza alla volta nel corso di svariati giorni - supposi che un gattino cieco in modo particolare sarebbe stato sopraffatto dall'eccesso di spazio. E poi ero certa che avrebbe rischiato di perdersi o cadere, non potendo crearsi una memoria visiva della disposizione delle stanze.
Avevo anche deciso di tenerlo completamente separato da Rossella e Vashti fino a che non avesse tolto i punti. Vashti era molto socievole e straordinariamente paziente, ma non incontrava un gatto sconosciuto dal giorno in cui l'avevo presentata a Rossella: sospettavo che, nonostante l'indole molto dolce, si fosse abituata a essere la "piccola di casa" e a ricevere, di conseguenza, tutte le attenzioni che Rossella, invece, pareva non desiderare.
Rossella non aveva fatto i salti di gioia alla vista della sorella. Certo, bisogna ammettere che Vashti, orribilmente infestata dalla rogna, era arrivata a casa dopo un bagno sulfureo dal veterinario. Lo zolfo non solo aveva tinto di giallo quel che rimaneva del suo candido manto, ma le aveva anche lasciato addosso un forte puzzo di uova marce.
Vashti impazz di felicit quando si rese conto che, oltre all'estasi di essere ben nutrita e di essersi liberata del prurito per la prima volta in sei settimane di vita, c'era un altro gatto con cui giocare. Rossella pass i giorni successivi a soffiare, fuggendo da quella pallina di pelo giallo che la seguiva ovunque e si esibiva in gioiosi girotondi ogniqualvolta lei accennava a tirare fuori una zampa da sotto il letto, dove aveva momentaneamente preso residenza.
Con il tempo, seppure di malavoglia, Rossella si abitu a Vashti arrivando persino ad apprezzare la presenza di un altro gatto con cui scorrazzare. Per questo ero fiduciosa che, con il tempo, Omero si sarebbe integrato con altrettanta naturalezza nella nostra famiglia.
Varcai la soglia della casa di Melissa con Omero nella gabbietta viola e Rossella e Vashti mi raggiunsero con passo lento per annusarlo incuriosite. Omero insisteva a non emettere alcun suono, ma percepii il suo peso spostarsi, mentre si raggomitolava in un angolo. Vashti scrut con interesse il contenuto della gabbia; Rossella, invece, annus una sola volta e poi indietreggi, con un'espressione di profondo disgusto dipinta sul muso. Oh, Dio... non un altro gatto...
"Potrete conoscere il vostro nuovo fratellino pi tardi", dissi loro e mi diressi in camera da letto, chiudendomi la porta alle spalle. Per quanto mi riguarda, pi tardi pu benissimo essere mai, sembrava voler dire l'altezzoso colpo di coda di Rossella. Vashti, invece, che non era abituata a restare fuori da una stanza nella quale mi trovavo io, emise alcuni soffocati miagolii di protesta dall'altro lato dell'uscio.
La stanza degli ospiti di Melissa era collegata a un bagnetto, dove avevo sistemato la lettiera di Omero. Appoggiai la gabbietta l accanto e la aprii, presi il gattino e lo deposi sulla sabbietta. C'erano tre cose che volevo imparasse a trovare da solo: la toilette, la ciotola della pappa e quella dell'acqua. Sapevo che i non vedenti si abituano a orientarsi contando i passi che separano, per esempio, il fornello in cucina dal tavolo in soggiorno. Pur non aspettandomi che Omero si mettesse a contare, supponevo che se avesse imparato a conoscere il resto della casa in relazione alla posizione di quei tre oggetti, avrebbe avuto maggiori possibilit di trovarli da solo.
Ero piuttosto preoccupata, sia del fatto che non riuscisse a localizzare la lettiera sia che non sapesse a che cosa servisse. Rossella e Vashti avevano immediatamente afferrato il concetto e non avevano avuto bisogno di ulteriori addestramenti, quindi non avevo idea di come abituare un cucciolo a usarla, e speravo di non dover nemmeno affrontare il problema.
Ma appena lo appoggiai nella sabbietta, Omero si accucci e fece pip, poi si mise a scavare come un forsennato per coprirla. "Bravo cucciolo", gli dissi. "Bravo!"
Dal bagno cominciai a camminare con passo deliberatamente pesante, verso la mia stanza, dove avevo sistemato le ciotole della pappa e dell'acqua esattamente al centro, poich pensavo che sarebbe stato pi probabile incapparci accidentalmente, nel caso in cui Omero non fosse stato in grado di ricordare dove si trovassero. Mi abbassai accanto alle ciotoline (non ero certa che il micetto fosse in grado di fiutare il cibo secco, quindi ne avevo preparato anche di umido), picchiettando il pavimento con le unghie e facendo il pss-pss-pssche era sempre servito ad attirare Rossella e Vashti.
Dopo aver terminato di sistemare la lettiera, Omero ne salt fuori e si diresse verso di me. Il musetto ciondolava a destra e a sinistra, procedeva a zampette storte, con l'andatura tipica dei gattini molto piccoli, e avanzava con passo malfermo, come se fosse leggermente ubriaco. Sebbene fossi piuttosto disordinata, quel giorno ero stata attenta a togliere qualunque oggetto estraneo dal pavimento, per ridurre al minimo la possibilit che il micetto inciampasse. Persino le scarpe erano state appoggiate sulla scrivania, e ora non c'era nessun ostacolo nei tre metri di spazio che ci separavano.
Ciononostante, all'inizio Omero sembrava confuso da tutto quello spazio vuoto attorno a s. La stanza era relativamente piccola, ma era ovvio che lui la percepisse enorme. Esit per qualche secondo, poi alz la testa e il suona sino si incresp nel tentativo di captare un sentiero odoroso. Ma il ripetuto picchiettare delle unghie sul pavimento parve rassicurarlo. Una volta compreso che quel suono aveva uno scopo, e che proveniva da me, trotterell veloce in linea retta e raggiunse la ciotola del cibo. Fin con il musetto nella pappa e ne mangi avidamente qualche boccone.
Non sapevo se l'acqua avesse un odore altrettanto percettibile per un gattino e non volevo che lui la trovasse accidentalmente. Ne avevo sistemato una ciotolina accanto al piatto dei croccantini, e mossi due dita nell'acqua. "Hai sete, micetto?"
Al rumore di quel lieve sciabordio, Omero sollev il musetto e lo inclin di lato. Poi infil una zampina nel piatto del cibo e cominci a lanciarlo nella ciotola dell'acqua. Il suono che produsse era quasi identico a quello che avevo fatto io, e lui volt il muso con espressione speranzosa e piena di orgoglio.
Scoppiai a ridere. "Non era esattamente quello che avevo in mente! Riproviamo."
Ritornai alla lettiera e chiamai Omero. Come prima, si diresse verso il suono della mia voce. Quando mi raggiunse, lo sollevai e lo misi nella vaschetta. Questa volta parve confuso. Ma non lo abbiamo appena fatto? Poi mi diressi di nuovo verso le ciotole del cibo, e ancora una volta lui mi segu e mangi avidamente la sua pappa.
Non capivo se trovasse questo esercizio divertente o se stesse facendo quello che pensava io volessi da lui. In ogni modo, decisi che fosse meglio allontanare l'acqua dai croccantini. Questa volta, quando mossi l'acqua con le dita, Omero raggiunse la ciotola e bevve. Notai che premeva cautamente la lingua contro il lato interno del recipiente, sorbendo poche faticose gocce alla volta. Ricordai di quando era caduto a faccia in gi dentro la scodella nell'ambulatorio veterinario e compresi la sua paura.
Il riquadro di sole che filtrava dalla finestra si era ormai tinto dei colori del tramonto. Udii l'auto di Melissa entrare nel vialetto. La porta di ingresso si apr e si richiuse, e poi sentii bussare delicatamente alla mia stanza. " qui?" chiese la mia amica a voce bassa senza entrare. "Posso vederlo?"
"Vieni", le risposi con il medesimo tono.
Melissa apr uno spiraglio, fece capolino e si guard attorno prima di aprire la porta quel tanto che bastava a far passare la sua figura snella.
Omero era intento ad annusare attorno al letto, ma quando sent l'uscio aprirsi si ferm di colpo. Volt la testa in quella direzione. Il nero totale del musetto, spezzato soltanto dal cono di plastica bianco che lo racchiudeva, lo faceva assomigliare al cuore vellutato di un girasole.
"Ohhhhhh", sussurr Melissa, portandosi le mani sulla bocca. " piccolissimo!" Mosse un passo verso di lui e Omero, incerto, indietreggi. "Posso accarezzarlo?"
Le feci cenno di venire a sedersi accanto a me. "Vediamo che fa", le dissi.
Ero curiosa di vedere che cosa sarebbe successo. Molti gatti sono timidi con gli estranei,  uno dei loro tratti caratteristici. E di certo Omero aveva un motivo in pi per essere diffidente con gli estranei. Quando lo avevo conosciuto, tuttavia, avevo anche capito che era pi socievole della media.
Eravamo alla prova del nove.
Melissa si sedette sul letto ed entrambe trattenemmo il respiro. Il gattino si avvicin lentamente a noi. "Va tutto bene", gli dissi. Sembrava non sapere bene come arrivare fino al punto da cui proveniva la mia voce. Tese una zampina esitante e sprofond con le unghie nel copriletto che pendeva fino al pavimento, tirandolo appena come per saggiarne la consistenza. A quel punto inizi ad arrampicarsi.
"Ehi, Omero", disse Melissa, battendo delicatamente sulla coperta accanto a s. "Vieni qui a salutarmi."
Il gattino attravers il letto con la sua tipica andatura a zampe larghe e testa ciondolante, il pelo ancora pi elettrico dopo la scalata. Tra sonore fusa, appoggi le zampine sulla gamba della mia amica e tese di nuovo la testolina verso l'alto, annusando l'aria attorno a s. Lei lo gratt delicatamente dietro le orecchie e sotto il mento e lui rispose premendole forte il muso contro la mano.
Confesso che Melissa mi aveva sempre un po' intimidita. Era una buona amica e un'ospite generosa, ma avevo la sensazione che ci fosse un che di severo e inflessibile in lei. Certo, dedicava alle cause no-profit persino pi tempo di me, ma a livello strettamente personale talvolta sapeva esseredura. Mal sopportava le mie paure quotidiane e i miei punti deboli, come se dall'alto della sua spensieratezza non avesse tempo di preoccuparsi dei fallimenti dei comuni mortali.
Ma mentre teneva Omero in braccio qualcosa in lei parve sciogliersi. Il suo viso si illumin di una luce che non avevo mai visto. Mentre guardavamo la fine di un vecchio film in TV, chiacchierando del pi e del meno, lei era tutta concentrata su Omero, che faceva le fusa soddisfatto acciambellato sulle sue ginocchia.
A un certo punto il gattino si diresse cautamente verso il bordo del letto. Quando lo raggiunse e la sua zampina tesa incontr il vuoto, si ferm, confuso. Il mio primo impulso fu di prenderlo e metterlo sul pavimento. Sarebbe cos semplice per me intervenire, pensai.
Omero, tuttavia, non pareva desideroso di ricevere assistenza, n da me n da nessun altro. Indietreggi acquattandosi appena e poi spicc un salto con tutta la forza che aveva in corpo. Atterr con una tale foga da finire a zampe larghe, il collare a cono picchi sul pavimento e rimbalz all'indietro. "Oddio!" esclamai. Ma il micetto stava benone. Gli ci volle un attimo per riprendersi, poi si mise a trotterellare in maniera scomposta verso la ciotola della pappa. Rimasi sorpresa ma molto compiaciuta nel notare che sembrava ricordare esattamente dove si trovasse, forse guidato dall'odore del cibo.
"Non sei preoccupata del suo passo malfermo?" chiese Melissa.
Mi ero allarmata eccome, quasi al punto da chiamare Patty. Invece risposi: "No. Credo... credo sia soltanto colpa di quel cono di plastica".
Ero decisa a negare di essere preoccupata, in quel modo irrazionale per cui affermarlo coincide con il non esserlo. Mentre pronunciavo quelle parole, per, compresi che probabilmente erano vere. Da principio avevo pensato che il cono fosse troppo pesante per Omero ed ero stata tentata di rimuoverlo. Ma poi mi ero resa conto che il problema non era il suo peso, ma il fatto che gli impediva di usare i baffi.
I gatti hanno due paia di "occhi": quelli veri e propri e le vibrisse (i baffi), che sono tre volte pi spesse rispetto al resto del pelo e le cui radici affondano molto pi in profondit, connettendosi direttamente al sistema nervoso. Sono una fonte costante di feedback sensoriale per l'animale: percepiscono le correnti d'aria e il movimento attorno a loro e avvertono la presenza di mobili, pareti e altri oggetti solidi, fungendo come una sorta di visione periferica estesa che contribuisce a mantenere l'equilibrio e a orientarsi.  anche grazie ai baffi se i gatti sono tanto abili nel vedere al buio.
Senza occhi e con i baffi bloccati, Omero era completamente cieco. Se avessi rimosso il collare, per, avrei corso il rischio che si strappasse i punti. Per quanto mi dispiacesse, decisi che sarebbe dovuto rimanere al suo posto ancora per un po'.
Melissa e io finimmo di guardare il film e poi io andai a dormire, anche se era presto. Omero mi segu in bagno, guidato dal mio odore o dal rumore che facevo, e si accucci accanto al lavandino mentre mi lavavo i denti. Us la lettiera ancora una volta, trovandola senza alcuna difficolt, poi venne con me in camera. Spensi le luci e mi distesi, pensando di metterlo sul letto, ma lui si stava gi arrampicando da solo. Da fuori non provenivano rumori e il silenzio era rotto soltanto dalla voce lontana di Melissa che chiacchierava al telefono e da Vashti che miagolava lievemente indignata fuori dalla porta (fino a quel momento, aveva sempre dormito con la mamma).
Omero si arrampic sul mio petto e dopo qualche giro in tondo si acciambell proprio sopra il mio cuore. Ero sul punto di addormentarmi quando percepii un prurito umido all'orecchio.
Aprii gli occhi ma nel buio non riuscii a vedere. Poi capii che Omero mi stava succhiando il lobo. Il lato esterno del cono di plastica mi premeva contro la guancia. Le zampine anteriori "impastavano" l'angolo del cuscino proprio dietro il mio orecchio e le sue fusa si erano affievolite, facendosi pi calme di quando Melissa lo aveva accarezzato poco prima.
Trattenni il respiro: se avessi accennato il minimo movimento, Omero avrebbe smesso di fare quello che stava facendo... ma avrebbe dovuto smettere, no? Mi sentii un po' sciocca. Se qualcuno fosse piombato in camera, avrei di sicuro avuto l'impulso di staccare Omero dall'orecchio sostenendo: Non  come sembra!
Era un'esperienza completamente nuova per me, qualcosa che n Rossella n Vashti avevano mai fatto. Era ovvio che Omero sentisse la mancanza della mamma e che, nonostante io e Patty cercassimo di convincerci che avrebbe dimenticato il trauma dei primi giorni di vita, a un livello profondo ricordasse di essere stato privato di qualcosa che gli sarebbe spettato di diritto.
Sollevai una mano per accarezzargli il dorso e le fusa aumentarono di intensit.
Compresi anche un'altra cosa. La fiducia di quel gatto aveva un significato importante. C'era una grossa differenza tra la fiducia di un gatto o di un animale in genere e quella di quel micino in particolare. Avevo troppo sonno per completare il concetto o articolarlo in modo logico, ma capii in quell'istante che era la stessa sensazione che avevo provato, senza neppure rendermene conto, dal primo momento in cui lo avevo preso in braccio dal veterinario.
Il mio ultimo pensiero cosciente fu che anche Melissa lo aveva capito, e per questo era stata molto pi dolce del solito mentre lo teneva in grembo.
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4. Il comitato "miciomicio"
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Ahi fra qual gente mi ritrovo io? Cruda, villana, ingiusta, o amica degli estrani, e ai dii sommessa?
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IL primo giorno con Omero era trascorso bene. Ciononostante, le mie apprensioni rimasero. Avevo avuto la sensazione che anche soltanto spostarsi dal bagno alla camera da letto fosse stato per lui motivo di ansia. Il picchiettare delle dita sul pavimento e il suono della mia voce lo avevano spinto a muoversi, ma avrei dovuto utilizzare quel metodo in eterno per farlo sentire a suo agio? La sua vita sarebbe stata una costante battaglia contro la paura e le limitazioni, come tutti sembravano pensare? La maggior parte delle persone che veniva a conoscenza della sua storia pareva dare per scontato che la sua esistenza sarebbe stata limitata dalla trepidazione e dalla disabilit.
Ma una delle prime cose di Omero che appresi il giorno seguente fu quanto il semplice risveglio mattutino lo mandasse in estasi. Notai che aveva dormito tutta la notte acciambellato sul mio petto, quasi senza muoversi. Scoprii anche che era ansioso di sincronizzare la propria routine quotidiana con la mia, dormire quando dormivo io, mangiare quando mangiavo io e giocare ogniqualvolta fossi in movimento. Per indole o per necessit, era un maestro nell'arte dell'imitazione.
Aveva una naturale propensione per la felicit. Ogni pi piccola cosa contribuiva a fare emergere la gioia che trovava in quel suo nuovo mondo, persino ci che di norma avrei classificato "anti-gatto". Il rumore del tritarifiuti, per esempio, o l'apocalittico guaito dell'aspirapolvere (suoni che terrorizzavano non solo Rossella e Vashti, ma tutti i cani e i gatti che fino a quel momento avevo conosciuto) lo facevano arrivare al galoppo. Le orecchie tese, il collare a cono sbatacchiato di qua e di l durante la corsa. Urr! Un suono nuovo! Che cosa sar mai? Posso giocarci oppure arrampicarmici sopra?
Ma niente lo elettrizzava pi del risveglio mattutino. Non appena aprii gli occhi quel giorno lui cominci a fare le fusa, una sorta di sommesso mormorio con un che di melodico, come il canto degli uccelli. Strofin il muso contro le mie mani con tale foga da perdere l'equilibrio e cadere sulla schiena, lottando a zampe all'aria contro il peso del cono. Si tir su con grande risolutezza e si arrampic sul mio grembo per appoggiarmi le zampine sul petto, sfregandomi il muso contro la faccia. Sentii la morbidezza del suo pelo e il pizzicore dei punti sulla pelle.
 fantastico! Io sono ancora qui e ci sei anche tu! Era cos piccolo che una mia carezza bastava a coprire tutto il suo corpo. Quando lo toccavo, lui affondava le minuscole zampette nella mia spalla nel tentativo di issarsi fino al mio orecchio, attaccarsi al lobo e ricominciare a succhiare.
"Immagino che tu abbia fame", dissi. "Vediamo se ti ricordi dov' la ciotola della pappa."
Mi misi a sedere sul letto e lo appoggiai per terra. Ebbi l'impressione di averlo colto alla sprovvista, perch inciamp e il musetto incastonato nel cono bianco colp il pavimento. Ma si riprese subito e si diresse sicuro verso la ciotola, e poi di corsa nella lettiera.
Scoprire che il cibo e la cassettina erano esattamente nello stesso punto in cui li aveva lasciati la notte precedente fu per lui un altro momento di beatitudine. Le melodiche fusa continuarono imperterrite; riuscivo a sentirle dall'altro lato della stanza.
...
La felicit di Omero, sorprendentemente, sembrava derivare proprio dal fatto che il suo mondo si era fatto molto pi grande. Non potendo vedere, il suo universo aveva le dimensioni dello spazio in cui si trovava, qualunque esso fosse. Certo, all'inizio era stato molto pi vasto di quanto non fosse ora: quando era appena nato, infatti, abbracciava l'intera citt di Miami e oltre, ma si trattava di un universo solitario, doloroso e incomprensibilmente pericoloso. Il sollievo dal dolore e dal pericolo erano giunti a caro prezzo e il suo mondo si era rimpicciolito fino ad assumere i confini della gabbietta nell'ambulatorio veterinario. Ma la casa di Melissa rappresentava un'infinit di occasioni, un immenso contenitore di odori e suoni.
Omero dimostr subito una tale riluttanza nei confronti della solitudine e un'altrettanto spiccata avidit di nuove scoperte che a partire da quel primo pomeriggio decidemmo di liberarlo dalla mia camera da letto, dopo esserci assicurate che Rossella e Vashti non fossero presenti.
Come per miracolo, accadde che all'interno di tutto quello spazio e di quelle possibilit Omero si sent al sicuro. Esistevano cose su cui poteva fare affidamento, malgrado le enormi dimensioni di tutto ci che lo circondava. Cibo e acqua erano abbondanti, reperibili nel medesimo posto ogni giorno. In quella sua nuova vita un inatteso frastuono rappresentava un'opportunit, non un pericolo. Poteva addormentarsi con la certezza che nessun predatore lo avrebbe attaccato durante il sonno e svegliarsi ogni mattina fra le braccia di qualcuno che lo amava.
Affermare che queste cose per lui avessero del miracoloso significherebbe voler rintracciare un'eccessiva somiglianza fra la mente di un gattino e quella di un essere umano. Se proprio devo essere sincera, poi, ero io quella che ragionava in termini di miracoli ogni volta che contemplavo ci che era stata e sarebbe potuta essere la sua vita se un capriccio del destino non ci avesse fatti incontrare. Ma la felicit di Omero era totale e tangibile. Quando la percepivo, vivevo momenti di gioia pura e irrazionale e, insieme, avvertivo il peso della mia responsabilit di alimentare ogni giorno la sicurezza che rendeva possibile quella gioia.
"Con me sarai sempre al sicuro, piccolino", gli mormoravo accarezzandolo mentre dormiva.
Dopo aver saputo di Omero, il padre di Melissa ci chiese se avevamo intenzione di prendere un cane guida per il nostro gatto cieco. Ovviamente stava scherzando, quella battuta per sollevava una questione importante: come avrei insegnato a Omero a orientarsi, garantendogli tutta la libert possibile in quel suo nuovo mondo allargato, ma riducendo al minimo i pericoli che da quello stesso mondo sarebbero potuti insorgere?
Avevo trascorso i giorni precedenti al suo arrivo pensando a come rendere la casa a prova di gattino cieco. Avevo comperato dei morbidi paraspigoli di feltro per i tavoli e i letti, dei blocchi per gli armadietti dei detersivi e delle chiusure per l'asse del gabinetto (temevo che se vi fosse caduto accidentalmente non ne sarebbe pi uscito) e avevo chiuso tutte le fessure dove avrebbe potuto infilarsi e rimanere intrappolato tra fili e prolunghe.
Era impossibile prevedere ogni dettaglio ma ero lieta di aver pensato a quelle cose per tempo, perch Omero era impaziente di impossessarsi di ogni angolo della casa. Diciamo che ero diventata io il suo "cane guida": seguiva i miei passi cos da vicino che se mi capitava di fermarmi all'improvviso, lui andava irrimediabilmente a picchiare il nasino contro le mie caviglie.
Da principio, pensai che Omero mi seguisse con tanta determinazione perch aveva paura di esplorare la casa per conto suo. Patty mi aveva messo in guardia sul fatto che, con tutta probabilit, sarebbe stato pi timido e meno indipendente dei gatti normali. "Ma non sapr di essere cieco", aveva aggiunto, "e gli altri gatti certo non andranno a dirglielo!"
Fu ben presto chiaro, tuttavia, che Omero non mi seguiva in modo tanto ostinato perch era spaventato dall'idea di un'esplorazione solitaria. Si trattava molto semplicemente del modo pi efficace per imparare a orientarsi, per scoprire dove si celassero gli insidiosi spigoli sempre pronti a tendergli delle trappole. Dimenticare un paio di scarpe o un ombrello bagnato sul pavimento non era soltanto un atto di negligenza ma diventava un vero e proprio attentato nei suoi confronti. Io ero in grado di evitare piccoli oggetti che di giorno in giorno cambiavano di posto, ma Omero, che camminava in perenne linea retta seguendo le mie orme ovunque andassi, sarebbe inciampato e si sarebbe domandato confuso perch un sentiero che fino al giorno prima era stato sicuro, oggi non lo fosse pi. Questo ostacolo era qui ieri? Non me ne ricordo affatto. Ammetto che per natura ho sempre avuto un concetto di ordine molto elastico. Ma vivere con Omero richiedeva disciplina e ben presto appresi le regole dell'ordine.
Oltre a non sapere di essere cieco, era evidente che Omero non fosse stato informato del suo status di "diversamente abile". Ficcava il naso dappertutto, immischiandosi in qualunque cosa stessi facendo. Se mettevo ordine in un armadio, lui mi era accanto intento a farsi strada fra scatoloni e pile di vecchi vestiti. Se mi preparavo un panino, scalava come un fulmine i miei jeans (a tutt'oggi, non c' nulla su cui ami arrampicarsi di pi) per saltare sul pianale della cucina. Se ero seduta sul divano, mi saliva sulla testa e l stava acciambellato per tutto il tempo in cui riuscivo a rimanere immobile. Una sera, osservando il nostro riflesso - io e Omero, con il suo cono di plastica al collo - mi parve di vedere una specie di cyborg met umano e met satellite. Come spesso accade ai gattini, di frequente si addormentava nel bel mezzo di un'attivit, una zampina serrata attorno a un pezzetto di carta rubato o alla ciotola della pappa, come il personaggio di una fiaba caduto sotto un incantesimo.
Le infaticabili esplorazioni alle mie calcagna gli insegnarono a conoscere casa nostra con rapidit sorprendente. Io e Melissa rimanemmo stupefatte nello scoprire come, dopo soltanto un paio di giorni, le uniche occasioni in cui Omero andava a sbattere contro qualcosa erano i momenti che avevamo battezzato "indiavolati", quando cominciava a girare vorticosamente su se stesso fino a perdere la concezione dello spazio in cui si trovava. Allora si sentiva riecheggiare per tutta la casa il bong! del cono che entrava in collisione con una parete? la gamba di un tavolo.
Esisteva un'unica limitazione alla libert, e alla conseguente felicit diOmero, e riguardava le sue abitudini alimentari. Melissa e io ci rendemmo conto della necessit di imporre un po' di rigore la prima volta che preparammo da mangiare in sua presenza. Avevamo appena preso posto sul divano per una cena informale, quando Omero mi balz accanto e senza tante cerimonie infil voracemente il muso nel mio piatto.
Era evidentemente un comportamento inaccettabile e decisi di stroncarlo sul nascere. Presi il gattino e lo misi sul pavimento. "No, Omero", dissi con un tono che lasciava poco spazio alla discussione.
Lui cominci a muovere la testa avanti e indietro in un modo che mi sarebbe presto diventato familiare (stava cercando di capire dal tono della mia voce che cosa volessi da lui), prima di rispondere con un supplicante miaauuu. Alzandosi sulle zampe posteriori ripet, questa volta indignato: miaauuu!
Io e Melissa non potemmo fare a meno di ridere ma rifiutammo di cedere. "Ho detto no!" ripetei.
Omero si rimise seduto per un istante con il muso rivolto verso di noi, come in attesa di un segno di clemenza. Poi, con un piccolo sospiro, si diresse verso la sua ciotola nella stanza accanto. Non volete darmela vinta, eh? Tanto io ho la mia buonissima pappa qui dietro l'angolo...
...
Fu la prima lezione di disciplina e impartirla fu particolarmente difficile anche a causa dell'indulgenza dei nostri amici pi cari, che vennero a trovarci ansiosi di conoscerlo. Se c'era una cosa che Omero amava con viva passione era fare nuove conoscenze. E se c'era una cosa che le persone che lo incontravano amavano fare era concedergli qualunque cosa desiderasse. All'improvviso il micetto divenne parte di una famiglia allargata che io e Melissa battezzammo il comitato "miciomicio", formata da una schiera di padrini accondiscendenti, felicissimi di passargli di nascosto pezzetti di tonno, tacchino o polpette. E poi lo inondavano di giocattoli: giocattoli che suonavano, ronzavano, trillavano, ancora pi allettanti proprio perch udibili. Tutti, me inclusa, pensavamo che un gattino cieco avrebbe trovato irresistibili campanelli e fischietti, e non giochi che puntavano su stimoli visivi come piume o ninnoli.
Omero aveva bisogno che si seguisse una sorta di cerimoniale quando arrivava una persona nuova, altrimenti tendeva a mostrarsi insicuro. Con i baffi intrappolati in quel cono che ancora portava, gli era quasi impossibile percepire il movimento attorno a s e per questo sussultava sempre quando sentiva una mano diversa dalla mia, spuntata apparentemente dal nulla, appoggiarsi sulla testa o sul dorso.
Mettemmo quindi a punto un rituale per le presentazioni: io stringevo la mano al nostro ospite e insieme le portavamo sotto il naso di Omero, in modo che potesse sentire il mio odore familiare mescolato a uno nuovo. Una volta capito che quella persona aveva il benestare della mamma, Omero si lanciava alla scoperta del suo nuovo amico. Qualunque genere di contatto fisico era fonte di gioia infinita per lui, molto pi sensibile da questo punto di vista rispetto agli altri gatti: amava strofinare il muso, acciambellarsi, strusciarsi e farsi toccare il pi possibile.
La cosa che i nostri ospiti trovavano pi sorprendente era la sua capacit di capire immediatamente se conosceva gi chi si trovava di fronte oppure no. "L'ho visto solo cinque minuti", not un amico quando, nel corso di una seconda visita, Omero gli and dritto incontro e gli salt in braccio. "Come fa a sapere chi sono se non pu nemmeno vedermi?"
"Be', sente il tuo odore", risposi. I gatti in effetti tendono a riconoscersi fra loro pi attraverso l'odorato che la vista, e questa abilit in Omero era semplicemente pi sviluppata.
Tanto affascinante quanto il superodorato era l'abilit di sentire suoni che nessuno, neppure gli altri gatti, a quanto pareva, riusciva a cogliere. Ricordo che una delle nostre amiche, ansiosa di mettere alla prova l'accreditata teoria per cui la privazione di uno dei sensi porta allo straordinario affinamento degli altri, cominci a muovere una mano nell'aria a parecchi metri da Omero, che dormiva in braccio a me. Non appena la mano prese a ondeggiare, lui drizz il muso, allert orecchie e naso e cominci a girare la testa attorno. Di per s non era una reazione tanto insolita, le orecchie e il naso di Omero erano sempre al lavoro quando era sveglio. Ma il "suono" delle correnti d'aria che si muovevano attorno alla mano aveva raggiunto le sue orecchie con forza sufficiente da svegliarlo.
Balz immediatamente sul pavimento e prese a dondolare la testa su e gi, in perfetta sincronia con i movimenti della nostra amica. Attravers il soggiorno, punt dritto verso di lei e allung implorante le zampe contro le sue gambe inarcando testa e collo. Che cos' che fa questo rumore? Fammi sentire! Ridendo, lei abbass la mano perch Omero la annusasse e poi lo gratt sotto al mento mentre lui faceva le fusa con sonora soddisfazione.
La gente era istintivamente gentile nei suoi confronti. La sensazione che avevo avuto quella prima notte insieme, quando avevo compreso che guadagnare la sua fiducia aveva un valore speciale, era evidentemente condivisa anche dagli altri.
Un'amica una volta mi chiese come mai le storie di eroi a quattro zampe siano tanto coinvolgenti: gatte che traggono in salvo i propri cuccioli da un edificio in fiamme, o cani che percorrono decine di chilometri nel deserto per riunirsi al soldato che li ha nutriti...
Non avevo una risposta pronta e mi limitai a dirle che anch'io amavo quelle storie. Qualche giorno pi tardi, tuttavia, mi venne in mente che forse le amiamo perch sono la prova pi concreta che abbiamo dell'esistenza di un ordine morale oggettivo oppure, per dirla con altre parole, sono la testimonianza pi concreta dell'esistenza di Dio.
Questi racconti sembrano dimostrare che i valori importanti della vita, quelli che ci commuovono di pi - l'amore, il coraggio, la lealt, l'altruismo - non sono frutto della fantasia. Riconoscerli in altri animali prova che sono reali, che esistono indipendentemente da ci che gli esseri umani inventano e si raccontano sotto forma di favola o mito.
La cecit di Omero non gli conferiva qualit "mistiche". Non lo rendeva pi perspicace o in grado di giudicare il carattere delle persone meglio di qualunque altro animale. Ma di certo tirava fuori il meglio da quanti aveva attorno.
I nostri amici sapevano che la coppia che l'aveva portato dalla mia veterinaria aveva insistito perch fosse soppresso e che una folta schiera di altri candidati si era rifiutata di adottarlo. Questo creava inequivocabilmente due fronti avversi: "noi" e "loro". Essere uno di "noi", comprendere quanto Omero fosse speciale, mostrargli pi affetto e accettarlo nonostante le sue diversit significava essere persone migliori rispetto ai "loro" che lo avevano respinto. Omero, dal canto suo, era grato di ogni briciola di attenzione che riceveva da chi gli stava intorno.
 risaputo che i gatti sono cacciatori solitari, espressione con cui la scienza definisce ci che chiunque  in grado di osservare: la loro spiccata indipendenza, la tendenza a stare sempre sulla difensiva, la necessit di avere dei momenti di "solitudine", caratteristiche che i cani generalmente non hanno.
I cani randagi si riuniscono in branchi, i gatti cacciano da soli o costituiscono blande aggregazioni sociali basate sul rispetto dei reciproci territori pi che sulla cooperazione per procacciarsi il cibo.
Omero invece  sempre stato un animale da branco poich aveva istintivamente compreso, pi di ogni altro gatto, che la sua sicurezza dipendeva dal numero. Gli esseri umani divennero il suo branco. Io ero il capo e chiunque gli presentassi veniva accettato automaticamente. Tutti pensavano che sarebbe stato cauto e riluttante nell'aprirsi agli altri ma la sua natura lo spingeva a fare amicizia, a saltare in braccio, a fare le fusa e strofinarsi affettuosamente al primo accenno di solidariet.
Ricordo che qualcuno una volta mi fece notare, mentre districavo Omero, visibilmente allarmato, da uno scialle nel quale era rimasto impigliato, quanto fossi paziente con lui. Rimasi colpita perch era la prima volta che qualcuno mi definiva cos. Non che non fossi in grado di essere paziente. Ma di certo, quando capitava, era perch mi sforzavo (Ok... adesso conta fino a dieci...), come ci si impone di fare qualcosa che non  nella nostra indole.
Ma con Omero mi veniva naturale. Non mi dovevo sforzare.
Da parte sua, Omero non era un granch come filosofo. Aveva semplicemente la consapevolezza di essere felice e amato.
E avrebbe continuato, nel corso degli anni, a stupirmi e meravigliarmi.
Le cose pi sorprendenti, per, erano quelle che non faceva. Quelle che accadevano attorno a noi solo perch lui era l.
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5. Il nuovo arrivato.
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Un supplice straniero ad uom, che punto scorga diritto,  di fratello in vece.
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PER tutto il tempo in cui Omero ebbe i punti e port il cono, dovemmo tenerlo separato da Rossella e Vashti. La logistica necessaria per tenerli lontani - concedendo a lui il tempo e lo spazio per ambientarsi nella nuova casa e garantendo a loro una giusta dose di libert, rassicurandole che nessuno aveva smesso di amarle soltanto perch era arrivato un gattino nuovo - fu persino pi complicata di quanto sembrasse in teoria. Quando Melissa era a casa, a volte davo a Rossella e Vashti libert totale, mentre Omero rimaneva chiuso nella camera della mia amica. Quando Omero, o Melissa, o entrambi si stancavano del confinamento, mi affrettavo a chiudere le gatte nella mia stanza e permettevo al nuovo arrivato di scorrazzare. E se le due micie erano ancora l quando era ora di andare a dormire, le facevo uscire in modo che Omero potesse passare la notte con me.
Con il trascorrere dei giorni, cominciai a sentirmi come il marito fedifrago di una commedia romantica, che in un costante aprirsi e chiudersi di porte, fa del suo meglio per evitare che moglie e amante incappino l'una nell'altra. Arrivammo al punto in cui lo scricchiolio della porta di una camera da letto provocava in Rossella e Vashti sguardi tristissimi. Lo sappiamo, lo sappiamo... dobbiamo andare di l...
La situazione fu molto pi dura per Vashti, che aveva da poco compiuto un anno. Era una gatta estroversa che amava la compagnia, soprattutto la mia. Non mi era mai stata alle calcagna come Omero, ma prima del suo arrivo mi seguiva sempre di stanza in stanza e dormiva sul cuscino acciambellata attorno alla mia testa. Dopo pi di una settimana di drastica separazione, cominci a dare segni di insofferenza.
Rossella invece era sempre stata pi solitaria. Aveva due anni, ed era il tipico animale che chi non ama i gatti prenderebbe a esempio per dimostrare le proprie teorie: altezzosa e indipendente fino all'asocialit, si irrigidiva come un paletto se chiunque a parte me cercava di toccarla, accarezzarla o avvicinarsi a lei. La povera Rossella aveva un grave problema sul fronte delle pubbliche relazioni. Persino la mia migliore amica del college, Andrea, la definiva "quell'antipatica scontrosa".
Io mi calavo nei panni di chi vuole difendere a tutti i costi una relazione con un uomo violento: Tu non capisci com' veramente! Non sai quanto  dolce quando siamo sole! Ed era vero. Rossella in realt sapeva essere affettuosa e coccolona, amava rincorrere palline di carta e giocare a nascondino. Aveva persino imparato a giocare con Vashti, anche se soltanto quando le andava. In linea di massima, per, voleva essere lasciata tranquilla. Essere costantemente rinchiusa a chiave quando Omero era nei paraggi non la rattristava pi di tanto, ma di certo offendeva il suo orgoglio. Come se desiderassi avere a che fare con quello sgorbietto, sembrava voler dire.
La parte pi difficile di quella separazione forzata era che mi vedevo costretta a confinare Omero in bagno quando andavo a lavorare, per paura che i suoi punti corressero dei rischi se si fosse trovato in compagnia delle due gatte. Allora lui si metteva a piangere: non il sonoro miagolio di protesta di un micio confinato contro la sua volont, ma l'urlo lacerante di un animale in preda al terrore pi puro. Per quanto fosse coraggioso, la sola cosa che gettava Omero nel panico pi profondo era rimanere isolato. Ed era un terrore comprensibile, in effetti, poich l'istinto gli diceva che il suo tallone d'Achille era non rendersi conto di una possibile aggressione e tale eventualit sarebbe stata molto pi probabile se si fosse trovato tutto solo. La solitudine, insomma, era per lui una condizione innaturale. Gli preparai persino una cuccia con alcuni vestiti vecchi, in modo che potesse sentire il mio odore, e gli sistemai accanto una radiolina, ma non bast a placare la sua agitazione.
Dovevo ricorrere a tutta la mia forza di volont per non farlo uscire. Il mio primo impulso sarebbe stato di aprire la porta, precipitarmi nel bagno, prenderlo in braccio e rassicurarlo che con me non gli sarebbe mai capitato niente di brutto. Il pensiero di ci che aveva probabilmente provocato la sua paura mentre vagava solo, cieco e indifeso per le strade della citt mi tenne sveglia pi di una notte, spingendomi a stringerlo pi forte al petto mentre affondavo il viso nel tepore del suo pelo.
Infine, dopo una settimana nella nuova casa, venne il gran giorno in cui i punti caddero. Anche il cono, dunque, sarebbe stato rimosso. Omero avrebbe potuto cominciare a lavarsi da solo invece di farsi pulire il sederino dopo che aveva usato la lettiera. E non avrebbe mai pi dovuto rimanere da solo.
"Potresti rimpiangerlo, sai", gli dissi mentre ci dirigevamo in auto verso l'ambulatorio veterinario, immaginando il probabile benvenuto che Rossella gli avrebbe riservato.
Miaauuu! mi rispose lui dalla sua gabbietta sul sedile posteriore.
...
Liberarsi del cono di plastica fu per Omero un motivo di pura estasi. Non appena tornati a casa, si precipit sul tappeto del soggiorno dove si distese sul dorso e cominci a rotolare da una parte all'altra, incredulo di potersi muovere senza limitazioni.
Rossella e Vashti entrarono nella stanza con cautela, aspettandosi da un momento all'altro di venire nuovamente rinchiuse, o forse sospettose del nuovo arrivato. Omero smise all'istante di rotolare, balz sulle zampe e si volt verso le sue sorelle.
Sapevo bene che non era un gigante, in fondo non aveva ancora compiuto sei settimane, ma quando lo vidi fra Rossella e Vashti mi parve un nanetto. Trattenni il respiro mentre le due gatte lo annusavano a turno con fare inquisitorio, allontanandosi e stringendo gli occhi se Omero tentava di fare lo stesso. Quando sollev un'inerme zampina con fare giocoso, le gatte indietreggiarono. Rossella alz a sua volta una zampa e lo colp sulla testa, a indicare chiaramente che doveva rimanere buono e a cuccia finch non avessero terminato l'ispezione. Omero si acquatt appena, cercando di rannicchiarsi il pi possibile.
Vashti lo annus dietro alle orecchie ancora un po', poi cominci a leccarlo delicatamente sulla testa. Fui incoraggiata da quel gesto, come parve esserlo anche Omero. Sollev nuovamente il muso per annusare il naso e i baffi di Vashti e alz ancora la zampina nel tentativo di toccarla. Sorpresa dal contatto, la gatta balz all'indietro e continu a osservare Omero a distanza di sicurezza.
Rossella, nel frattempo, si era stancata e si diresse lentamente verso Vashti. Dopo un momento di esitazione, Omero mosse qualche passo incerto nella loro direzione. Quando Rossella se ne rese conto si affrett verso la porta della mia camera da letto, non avendo alcuna intenzione di permettere al micetto di raggiungerla.
"Non preoccupatevi, ragazzi, vi abituerete presto a stare insieme", dissi con pi convinzione di quanta ne provassi.
Ne dubito, indicava l'espressione sul muso di Rossella, che acceler vistosamente il passo.
...
La gente mi domanda di continuo se Rossella e Vashti sanno che Omero  cieco. Io penso che la cecit sia un concetto troppo astratto perch un gatto riesca a coglierlo, cos quel che di solito rispondo  che le mie gatte si resero subito conto che Omero era diverso, probabilmente goffo dal loro punto di vista, in un certo senso maleducato e non molto convincente come gatto, ma con il tempo hanno imparato ad accettarlo per quello che . Di certo non capivano quando, per esempio, quel gattino maldestro saltava sul divano e atterrava suo malgrado sopra una delle loro teste addormentate, per poi indietreggiare in tutta fretta non appena si rendeva conto che il posto era gi occupato. Non vedeva che qualcun altro stava gi dormendo l? In quelle circostanze Vashti e Rossella facevano smorfie infastidite e mi lanciavano occhiate come a dire: Ma che cos'ha il pivellino?
Omero, poi, era molto pi scatenato di loro. Le gatte avevano un gioco preferito, ideato da Rossella con la compiacenza divertita di Vashti, che consisteva in questo: quando lei era voltata sul dorso o comunque distratta, Rossella le balzava addosso dandole qualche zampata sul muso con le unghie rigorosamente ritratte (condizione essenziale per il gioco). L'altra reagiva alla stessa maniera e le due si lanciavano in un vero e proprio combattimento, colpendosi fino a che Vashti, secondo l'opinione di Rossella, tirava una zampata di troppo. Allora la sorella maggiore appiattiva le orecchie e inarcava leggermente il dorso, indicando all'altra che era tempo di finirla. Una volta che Rossella aveva dichiarato il game over, le due gatte se ne andavano placide ciascuna per la propria strada.
Omero era un maschio e non era granch portato per questo genere di sottigliezze femminili. Desiderava lanciarsi in battaglie all'ultimo sangue, vivere il fiero dramma della perseveranza e del trionfo anche quando le possibilit di vittoria erano quasi inesistenti. Il gioco perfetto secondo lui non aveva niente a che fare con una zampata e via. Il suo passatempo preferito era balzare addosso a Rossella e Vashti alle spalle e buttarle a terra mentre loro si dimenavano furiosamente, affondando denti e unghie ovunque riuscissero ad arrivare.
Non intendeva far loro del male e si ritraeva sempre confuso e allarmato se una delle due miagolava di dolore o di rabbia. Ma per quanto ne sapeva, tutto ci che sfuggiva alla sua presa poteva svanire per sempre nel buio vuoto che lo circondava.
Omero non riusciva a comprendere che qualunque giocattolo, dal topolino di gomma al corpo di un altro gatto, sarebbe stato ancora l una volta sottratto al suo tocco. Se gli facevo ciondolare un cordino davanti al naso perch lo afferrasse, un gioco che le gatte amavano molto, lui percepiva la corda ma "attaccava" sempre la mia mano, affondando le unghie nella carne per evitare che tutto quanto svanisse nel nulla. Il medesimo istinto che lo spingeva ad arraffare quanto pi possibile quando si trattava di condividere i giocattoli con le sorelle. Se per esempio stavano giocando per conto loro con una palla, Omero vi balzava sopra e la serrava stretta fra gli artigli per evitare che rotolasse nell'infinito. Questo faceva inevitabilmente allontanare le gatte (era evidente che il piccoletto si fosse accaparrato tutta l'azione), mentre Omero rimaneva da solo con la palla fra le zampe e un'espressione perplessa dipinta sul muso. Ehi, ma non volete pi giocare?
Le sue aggressioni non erano certo malintenzionate. Passai molte ore a insegnargli a ritrarre le unghie, incoraggiandolo a giocare con me per poi sentenziare un severo "No!" e interrompere l'attivit quando graffiava, ma il poverino non riusc a conquistare le sorelle.
La cosa che pi sorprendeva Rossella e Vashti, che pesavano rispettivamente cinque e quattro chili, era che Omero non si stancava mai di dar loro la caccia, o almeno di provarci. Di certo, se fosse stato in grado di vedere quanto fossero grosse, una simile idea non lo avrebbe neppure sfiorato.
Ma Omero probabilmente non aveva nozione del concetto di dimensioni relative. Poteva anche essere un gattino di sei settimane dal passo ancora incerto, ma agli occhi della sua mente apparteneva alla famiglia dei felini di grossa taglia, una pantera, forse, o un puma.
I suoi sforzi di giocare al grande cacciatore di rado sortivano gli effetti desiderati. Poteva saltare addosso a Vashti tutte le volte che desiderava, ma solo perch lei, dopo una vita di sottomissione al volere della sorella maggiore, aveva adottato una filosofia di resistenza passiva. Omero le balzava sul dorso, un batuffolino nero in cima a una montagna bianca, mordicchiandole il collo nel vano tentativo di spingerla a reagire o perlomeno a fare qualcosa, accidenti!
Ma Vashti si limitava a starsene pazientemente distesa mentre Omero si dimenava come un indemoniato, rivolgendomi un'espressione che pareva voler dire: Oh, per l'amor del cielo!
Rossella, al contrario, non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno ed era sempre pronta ad attaccar briga. Era la nemesi di Omero, l'arcinemico. La sconfitta finale di Rossella rappresentava per lui la pentola colma d'oro alla fine dell'arcobaleno, e io credo che il sogno della sua vita fosse sottometterla una volta per tutte.
La volont di certo non gli mancava, ma le sue tattiche erano tristemente inadeguate. Omero aveva tutti gli istinti di un gatto normale quando si trattava di arrivare di soppiatto e acquattarsi prima di un attacco. Purtroppo non riusciva proprio a capire che, acquattandosi dietro niente, era come se si facesse annunciare da squilli di tromba. Il dramma che si svolgeva quando il micetto si metteva in testa di tentare l'ennesimo assalto a Rossella era uno spettacolo teatrale. Si accucciava nella posizione di caccia e muoveva qualche silenzioso passo nella direzione della gatta. Poi si fermava. Ancora rannicchiato, faceva quattro o cinque passi di corsa. Poi si fermava. Ripeteva la sequenza, lento-veloce, lento-veloce, "facendo la posta" a Rossella proprio sotto al suo naso.
Mi sembrava quasi di sentirla sospirare alzando gli occhi al cielo. Ancora?
Sul muso le si disegnava sempre un'espressione di perplessit mista a disprezzo, come se stesse osservando una nuova specie di idiota. Aspettava che lui si avvicinasse abbastanza da saltare, dimenando il sederino in gioiosa anticipazione di quello che senz'ombra di dubbio sarebbe stato il suo momento di gloria, e poi, con uno sdegno distratto che sfiorava la noia, lo colpiva sulla testa con la zampa, rendendo dolorosamente ovvio che sapeva dove lui si trovasse sin dal principio. Allora Omero si metteva a sedere confuso (Che cosa  andato storto stavolta?), e Rossella si voltava e si dirigeva con fredda alterigia nella stanza accanto, muovendo la coda come a dire: Adesso basta.
Rendendosi forse conto della futilit di quei tentativi, a volte cercava di attaccarla in volo. Un pomeriggio, vidi una macchia grigia sfrecciarmi sotto al naso alla velocit della luce, seguita da Omero lanciato in un folle inseguimento, per quanto le sue zampette glielo permettessero. Non potei fare a meno di ridere alla visione di un micetto di poco pi di due etti che dava la caccia a una gatta di cinque chili. Rossella si mise al sicuro balzando sul ripiano della cucina, e rivolse uno sguardo furente a Omero che stava tentando invano di scalare il mobile per raggiungerla.
Omero non riusc mai a prenderla, ma pi di una volta ci and vicino. Mi capit spesso di imbattermi in Rossella che si leccava lamentandosi su un bracciolo del divano, e a pochi centimetri vedevo il piccolino accucciato, con un ciuffo di pelo grigio in bocca.
"Omero, stavi per caso dando la caccia a Rossella?" gli chiedevo in tono severo.
Allora lui si voltava verso di me con espressione vacua e innocente, inconsapevole del fatto che potevo vedere la prova del reato che ancora gli pendeva dal muso. Chi, quella?  un po' che non la vedo in giro...
Il povero Omero non era animato da cattive intenzioni, in verit; non voleva fare del male a nessuno. Era un cucciolo e voleva giocare. Era cieco e voleva assicurarsi che chiunque stesse giocando con lui non scappasse via. Perch Rossella e Vashti non lo capivano? Furono molte le volte in cui lo trovai abbandonato dalle due compagne, con le orecchie dritte e il musetto che girava da una parte e dall'altra, cercando disperatamente di cogliere il minimo suono che gli indicasse dove fossero finite. Allora emetteva un debole miao? come se stesse giocando a mosca cieca da solo, in attesa di una risposta che non arrivava mai. Ehi, ma dove vi siete cacciate?
"Sai, con tutta probabilit giocherebbero con te molto pi volentieri se tu non fossi tanto violento con loro", gli dicevo. Il tono compassionevole della mia voce lo faceva avvicinare per una dose di coccole e grattini. Perch non mi trovano simpatico, mamma? Ma il consiglio, ahim, cadeva sempre nel vuoto.
Da vera sorella maggiore qual era, Rossella fin tuttavia con l'esercitare su Omero un'influenza molto istruttiva, incoraggiandolo a sviluppare la capacit di arrampicarsi e saltare, visto che lui faceva tutto il possibile per starle dietro. Se Rossella riusciva a scalare un tiragraffi alto due metri, perch non doveva riuscirci anche lui? Se Rossella riusciva a saltare su una scrivania o su una cassettiera, allora non vi era ragione per cui non potesse arrampicarsi fino in cima, anche se non era capace di raggiungerla con un solo balzo, come lei.
Sotto molti punti di vista Omero era il classico fratellino minore che voleva attirare l'attenzione delle sorelle pi grandi, le quali, a dire il vero, erano molto pi interessate a giocare fra loro e lo consideravano, nella migliore delle ipotesi, un "piccoletto" fastidioso. Ma come tutti i fratelli minori, lui imparava per imitazione, sperimentando l'impensabile e apprendendo pi velocemente di quanto non avrebbe fatto da solo.
Di solito rimaneva assieme a Rossella se io non ero in casa. Quando non era possibile acciambellarsi accanto a me per un sonnellino, Omero trovava pi sicuro scavarsi un angolino vicino a lei. Penso che, nella sua mente, la gatta fosse la presenza pi forte della casa dopo la mamma, seppure anche la "pi cattiva", o forse proprio per questa ragione. Quando non attraversava uno dei suoi momenti iperattivi, si dimostrava sorprendentemente rispettoso nei confronti della gatta.
L'unione fa la forza! sembrava pensare mentre si acciambellava (era la sua posizione prediletta, non ha mai dormito "spaparanzato" su un fianco o sulla schiena) dove Rossella stava schiacciando un pisolino, abbastanza vicino per sentirsi protetto ma a una giusta "distanza di cortesia".
Rossella apriva un occhio e lo guardava con indulgenza per un momento, prima di ritornare al suo sonnellino. Non tirare troppo la corda, ragazzino!
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6. Il sesto senso delle mamme.
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Bramava, e offrir sacre ecatombe, il fiero
sdegno a placar dell'oltraggiata diva.
Stolto! che non sapea ch'erano indarno:
quando per fumo d'immolati tori
mente i numi non cangiano in un punto.
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FORSE cominciarono con il sacchetto di plastica. Le mie eccessive preoccupazioni, intendo.
Come molte neomamme, scoprii di essere dotata di occhi anche dietro la testa quando si trattava di Omero, e pure di un altro paio di orecchie e di un sesto senso per sapere dove si trovasse, che cosa stesse facendo e quali fossero i suoi bisogni in qualunque momento.
Queste mie capacit si erano raddoppiate da quando non aveva pi i punti e aveva preso a girovagare per casa dietro a Rossella e Vashti. Ben presto non si accontent pi di seguire semplicemente le loro orme ma cominci a escogitare malefatte tutte sue. A volte mi capitava di perderlo di vista per qualche minuto per poi ritrovarlo nei posti pi impensati: a ciondoloni sopra una mensola della libreria (come accidenti era arrivato lass?) o incuneato nell'angolo dell'armadietto del bagno, dopo essere riuscito a forzare lo sportello.
La sua nuova passione era scalare per tutta la loro lunghezza le tende del soggiorno, come una specie di Spider-Man. "Omero!" gridavo quando lo scoprivo appeso come un salame a due metri di altezza. Allora lui cominciava a dondolare finch non riusciva ad afferrare le tende con tutte e quattro le zampe e poi saliva pi velocemente possibile per allontanarsi dalla mia portata.
Guarda, mamma! A occhi chiusi!
Nei miei momenti di riflessione, pensavo che ci fosse un che di ammirevole nel modo in cui Omero si arrampicava ovunque, senza avere la minima idea di quanto stesse salendo in alto n di come sarebbe ridisceso a terra senza farsi male. Di certo dimostrava grande sprezzo del pericolo.
Ma per quanto eccezionale fosse, mi faceva una gran paura.
Ogni genitore conosce quei momenti in cui ci si rende conto all'improvviso di non aver pi visto il proprio figlio nell'ultimo quarto d'ora. Ti maledici di esserti concentrato tanto su un'altra cosa da averlo perso di vista. Dove si  cacciato? E se gli fosse successo qualcosa? Perch non ho fatto pi attenzione?
Era diventata per me una questione di orgoglio insistere che Omero fosse un gattino perfettamente normale. Anzi, mi sarei mangiata chiunque avesse anche solo suggerito che avesse bisogno di cure "speciali": sostenevo rabbiosamente che fosse in grado di badare a se stesso proprio come le mie altre due gatte o qualunque altro felino del mondo. Quando la gente mi domandava se e come un gattino cieco era in grado di trovare la lettiera, io rispondevo che Omero non solo era in grado di trovare la lettiera, ma sapeva anche saltare sul ripiano della cucina e aprire l'armadietto, distinguendo una scatoletta di tonno (che amava) da una di passata di pomodoro (che gli era indifferente), sebbene fossero entrambe sigillate. Sondava il contenuto del pensile, spostando ogni altro genere di cibo in scatola fino a che non identificava il pesce e poi usava zampe e muso per tirarlo fuori e farlo cadere sul piano di lavoro. Voglio mangiare questo!
Dietro alla mia giusta indignazione e all'insistenza con cui dicevo di non dover badare a Omero pi di quanto facessi con Rossella e Vashti, tuttavia, si celava una verit differente: Omero non era come gli altri gatti e io mi preoccupavo per lui pi che per le mie due gatte.
Era una paura solo mia, per. Mi era stato predetto che la cecit lo avrebbe reso pi esitante e meno indipendente di un gatto normale. In realt era vero il contrario. Proprio perch Omero non era in grado di vedere i pericoli del mondo attorno a lui, viveva nella beata inconsapevolezza della loro esistenza. Che differenza c'era fra l'arrampicarsi su un divano alto un metro e delle tende lunghe tre se in ogni caso non potevi vedere quanto stavi salendo in alto? E che differenza c'era fra il saltare gi dall'uno o dalle altre quando ogni balzo che spiccavi si basava soltanto sulla cieca fiducia in un invisibile punto di atterraggio?
Purtroppo non si poteva, con un colpo di penna, riscrivere la storia di Omero e restituirgli la vista. Come ho gi detto, l'unica paura incondizionata che conosceva era la solitudine. Fintanto che c'era qualcuno con lui, che fossi io o le sue sorelle feline, Omero ignorava che al mondo esistessero altre cose che avrebbero potuto fargli del male.
Il che ci riporta al sacchetto di plastica.
Era un pomeriggio d'autunno inoltrato e Omero aveva circa quattro mesi. Aveva perso l'andatura incerta da cucciolo e il suo pelo era diventato molto pi liscio; dal dorso ai folti e lunghi baffi, era di un intenso nero onice. Cresceva, tuttavia, con maggiore lentezza rispetto alle mie gatte e questo mi preoccupava. Patty mi assicur che i gattini, al pari dei bambini, crescono con tempi diversi. Era chiaro, poi, che Omero fosse destinato a rimanere un animale minuto e dall'ossatura fine, senza dubbio sotto la media dei gatti adulti.
Era domenica e avevo deciso di godermi la giornata immergendomi in un romanzo. Ero profondamente concentrata quando mi resi conto, a un livello non del tutto conscio, che non vedevo Omero da un po'.
Gli piaceva acciambellarsi sul mio grembo mentre leggevo, ma il fatto che non ci fosse non mi aveva preoccupata. Era sua abitudine andare a caccia di guai mentre io ero impegnata a fare altro.
Poi udii il fruscio di un sacchetto in cucina. Quella mattina ero andata a fare spese e l'avevo lasciato sul piano di lavoro. Omero, che si era allenato cos tante volte lungo le mie gambe da avere imparato a salire da solo sul ripiano, stava evidentemente giocando con il sacchetto. Felice di aver scoperto dove fosse e che cosa stesse facendo, ritornai al mio libro. Qualche minuto pi tardi, tuttavia, udii dei ripetuti e spaventati miao! miao! miao!
Mi precipitai in cucina, dove trovai Omero imprigionato nel sacchetto di plastica. Aveva infilato la testa in uno dei manici e chiss come lo aveva ritorto su se stesso, trasformandolo in un cappio che si stringeva attorno al collo. Il muso era affondato tra le pieghe e con le zampe posteriori si dimenava invano per liberare la testa e la parte anteriore del corpo.
" tutto a posto, Omero", gli dissi. Provai a parlare con calma, per il suo bene e per il mio. Era difficile capire con esattezza con quanta intensit il manico stringesse, ma ero terrorizzata quanto lui, temendo che sarebbe soffocato o si sarebbe strangolato prima che riuscissi a salvarlo.
Presi gatto e sacchetto, infilando un dito sotto il manico per evitare che si serrasse ulteriormente e mormorai: "Va tutto bene, piccolino, va tutto bene". Il micetto si dimenava ancora disperato ma riuscii a calmarlo quanto bast per sfilare collo e testa dalla busta.
Che genere di idiota lascerebbe mai in giro un sacchetto di plastica con un gattino cieco in casa? mi rimproverai. Che cosa sarebbe successo se non fossi stata qui? Omero sarebbe morto e sarebbe stata TUTTA COLPA TUA!
Per quanto mi preoccupassi delle sue arrampicate, dei salti, delle corse forsennate e dei tuffi dal tiragraffi alto due metri, alla fine era stato uno stupido sacchetto di plastica a metterlo in difficolt. Avevo pensato che forse mi stavo preoccupando troppo per Omero e invece sembrava che non lo facessi abbastanza. Per quanto cercassi di essere previdente nel mantenere il suo ambiente domestico il pi sicuro possibile, vi erano pericoli nascosti che nessuno riusciva a immaginare.
Omero si riprese in fretta dallo spavento. Dopo mezz'ora passata a scavarmi con il muso nel petto, cadde in un sonno profondo e si risvegli riposato e pronto per un'altra dose di guai. Vashti era nella stanza accanto intenta ad annusare un tappo e lui le salt vicino, sperando di poter partecipare all'azione. Il sacchetto di plastica e gli attimi di terrore che ne erano conseguiti sembravano completamente dimenticati.
Ma rimasero con me molto a lungo. Dopo quell'incidente tenni Omero sotto pi stretto controllo, permettendogli solo di camminare sul pavimento. Qualunque altra impresa sortiva sempre un insindacabile: "No!"
...
Sin da cucciolo Omero  sempre stato pi loquace della maggior parte dei gatti e in maggiore sintonia con il suono della mia voce. Se era trascorso troppo tempo dall'ultima volta che gli avevo rivolto la parola, mi appoggiava la zampina sulla gamba e miagolava con insistenza. Quando parlavo lui si sedeva di fronte a me con un'espressione molto seria sul musetto, inclinando la testa da una parte e dall'altra come se stesse tentando di decifrare il significato delle mie parole. I gatti hanno fama di non poter essere addestrati, ma Omero riconosceva bene il suo nome e rispondeva a semplici comandi. Il suono del mio "No!" lo faceva sempre fermare bruscamente, anche quando era preso dalla foga del gioco.
Dopo averlo rimproverato per settimane quando voleva lanciarsi in imprese pi avventurose del suo passatempo preferito - un vermicello di pezza con un campanellino attaccato alla coda, ereditato da Rossella - cominci a emettere un nuovo miagolio. Lo definii "richiesta di permesso". Se voleva saltare su un mobile alto o esplorare i bui recessi di un armadio prima mi chiedeva: Miao? Posso?
"No, Omero", era quasi sempre la risposta.
Posso seguire Rossella e Vashti sulla veranda chiusa? "No, Omero." Posso arrampicarmi su quella mensola vuota?"No, Omero."Posso giocare con le cordicelle delle veneziane?"Santo cielo, Omero! Sai con quanta facilit quelle corde potrebbero attorcigliarsi attorno al tuo collo e strangolarti?"
Capii che cominciava a sentirsi nervoso e frustrato. Muoversi con sprezzo del pericolo, investigare ogni odore o suono che incontrava era nella sua natura. Trattenersi no. Ma se un sacchetto di plastica aveva rischiato di provocare una tragedia famigliare, chi poteva prevedere dove potessero annidarsi altri pericoli? Per quanto odiassi tarpargli continuamente le ali, ero certa di fare la cosa giusta.
Certa, finch un giorno Melissa mi vide vietare a Omero di arrampicarsi sullo schienale di una sedia.  cos piccino! mi dicevo. E quella sedia sembra cos alta!
"Sai", esord la mia amica, "penso che tu ti stia comportando in modo iperprotettivo." Quando non risposi aggiunse: "Dai, Gwen, lascialo respirare. Finirai per farlo diventare un gatto goffo e frustrato".
Era facile per lei parlare a quel modo. Melissa non era responsabile per lui. Il mondo era un posto pericoloso per un gattino cieco e io avevo promesso a Patty, a Omero e a me stessa che mi sarei presa cura di lui. Anche se "il mondo" nel quale viveva era limitato alla metratura della nostra casa.
Ma volevo davvero mantenere fede alla promessa a spese della sua vivacit di spirito e del suo senso di avventura?
Di solito non si pensa a come si "allever" un cucciolo. Lo si porta a casa, lo si addestra al necessario, gli si insegnano un paio di trucchi o comandi e poi si gode semplicemente della reciproca compagnia.
All'epoca avevo venticinque anni e non ero abituata a pensare a come impostare una vita che non fosse la mia. Ma ora mi ritrovavo a pensare a quella di Omero e a come intendevo educarlo, a quale genere (passatemi l'espressione) di persona volevo che diventasse da grande.
Ragionando in questi termini, la risposta fu semplice. Non volevo che crescesse preda dell'incertezza e della paura. Volevo che fosse indipendente e "normale" come gi lo professavo.
Dopo una dura giornata di lavoro, qualche sera pi tardi, decisi di rilassarmi con un bagno caldo. Omero mi segu, salutandomi con un acuto miao? Mi stava chiedendo il permesso di saltare sul bordo della vasca in modo che potessi accarezzarlo mentre ero immersa nell'acqua.
Il mio primo impulso fu di rifiutare, temendo che potesse perdere l'equilibrio e cadere nella vasca. Ma mi ritrovai a domandarmi... perch dovrei dirgli di no? L'acqua non era particolarmente calda. Il sapone certo non gli sarebbe finito negli occhi e non sarebbe neppure annegato perch io ero l pronta a prenderlo. Cos, con un tono di voce incoraggiante, gli dissi: "Okay, Omero gatto nero, puoi saltare se vuoi".
Lui si fece strada a tastoni sul bordo della vasca e trenta secondi dopo scivol nell'acqua. Si dimen per un istante e quando lo raggiunsi per assisterlo aveva gi trovato il bordo con le zampine e riusc a uscire.
Uscii anch'io. Se c' una cosa che i gatti vivono come un incubo  un'improvvisa e totale immersione. Pensai che l'esperienza sarebbe stata ancora pi spaventosa per Omero, che probabilmente ignorava l'esistenza di una quantit di acqua maggiore di quella che si trovava nella sua ciotola. Lo presi in braccio, aspettandomi di sentirlo tremare dalla paura. Ma il suo battito cardiaco era calmo e regolare come quando di notte si acciambellava sul mio petto per dormire.
Il pelo, completamente inzuppato, era dritto e scarmigliato. Presi la salvietta per asciugarlo. Non appena lo sfiorai, per, lui inizi a divincolarsi, cos lo misi sul pavimento e lui cominci a pulirsi da solo. Nonostante fosse bagnato fradicio, assunse una postura tutta fiera. Posso fare da solo!
"Okay, Omero", dissi calma. Aprii la porta del bagno quel tanto che bastava per permettergli di uscire e ritornai nella vasca.
Ero convinta che sarebbe sfrecciato via come un fulmine da quella che si era rivelata una sorta di "stanza degli orrori". Ma sul soffitto del bagno era montata una lampada a raggi infrarossi e lui valut che quello fosse il posto ideale per asciugarsi.
Balz di nuovo sul bordo della vasca, mosse qualche passo cauto e trov un angolino asciutto. Poi, con un enorme sbadiglio, si sistem per farsi un pacifico sonnellino mentre io continuavo il mio bagno.
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7. Gwen non abita pi qui.
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Comoda casa gli sorgea quivi di capanne cinta ove cibo e riposo ai corpi, e sonno, davan famigli.
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OMERO aveva appena compiuto cinque mesi, quando Melissa mi comunic che era giunta l'ora che mi trovassi un altro posto dove stare.
Non ci conoscevamo da molto, ma la nostra amicizia si era consolidata all'istante ed eravamo arrivate a sentirci molto intime in brevissimo tempo, tanto che prima di diventare coinquiline non avevamo mai creduto di poter stare cos bene insieme.
La ragione formale del mio sfratto fu che Melissa aveva un'altra amica a cui serviva un tetto per un po'. Quando mi ero trasferita da lei, nessuna di noi aveva immaginato che avrei finito con il rimanere per quasi sette mesi. La preoccupazione condivisa per Omero aveva smussato numerose piccole tensioni quotidiane ma di certo, non fosse stato per lui, me ne sarei andata molto prima.
"Potr rimanere fino a quando non ti sarai sistemata", si affrett a rassicurarmi. "Sar felice di tenerlo qui con me."
Il mio progetto di vita non meglio specificato, prima di adottare Omero, era stato di barcamenarmi con lo stipendio di operatrice no-profit e condividere un affitto fino a quando, in un futuro indeterminato e nebuloso, sarebbe arrivata una bella promozione, oppure finch non mi fossi sposata. Ma per il momento all'orizzonte non sembravano esserci n un cospicuo aumento n la marcia nuziale. E non avevo amici alla ricerca di coinquilini. In circostanze diverse, avrei potuto spulciare gli annunci in cerca di una coetanea pronta a dividere l'affitto e la casa con me e le mie due gatte relativamente affabili.
Adesso, per, non avevo pi due gatti. Ne avevo tre.
E chiedere a qualcuno di vivere con tre gatti era molto, soprattutto se uno di loro contava per cinque. Inoltre temevo che le restrizioni che avrei dovuto imporre alla vita casalinga di uno sconosciuto per salvaguardare la sicurezza di Omero sarebbero di certo apparse ingiuste e poco allettanti. In aggiunta al superudito e al superolfatto il gattino aveva di recente sviluppato anche la supervelocit. Aveva la curiosit spasmodica di sapere che cosa ci fosse dall'altra parte della porta di ingresso della casa di Melissa, attraverso la quale le persone sparivano per fare ritorno solo dopo svariate ore. Non appena sentiva le chiavi nella serratura, si precipitava verso la porta a una velocit inaudita e riusciva a infilarsi anche nello spiraglio pi piccolo, lanciandosi fino a met del vialetto prima che Melissa riuscisse ad acciuffarlo.
La sola cosa che non avremmo mai potuto permettergli era di perdersi per strada. Per bloccare il nostro aspirante Houdini, eravamo costrette a entrare in casa dimenandoci, aprendo la porta solo quanto bastava per riuscire a passare, una gamba protesa verso quel birbante per impedirgli di svicolare fuori.
Come avrei potuto chiedere a uno sconosciuto di vivere a quel modo? O pretendere che si ricordasse sempre di abbassare l'asse del gabinetto e chiudere le ante scorrevoli (che Omero era diventato un mago a forzare) senza passare per matta? E se anche avessi trovato una persona disposta a fare tutto ci, sarei mai riuscita a fidarmi completamente?
Domande senza risposta. Tenere Omero significava trovarmi una casa mia. Ma avevo le stesse probabilit di potermi permettere un affitto di quante ne avevo di far ricrescere gli occhi al mio gatto. A meno di non optare per i quartieri malfamati di Miami.
A quel punto, cominciai a valutare seriamente la richiesta di Melissa (si trattava di una richiesta, non di un'offerta, perch anche lei si era affezionata al micetto e voleva tenerlo quasi quanto me). Mi piacerebbe poter dire che le risposi senza pensarci due volte annunciandole solennemente: "Ovunque andr quel gattino mi seguir".
Invece presi davvero in considerazione la cosa.
Cercai persino di convincermi che a lungo andare per lui sarebbe stato meglio. Una delle sfide pi grandi per un gatto cieco  imparare a conoscere lo spazio in cui vive. Un improvviso trasloco in un ambiente nuovo sarebbe stato una grossa scossa per lui.
Gli sono bastate quarantotto ore per orientarsi nella casa della tua amica, mi dissi. Se non vuoi portarlo con te  un conto, ma non usare la scusa che un posto nuovo potrebbe traumatizzarlo.
Trascorsi i giorni successivi sperando in un'epifania, un momento di cristallina lucidit che mi avrebbe mostrato quale fosse la cosa giusta da fare.
Quel momento non giunse mai. Al contrario, mi resi conto di alcune piccole cose: per esempio che ero l'unica a capire quando Omero era profondamente addormentato oppure in dormiveglia, osservando la lieve tensione dei muscoli attorno alle cavit oculari. Anche un'improvvisa corrente d'aria li faceva contrarre, spingendolo a chiudere palpebre inesistenti per proteggere occhi che non c'erano pi.
Conoscevo a memoria le sue posizioni preferite per schiacciare un pisolino. Se voleva dormire al mio fianco, premeva il muso contro la mia coscia e poi scivolava gi fino al ginocchio in modo che tra i nostri corpi si creassero pi punti di contatto possibile. Se dormiva da solo, si acciambellava in una palla stretta stretta, la coda arrotolata attorno al naso, le zampe anteriori ad avvolgere il muso. Io e Melissa ridevamo perch sembrava determinato a non permettere al pi piccolo spiraglio di luce di disturbare il suo sonno anche se, ovviamente, non era in grado di vederlo.
Io per sapevo che lo faceva perch, per quanto fosse spericolato nel gioco, si sentiva vulnerabile nel sonno. Soltanto quando dormiva addosso o accanto a me la tensione si scioglieva e allora riusciva a distendersi su un fianco, le zampe ancora piegate sotto la pancia ma non strette attorno al corpo in atteggiamento difensivo.
Dovevo prendere una decisione importante, ma in certi casi la logica non funziona. Quando osservavo Omero dormire con le zampe serrate su quelli che avrebbero dovuto essere i suoi occhi, mi si spezzava il cuore. Troppo tardi, troppo tardi! pensavo, con una pena che non provavo quando lo vedevo in uno dei suoi momenti di gioco frenetico. Lui si fidava di me pi di chiunque altro. Non avevo forse, poco tempo prima, preso l'impegno di costruire la mia vita attorno al suo benessere?
Fu cos che ritornai di nuovo al punto di partenza. Avevo bisogno di un posto mio ma non potevo permettermelo. Potevo vivere con qualcun altro ma non con qualcun altro e Omero allo stesso tempo. Non potevo lasciare Omero perch...
Semplicemente perch non potevo lasciarlo.
Fu allora che ebbi la mia epifania.
Se non riuscivo a mantenere me e Omero, allora avrei semplicemente dovuto trovare un lavoro pi remunerativo. Nel corso della mia esperienza nel no-profit avevo sviluppato abilit e interessi che di certo si sarebbero rivelati preziosi nel settore privato. Scrivevo newsletter e comunicati stampa, coordinavo eventi, progetti di volontariato e raccolte fondi e per questo avevo ottimi contatti con giornalisti televisivi e della carta stampata. Gestivo budget e fungevo da volto pubblico della mia organizzazione in svariate occasioni, ero estroversa e riuscivo molto bene a interagire con il pubblico.
Pi o meno il lavoro che alcuni miei amici svolgevano nelle pubbliche relazioni o nell'organizzazione di eventi. Persino quelli che guadagnavano il minimo sindacale superavano il mio stipendio almeno del cinquanta percento.
Sapevo per che loro non erano incappati casualmente in quella carriera. All'universit si erano specializzati in marketing e comunicazione (io in scrittura creativa) e avevano trascorso le loro estati come stagisti per le aziende che poi li avevano assunti.
Ma se ricominciare era ci di cui avevo bisogno e fare la gavetta era ci che occorreva, ero disposta ad affrontarla. Ero persino pronta a cercarmi un lavoretto serale da barista o cameriera, in modo che di giorno avrei potuto accettare impieghi sottopagati (o non pagati affatto), fino a che non mi fossi costruita il bagaglio necessario per trovare un posto fisso.
In ogni caso mettere in pratica il mio progetto, pur con grande volont, non mi dava maggiori possibilit di potermi permettere un appartamento nel breve termine. Noi avevamo bisogno di una nuova casa subito. Fu allora che ebbi la mia seconda epifania.
Chiamai i miei genitori.
Fare quella telefonata mi cost un po' di fatica. Molta fatica, a dire il vero. Ritornare a vivere con i miei era una scelta che non avevo mai voluto prendere in considerazione, del genere "ultima spiaggia". Niente mi sarebbe sembrato altrettanto regressivo. Rientrare in famiglia significa ammettere: Non sono un vero adulto e non sono in grado di badare a me stesso.
"Ma certo che puoi tornare", disse mia madre. "E ovviamente puoi portare i gatti."
Sapevo che anche a lei quella concessione era costata un po' di fatica. Non solo i miei non amavano particolarmente i gatti, ma avevano anche due cani che erano parte integrante della famiglia da quando io facevo il liceo. Per rendere possibile la convivenza avremmo tutti dovuto adattarci un po'... e con "tutti" non intendevo soltanto gli animali a quattro zampe.
"Sei sicura che per voi va bene?" le chiesi. "Non  che i gatti vi facciano impazzire..."
"Ti amiamo", mi rispose lei, "e tu ami i gatti." Poi rise e aggiunse: "E poi, se credi che questo sia il sacrificio pi grande che io e tuo padre abbiamo fatto per te, non sai proprio che cosa voglia dire essere genitori".
Forse no. Ma cominciavo a farmene un'idea.
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8. Il gatto senza paura.
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"Numi!" come di s, dicea taluno rivolto al suo vicin, "tutti innamora costui, dovunque navigando arriva!"
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ANCHE senza gatti, ritornare a vivere con i miei avrebbe richiesto una notevole dose di adattamento. Mi avrebbero trattata ancora come un'adolescente, facendomi il terzo grado ogni volta che avevo un appuntamento e chiedendomi a che ora sarei rientrata? Avrebbero tentato di esercitare la loro autorit parentale su questioni come la pulizia della mia stanza?
Aggiungere i gatti al calderone avrebbe reso le cose pi complicate. Dovevo escogitare dei modi per evitare che finissero tra i piedi dei miei (o tra le zampe dei cani), cercando al contempo di garantire a tutti quanta pi libert possibile. Uniteci anche la normale confusione di un trasloco, e fu ben presto chiaro che sarebbero dovute passare almeno un paio di settimane fra il giorno in cui avessi varcato la soglia dei miei e quello in cui i gatti avrebbero potuto raggiungermi.
Decisi allora di fare la mia seconda telefonata difficile della settimana. Chiamai Jorge.
Il mio ex viveva ancora nella casa che avevamo condiviso quando Rossella e Vashti erano state adottate. Loro conoscevano gi l'ambiente e conoscevano Jorge. Per Omero invece sarebbe stato tutto nuovo, ma Jorge faceva parte di un'ampia famiglia allargata che adorava gli animali anche pi di me. Era cresciuto con pi gatti, cani, uccelli, gerbilli, criceti e pesci rossi di chiunque altro avessi mai incontrato.
Ci eravamo sentiti qualche volta dopo la rottura, in quel modo goffo e teso tipico degli ex nei primi tempi, quando si continua a ripetere: Ehi, possiamo sempre rimanere amici. Questo genere di conversazioni era andato diminuendo con il passare dei mesi. Non riuscivo mai a finire una delle nostre chiacchierate senza domandarmi perch ci fossimo lasciati ed ero certa che lui la pensasse allo stesso modo.
In ogni caso, se qualcuno mi avesse chiesto di fare il nome della persona alla quale avrei affidato i miei gatti in caso di necessit, avrei subito risposto Jorge.
Si dichiar felicissimo di ospitare tre gatti per un paio di settimane mentre io organizzavo le cose dai miei. "Mi farebbe piacere rivedere Rossella e Vashti", disse. "E mi prender buona cura di Omero."
Gli diedi le istruzioni base per gestire il piccolino ("Il mio consiglio: nontenere del tonno in casa finch sta da te") e lo informai delle ultime novit. Avevo scoperto che la maggior parte delle scatolette per gatti gli provocavano una tremenda flatulenza - era stupefacente come un gattino tanto piccolo potesse produrre odori tanto orribili e in cos grande quantit - e Vashti di recente aveva avuto un attacco di colite, perci al momento non poteva mangiare croccantini. Promisi a Jorge di portargli tutto ci di cui avrebbe avuto bisogno per occuparsi delle bestiole, e un promemoria scritto.
La mia unica preoccupazione era per come Omero avrebbe preso la separazione. Da quando lo avevo adottato, non eravamo mai stati lontani pi di ventiquattro ore. Il giorno in cui portai i gatti da Jorge, finsi di dimenticarmi qualcosa almeno una dozzina di volte, in modo da potergli dare un'occhiata prima di partire. Al mio ultimo tentativo, quando bofonchiai di aver sicuramente perso il rossetto da qualche parte, Jorge esclam esasperato: "Vai! Ho dei gatti da molto pi tempo di te. Staremo benissimo".
Attesi due giorni prima di tornare da lui per vedere come se la cavassero, anche se lo chiamavo tutte le sere per sapere come stavano i miei tesorini, soprattutto l'ultimo arrivato. "Sta benissimo", mi rassicurava. "Direi proprio che si diverte come un matto."
Presto scoprii il perch. Quando arrivai a casa di Jorge, la prima cosa che vidi fu un tizio con il braccio teso in aria, e sul suo palmo Omero steso sulla pancia, le zampe a penzoloni. L'amico di Jorge stava facendo girare il gattino in tondo, fingendo di essere un aeroplano.
"Dio santissimo!" esclamai. "Sei impazzito? Mettilo subito gi!"
L'amico di Jorge, stupefatto e imbarazzato, si affrett a ubbidire. Omero barcoll per un istante (inevitabile!), ma dopo aver recuperato l'equilibrio si alz sulle zampe posteriori allungandosi verso il nuovo compagno di giochi. Ancora! Ancora!
"Vedi? Gli piace!" ribatt l'amico con orgoglio. Poi imitando il tono di voce profondo e affettato di un cronista di wrestling aggiunse: "Perch lui  El Mocho, il gatto senza paura!"
Guardai Jorge perplessa. "El Mocho?  cos che si chiama adesso?"
Lui mi rivolse un ampio sorriso stringendosi nelle spalle. "Be', sai, certe cose vengono da sole."
Mocho in spagnolo significa "menomato", o "monco". Capite bene che chiamare Omero in quel modo non era esattamente lusinghiero... Bisogna sapere, per, che in spagnolo dare nomignoli equivale a fare una dichiarazione d'amore,  una manifestazione di profondo affetto.
"A lui piace il suo nuovo nome", intervenne l'amico. "Stai a vedere. Ven ac, Mochito." Omero drizz le orecchie e trotterell dritto da lui.
"Oh, Omero", mi lamentai. "Ti prego, abbi un po' di dignit."
"Ne ha da vendere", protest lui, gli occhi accesi dal divertimento. "Il suo codice d'onore impone che incontri tutti i suoi avversari sul campo di battaglia."
Persino io non potei fare a meno di scoppiare a ridere.
Omero si era adattato alla casa del suo ospite con un entusiasmo che trovai quasi sconvolgente. Jorge mi disse che, dopo un paio di giorni, era gi in grado di andarsene in giro senza difficolt. Ed era assolutamente innamorato dei suoi amici, che avevano adottato con entusiasmo il nuovo soprannome.
Il mio gattino era abituato a vivere in un mondo di donne, nessuna delle quali, come aveva ben compreso, disposta a giocare alla lotta come lui avrebbe desiderato. Jorge e i suoi amici erano felicissimi di rincorrerlo attorno ai mobili in elaborate partite di caccia, che terminavano quando il micetto saltava fuori da sotto un letto o da dietro un tavolo per attaccarli alle caviglie. Lo lanciavano in aria e lo facevano volare a un paio di metri da terra (questo lo seppi in seguito, perch dopo il primo incidente stavano attenti a non farlo in mia presenza), oppure lo ribaltavano sulla schiena e si lanciavano in un corpo a corpo. Nel corso di una delle mie visite mi accorsi che Omero, appena sentiti entrare un paio degli amici di Jorge, si era buttato immediatamente sulla schiena e aveva cominciato a tirare frenetiche zampate nell'aria, implorando: Dai... facciamo la lotta!
"Di notte gira per casa piangendo", mi disse Jorge dopo la prima settimana. "Non vuole dormire con me. Dorme solo vicino a Rossella. Penso che senta la tua mancanza."
Provai una fitta al cuore anche se, mi vergogno ad ammetterlo, era bello sapere che gli mancassi almeno un po'.
"E dove dorme Rossella?"
"Ovunque non ci sia io", rispose Jorge con una risatina rassegnata. "Tu sei l'unica con la quale abbia mai socializzato."
"Ancora una settimana", dissi. "Ve lo prometto."
Ma i gatti non rimasero da Jorge un'altra settimana. Il nono giorno, ricevetti una sua telefonata. "Qualcuno ha fatto la pip dappertutto", annunci.
"Ti ho ripetuto per anni che non dovresti permettere ai tuoi amici di bere tutta quella birra."
"Dico sul serio, Gwen."
Sospirai. "Va bene, mi spiace. Chi e dove?"
"Non ho colto nessuno sul fatto, ma chiunque sia ha fatto pip sul divano, sulla cesta del bucato e sulla mia giacca di pelle nuova." Fece una pausa. "Penso si tratti di Rossella."
"Non  Rossella", ribattei immediatamente. " Vashti."
" gi successo?" Sembrava seccato. Probabilmente si stava chiedendo perch assieme a tutte le minuziose istruzioni che gli avevo lasciato mi fossi dimenticata di accennare a quel problemino.
"No, mai. Ma sono certa che sia lei."
"Se non lo ha mai fatto prima, come fai a essere tanto sicura?"
"Una mamma lo sa", dissi in tono ironico.
A dire il vero stavo semplicemente andando per esclusione. Jorge pensava che fosse stata Rossella, perch Rossella, come ho gi avuto modo di dire, soffriva di un'acuta sindrome di asocialit. Era cos "cattiva", agli occhi del mio ex, da essere proprio il tipo capace di riempire di pip una casa per pura malignit.
Ma la mia gatta, in realt, era molto schizzinosa in fatto di lettiera. C'erano livelli minimi di pulizia accettabili, precise marche di sabbia da acquistare e un pizzico di riservatezza sulla quale assolutamente non transigeva. Non riuscivo a immaginare che facesse qualcosa di tanto "plebeo" come urinare in giro come un qualunque gatto di strada.
Escludevo Omero, perch si era chiaramente trattato di un gesto di dispetto e lui non sapeva neppure che cosa significasse quella parola.
Restava solo Vashti, e la cosa aveva senso. Vashti era stata quella nelle peggiori condizioni quando l'avevo adottata. Omero e Rossella erano venuti a stare da me dopo aver trascorso qualche giorno dal veterinario, dove erano stati curati e nutriti. Lei invece era stata trovata da una collega di mia madre nella scuola elementare dove insegnava. L'avevano chiusa in un ripostiglio per evitare che andasse a zonzo, mentre mia madre faceva l'unica cosa che poteva venirle in mente in una situazione del genere. Telefonarmi.
Andai da lei in pausa pranzo, fermandomi a comprare una gabbietta e un po' di latte in polvere, e portai Vashti in ufficio. Quando la vidi per la prima volta pensai che il suo nasino rosa fosse nero tant'era incrostato di sporcizia. Attraverso le chiazze pelate lasciate dalla rogna sentivo sporgere le ossa, e le orecchie erano gonfie e sanguinanti a causa degli acari. Quel pomeriggio l'avevo tenuta al caldo sulle mie ginocchia, dandole il latte in polvere con un contagocce che ero riuscita a procurarmi dal veterinario. Venne a stare da noi il mattino seguente. A differenza di Rossella e Omero, che erano giunti a me passando da altre mani, penso che Vashti fosse sinceramente convinta che le avessi salvato la vita. Era lei che mi guardava sempre con pura adorazione negli occhi. Non avevo considerato le difficolt che avrebbe dovuto affrontare da sola con Jorge, in quella che era stata la sua prima vera casa. Nella misura in cui io ero sua "madre", Jorge era suo "padre". L'avevamo adottata insieme e sapevo che lui le voleva bene.
Anche Vashti gli voleva bene. Ma dopo tutte le volte in cui mi aveva vista andare via senza di lei, probabilmente qualcosa nella sua mente era scattato. Doveva aver pensato di essere stata riportata dal pap per rimanerci per sempre, e che io non sarei mai pi andata a riprenderla.
Intuii che volesse mandarci un messaggio: Non vado da nessuna parte senza la mamma.
I miei sospetti furono confermati il giorno seguente, quando Jorge mi chiam per dirmi che l'aveva sorpresa mentre faceva pip sul fornello. Considerato che non era riuscita a comunicare le proprie ragioni la prima volta, aveva evidentemente deciso di rincarare la dose. Mi sorpresi nel sapere che la gatta fosse saltata fin lass, lei che non era mai stata neppure a met di quell'altezza in tutta la sua esistenza.
"Mi spiace", mi disse Jorge, "ma devi portarla via."
"Verr a prenderli questa sera", risposi.
Infilare i gatti nelle gabbiette non era mai stata un'operazione semplice, ma per una volta Vashti ci balz dentro con la stessa foga con cui cercava sempre di saltarmi in braccio. Lasciai Omero per ultimo; dato che non poteva vedere la gabbietta non se l'era data a gambe l'istante in cui l'avevo tirata fuori. Trascorse gli ultimi minuti giocando con gli amici di Jorge, membri accreditati del fan club di El Mocho, venuti apposta per salutarlo. Sventolavano nell'aria dei pezzetti di tonno, che il mio ex non aveva resistito a comprare, incoraggiando Omero a saltare per afferrarli. Mentre lo depositavo nella gabbietta, i ragazzi gridarono: "No, no! Le altre due possono andare, ma El Mochito deve rimanere!"
"Lui  il benvenuto, se questo pu esserti utile", disse Jorge.
Per essere un gattino che all'inizio nessuno voleva, le proposte cominciavano a fioccare.
"Mi spiace, ragazzi", dissi, "ma l'offerta vale per l'intero pacchetto."
"Questo gatto ha davvero qualcosa di speciale", osserv Jorge con affetto, facendo a Omero un ultimo grattino dietro alle orecchie prima che chiudessi la gabbietta.
Sorrisi. "Spero proprio che i miei la penseranno allo stesso modo."
La conseguenza pi proficua di quell'episodio (uso l'aggettivo proficuo in senso lato, perch mi ridussi praticamente sul lastrico per risarcire Jorge dei danni causati da Vashti) fu che mi sentii molto pi tranquilla riguardo alla sua capacit di adattamento alla casa dei miei genitori. Nel corso degli anni a venire mi sarei preoccupata per un'infinit di cose ma non pi della sua abilit di abituarsi a persone e ambienti nuovi. Persino i cani dei miei non sembravano pi un ostacolo insormontabile alla felicit di Omero che mi stava tanto a cuore.
Perch lui era il gatto senza paura!
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9. Cani e gatti sotto lo stesso tetto.
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Deh qual giammai l'uom pu della nata sua contrada veder cosa pi dolce? [...] La patria avanza, e nulla giova un ricco splendido albergo a chi, da' suoi disgiunto, vive in estrania terra.
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FORSE sono stata ingiusta quando ho detto che i miei genitori non amavano i gatti. Sarebbe pi preciso dire che mio padre non era tanto anti-gatto quanto sfacciatamente pro-cane. Possedeva tuttavia una sensibilit nei confronti degli animali che non avevo mai riscontrato in nessun altro. Era una di quelle persone in grado di capire e rispondere allo stato emotivo di una bestiola in un modo che andava oltre la semplice compassione e sembrava tradursi in una comunione diretta. Di tutti i cani randagi, abusati e abbandonati che erano entrati in casa nostra nel corso degli anni, non ce n'era mai stato uno, per quanto traumatizzato o schivo, che non si fosse innamorato di mio padre, anche se quell'affettuoso calore era riservato a lui soltanto. Era pap che avevo preso a modello quando avevo iniziato a fare volontariato nei rifugi per animali, sperando di aver ereditato almeno un briciolo di quella sua misteriosa dote.
Mia madre, invece, da bambina aveva visto un gatto uccidere un uccello. Anche lei era capace di grande sensibilit nei confronti di qualunque animale, ma il trauma di quell'"ornitocidio felino" l'aveva lasciata, per usare le sue parole, "incapace di investire emotivamente nei gatti come faceva nei cani".
"I gatti non sono amorevoli e leali come i cani", diceva sempre. Dopo quel commento, che indirettamente coinvolgeva anche le mie bestie, fui tentata di chiederle esattamente che cosa, nella sua totale inesperienza di compagnia felina, le desse il diritto di fare un'affermazione del genere.
Tuttavia, memore delle infruttuose discussioni politiche fatte a tavola nel corso della mia adolescenza, mi trattenni. Considerai quel mio slancio di tolleranza come un segno della maturit che avevo acquisito da quando avevo lasciato la casa dei miei.
Che i miei genitori avessero accettato di ospitarci tutti e quattro, nonostante la loro antipatia per i gatti, era una testimonianza di quanto fossero disposti a fare per me, sebbene in quel periodo non fossimo molto vicini. Fra di noi non c'era un'aperta ostilit, ma laddove alcuni miei amici erano riusciti, apparentemente senza sforzo, a veleggiare verso un rapporto adulto con i loro genitori, sembrava che io e i miei stessimo ancora cercando di orientarci. Mi pareva spesso di cogliere un distinto tono di condiscendenza quando si rivolgevano a me e, considerato che questo atteggiamento andava a toccare una delle mie pi recondite insicurezze, finivo per risentirmi.
Desideravo pi di qualunque altra cosa renderli orgogliosi di me. Ma nel corso della mia vita postuniversitaria non avevo combinato niente che potesse ispirare orgoglio, a parte un'importante relazione fallita e l'essere tanto al verde da costringermi a tornare a vivere da loro.
Ma, come dicevo, i miei ora erano disposti a ospitarci tutti e quattro, e persino a dividere la casa in "zone feline" e "zone canine". Casey, un incrocio di labrador dal pelo biondo, e Brandi, un cocker spaniel in miniatura, facevano parte della famiglia dai tempi della mia adolescenza. Le due bestie erano sempre sovraeccitate quando andavo a fare visita ai miei genitori e mi stavano alle calcagna guardandomi afflitte se solo oltrepassavo la porta d'ingresso, temendo il momento in cui me ne sarei andata e non sarei ricomparsa per giorni o settimane. Se mi fermavo a dormire, si ammucchiavano sul mio letto.
Trascorsa la prima settimana, la novit di avermi intorno si smorz un po' e cominciarono a non seguirmi proprio dappertutto. Era una cosa sulla quale avevo fatto affidamento; dover dosare continuamente il mio tempo e le mie attenzioni tra le opposte fazioni non avrebbe certo contribuito al clima di serenit che speravo di ottenere.
Mi resi conto tuttavia che la diplomazia da sola non sarebbe bastata. La storica animosit fra le due specie era vecchia almeno quanto il mondo e n ai miei gatti n ai cani dei miei genitori era mai stato domandato di condividere il proprio quartier generale con il "nemico". Ricordando un vecchio detto, "le buone recinzioni fanno i buoni vicini", recuperammo i cancelletti di sicurezza che i miei avevano usato quando io e mia sorella eravamo piccole. "Sapevo che avrebbero finito con il tornarci di nuovo utili", disse mia madre senza per risparmiarmi un'occhiata eloquente: Ovviamente pensavo che li avremmo usati per i nipotini.
I cancelli, montati alle pareti e muniti di ciotole per l'acqua, arrivavano pressappoco all'altezza della vita. Li installammo in modo da creare una specie di zona off-limits attorno alla mia stanza, nella quale i cani non sarebbero riusciti a entrare. Mi dedicai a una meticolosa pulizia, cercando di cancellare quanti pi odori possibile, poi sistemai le cucce dei gatti, i tiragraffi, le lettiere e le ciotole. La nuova dpendance per gli ospiti era pronta.
"Che ne pensate?" domandai ai mici nel corso della loro prima ispezione.
Rossella e Vashti uscirono dalle gabbie con estrema cautela, il naso puntato sul pavimento e le orecchie ben tese. Casey abbai nella stanza accanto e le due gatte si precipitarono sotto al letto. Ci vollero due ore prima che riuscissi a far spuntare i loro baffi da sotto le coltri, un relitto dei miei anni preadolescenziali.
Omero, dal canto suo, non batt ciglio. Quando Casey abbai mosse le orecchie un istante e poi reput pi interessante esplorare quel nuovo posto. Non si era mai imbattuto nella trama ruvida della moquette anni Settanta della mia stanza di bambina. Pass qualche minuto appostato tra i fili che gli arrivavano quasi al mento, una pantera nera in miniatura a caccia in una savana blu elettrico. Una volta scoperta la migliore aderenza offerta da quella superficie, nemmeno da paragonare a quella del legno o delle piastrelle cui era abituato, part di corsa, sfrecciando per la stanza in cerchi confusi e rimbalzando fra pareti e mobili come un elastico lanciato da una fionda. Urr! Guarda quanto posso andare veloce qui!
"Gli manca qualche rotella, eh?" osserv mia madre, che non aveva resistito all'idea di dare un'occhiatina.
"Non puoi nemmeno immaginare", risposi.
Nonostante le mie perplessit, i miei genitori non interferirono eccessivamente con le mie attivit quotidiane. Uscendo dicevo sempre dove stessi andando e pressappoco a che ora sarei rientrata, ma si trattava dello stesso livello di cortesia che avrei usato con dei coinquilini amichevoli. La maggior parte dei miei amici viveva ancora a South Beach, quindi era inevitabile che a volte si rimanesse fuori fino a tardi, ma i miei evitarono di fare domande invadenti.
Quello che non avevo previsto, per, fu ricevere da loro infiniti consigli sulla cura dei gatti.
"Non credo che tu dia loro acqua fresca a sufficienza", mi annunci mia madre un pomeriggio, qualche settimana dopo il nostro arrivo. "Li ho controllati quando eri fuori e ho trovato la povera Vashti seduta accanto alla ciotola con una tale espressione sul muso... Quando le ho cambiato l'acqua ci si  avventata sopra come se non bevesse da giorni."
Io cambiavo sempre l'acqua dei gatti due volte al giorno, al mattino e alla sera. La "povera Vashti" era solo una grande attrice. Stranamente, era una gatta ossessionata dall'acqua. Amava mettere le zampe sotto il rubinetto, immergerle completamente nei bicchieri e rotolarsi nella doccia ancora bagnata. Il cambio dell'acqua nella ciotola era uno dei momenti salienti della sua giornata; l'affascinante rollio che si creava quando appoggiavo la scodella piena sul pavimento la ipnotizzava, e di solito non mi dava pace fino a che non avevo ricreato per lei quel miracolo quotidiano.
Ero sul punto di spiegare la situazione a mia madre quando fui colta da un nuovo pensiero. "Aspetta un secondo, che cosa ci facevi tu con loro?"
"Be', volevo salutare Vashti", mi rispose.
Sottoline il nome come a dire che c'era una differenza fra i gatti, ai quali lei non si interessava, e Vashti, che si era meritata un certo grado della sua attenzione. "Dopotutto, sono io che l'ho trovata quando era soltanto un cucciolo."
"Gi,  vero", sorrisi. "E l'hai affidata a ottime mani, mani dalle quali riceve tutta l'acqua fresca di cui ha bisogno."
Qualche giorno pi tardi mio padre se ne venne fuori con un suggerimento dei suoi. "Non credo che i gatti abbiano abbastanza giocattoli." Lui era il genere di pap indulgente che portava a casa giochi nuovi per i cani un giorno s e uno no. Ce n'erano a decine sparsi in giro. "Dovresti comprargliene di pi."
"Non sono come i cani, pap", gli spiegai. "A loro non piace quel genere di giocattoli." Era vero, fatta eccezione per il verme di pezza che Omero amava ancora moltissimo. Il sacchetto con cui erano stati trasportati i giocattoli nuovi, invece... quello s era un'avventura! Una grande busta di carta che si trasformava in un eccellente fortino per gatti. Lo scontrino poteva diventare una palla da inseguire e gli involucri di plastica erano un vero e proprio tesoro per Rossella, che adorava leccarli. (Se un genio avesse mai esaudito il mio desiderio di far parlare i gatti per un giorno soltanto, la prima domanda che avrei fatto a Rossella sarebbe stata: Che cosa ci trovi di tanto speciale nel leccare quella roba?!). Ma i giocattoli di per s destavano ben poco interesse fra la mia prole.
"Dovresti davvero fare qualcosa con Rossella", mi disse un giorno mia madre. Poco prima mi aveva vista leggere un libro con la gatta acciambellata in grembo. Aveva allungato una mano e lei l'aveva annusata. Prendendolo come un segno di incoraggiamento, aveva cercato di accarezzarla, ma la micia aveva iniziato a soffiare e si era ritratta con tanta furia da lasciarmi quasi un livido sul petto. "Anche Brandi aveva paura delle persone nuove, e guarda adesso com' tranquilla."
"Rossella non ha paura della gente, mamma. A Rossella la gente non piace."
La questione poteva essere sintetizzata in poche parole: i miei genitori stavano cercando di trasformare i miei gatti in cani. Non avendo mai trascorso molto tempo con i felini, tentavano di applicare l'esperienza trentennale con i cani a quelle strane creature che ora abitavano in casa loro. Al punto che, se le reazioni dei gatti differivano da quelle dei cani, dipendeva dal fatto che io non avevo acquisito ancora abbastanza pratica per prendermi buona cura di loro.
Provai ad accettare i loro consigli, ma fu molto dura. Non per niente ero figlia loro e d'istinto tendevo a rifiutare qualunque cosa somigliasse a una critica genitoriale. Ero anche la mamma dei miei "figli" e per questo mi infiammavo alla pi sottile insinuazione che non sapessi badare a loro o che fossero diversi da come erano in realt.
Una cosa, tuttavia, era chiara come il sole, una cosa che mi commosse anche se non riuscii mai ad articolarla: il fatto che i miei genitori ci stessero provando. Stavano provando a prendersi cura dei miei gatti, a interessarsi alla loro felicit e al loro benessere.
Avevo temuto che mi avrebbero trattata come una bambina. Forse, nel cercare di spiegarmi come essere un buon genitore, stavano tentando al meglio delle loro possibilit di trattarmi come un'adulta.
Fu solo di fronte a Omero che si trovarono imbarazzati nell'offrire consigli o critiche costruttive. Era comprensibile. L'idea di un cucciolo cieco - anzi non solo cieco, senza occhi - andava ben oltre la loro esperienza, tanto da assumere un che di esotico e misterioso. Spesso osservavano: "Sembri davvero capirlo", e non aggiungevano altro.
Da principio Omero ispir nei miei genitori un senso di compassione. L'aspetto pi frustrante della vita del gattino a casa loro era il confinamento in due stanze, nelle quali io non passavo necessariamente tutto il mio tempo quando rientravo. Omero si sedeva accanto al cancelletto di sicurezza e miagolava in modo straziante se mi sentiva parlare in cucina o all'ingresso.
"Povero piccolino", diceva mia madre con vero trasporto nella voce. "La vita deve essere cos dura per lui."
Non era la vita che Omero trovava difficile da tollerare, ovviamente. Era la sua separazione forzata da me e dalle altre voci umane che sentiva ma non incontrava mai. Non comprendeva l'esistenza di un mondo dove io ero presente ma non stavo con lui, dove c'erano altre persone che non vivevano esclusivamente per essergli amiche e giocare insieme.
Non pass molto che il piccolino tent la sua prima fuga. Di solito aprivo il cancelletto quel tanto che bastava per scivolare dentro o fuori dalla porzione di casa destinata ai gatti. Un giorno, mentre stavo entrando, Omero riusc ad appiattirsi di lato e si infil nei pochi centimetri di spazio fra la mia gamba e la parete. In quell'occasione non and molto lontano; visto che conosceva la disposizione della casa si ferm dopo pochi passi.
Ma era solo l'inizio.
Dopo quell'episodio Omero fu impossibile da contenere. Provai a impedirgli di sgattaiolare oltre il cancelletto scavalcandolo invece di aprirlo, ma questo serv soltanto a suggerirgli l'idea di imitarmi. Vashti e Rossella avrebbero potuto superarlo in qualsiasi momento, ma il salto non era il loro sport preferito, n erano ansiose di incontrare i cani che dimoravano dal lato opposto. Omero non si faceva tanti scrupoli. La sola cosa che lo aveva trattenuto fino a quel momento era la convinzione che, non potendo vedere le reali dimensioni del cancello, dovesse estendersi all'infinito. Una volta resosi conto che era alto pressappoco un metro, non ci sarebbe pi stato modo di fermarlo.
I miei genitori, come molti altri prima di loro, rimasero stupefatti della velocit con cui Omero impar a orientarsi in casa. Una curva a gomito a destra per attraversare o saltare oltre il cancelletto lo portava nel corridoio principale. La medesima curva a gomito a sinistra, precisamente quindici passi galoppanti dopo, e arrivava in soggiorno. L, subito dopo la porta, c'era un divano parallelo alla parete: un gioco da ragazzi saltarci sopra. Quattro o cinque passi lungo lo schienale e poteva scendere dietro un tavolinetto, guadagnando cos un rifugio dove era impossibile per gli umani seguirlo e acciuffarlo. E se io provavo ad agguantarlo prima, gli ci voleva un niente per sfrecciare fra le gambe del tavolo e sparire chiss dove.
"Quel gatto  una furia!" diceva mia madre con un certo stupore ogniqualvolta si rendeva conto della velocit, della destrezza e dell'insolenza di Omero.
"Non dovrebbe essere tanto difficile acchiappare un gattino cieco", insisteva mio padre con un leggero fiatone, dopo ogni inseguimento all'ingresso, nella stanza dei miei, sotto e sopra il letto per finire sulla toletta di mia madre.
Era inevitabile che lo sprezzo del pericolo lo avrebbe portato faccia a faccia con Casey e Brandi. Come Ulisse incontr il Ciclope e le sirene, un giorno Omero si imbatt per la prima volta in queste creature sconosciute, e pertanto inimmaginabili.
Casey era una femmina grossa e muscolosa, ma straordinariamente mansueta. Quando le fin addosso, Omero non soffi e non si diede alla fuga come facevano Rossella e Vashti quando il cane, secondo loro, si avvicinava troppo al cancello che li separava. Drizz il pelo e si acquatt sulla difensiva, dilatando le narici mentre inalava ed elaborava l'odore canino della sconosciuta. Che accidenti  questo? Il suo tentativo di apparire pi grosso di Casey, che pesava oltre trentacinque chili, sarebbe stato comico se non mi fossi resa conto di quanto dovesse essere spaventato.
Il gattino allung timidamente una zampa per toccare il muso di Casey. Io rimasi qualche passo pi indietro, pronta ad afferrare Omero se il cane avesse accennato a ringhiare o attaccare. Invece lui lo annus con grande interesse e Omero rimase fermo immobile, quasi senza respirare. Poi l'enorme lingua rosa del labrador, pi grossa della testa del micio, avvolse il suo musetto. I muscoli facciali si contrassero, e io capii che se avesse avuto le palpebre le avrebbe serrate, per proteggere gli occhi da quell'improvviso assalto umido. Per niente disturbata dalla sua evidente riluttanza, lei cominci a leccarlo minuziosamente.
Non penso che Omero gradisse particolarmente quel trattamento speciale, ma non aveva molta voce in capitolo, visto che era stato intrappolato sotto una delle zampone della bestia, determinata a bloccare i suoi tentativi di fuga per ripulirlo "a dovere" da capo a piedi. Se non fossi stata l a separarli, il gattino, tutto arruffato, sarebbe finito in un mare di saliva e avrebbe di certo passato la mezz'ora successiva a leccarsi indignato per liberarsi dell'odore alieno.
Per quanto si pensi di conoscere un animale, c' sempre un livello al quale i meccanismi della loro mente rimangono un mistero. Non saprei spiegare come Casey, da sempre fedele alla nostra famiglia, avessecompreso che Omero, un gatto, era uno di noi. Ma cos era stato. Quando il piccolino comp sette mesi e fu portato dal veterinario per essere sterilizzato, la bestia, a detta dei miei genitori, rimase seduta davanti all'ingresso e ulul per venti minuti. Quando Omero torn a casa, fu lei a passare due giorni interi di guardia al cancello che la separava dal micetto dolorante. Se il motore di un'auto rombava per strada o il postino suonava il campanello, Casey, che era sempre stata affettuosa con chiunque, drizzava il pelo del collo ed emetteva un ringhio di avvertimento. Quando Omero si rigirava nel sonno lamentandosi, durante la convalescenza, lei guaiva in segno di allerta, avvisandomi che era il caso di andarlo acontrollare.
Brandi impieg un po' di pi per accettare Omero. Aveva l'abitudine di nascondere i giocattoli per tutta la casa e si infuriava perch il gattino li rintracciava sempre a uno a uno con la tenacia di un segugio. Ma era una cagnetta giocherellona, e presto scopr le gioie di avere un compagno di avventure che non torreggiava su di lei come Casey.
I due passavano molte ore a rincorrersi, e ben presto Brandi cominci a condividere alcune delle sue leccornie con il gattino. Il suo cibo preferito erano le carote e ne portava a decine al nuovo amico, lasciandole cadere ai suoi piedi scodinzolante. Non riusc mai a capire perch il solo interesse che lui mostrava nei confronti degli ortaggi era prenderli a zampate e inseguirli per casa. Chi non amava sgranocchiare le carote? Quando Omero le faceva rotolare per il corridoio, Brandi andava a recuperarle con grande pazienza e tornava a depositargliele davanti, a volte staccandone persino un boccone, come a dimostrargli cosa si stava perdendo. Visto? Sono da mangiare, non un gioco.
Le frequenti fughe di Omero lo portarono anche a pi stretto contatto con i miei genitori. Presto non fu inusuale per me rincasare la sera e trovarlo acciambellato a fare le fusa sul divano accanto a mia madre, che lo accarezzava mentre faceva un cruciverba o guardava un vecchio film. "Dorme cos bene", mi diceva quasi in tono di scusa. "Non volevo disturbarlo."
E mi capit anche di vedere mio padre accarezzarlo goffamente, rendendosi conto che il modo in cui i gatti amano essere coccolati  diverso dai cani, e fare del suo meglio per lisciargli il pelo con tocchi delicati e regolari. "Chi  la bestiolina pi brava del mondo, eh? Chi ?"
Omero spesso portava il suo verme di pezza con s quando progettava una delle sue fughe alla Bonnie e Clyde. Divenne uno dei protagonisti delle interazioni con mio padre. Faceva volare il verme in aria, poi inclinava appena la testa per ascoltare il suono del campanellino sul pavimento e localizzare cos la sua esatta posizione. Allora lo assaliva con ferocia, buttandosi sulla schiena con il giocattolo stretto fra le zampe anteriori, mentre lo calciava freneticamente con quelle posteriori, come se il verme stesse opponendo resistenza. Dopo aver finalmente "sottomesso" il povero pupazzo, lo portava a mio padre, lo faceva cadere ai suoi piedi e si sedeva in modo da lasciargli intendere quanto desiderasse che lo gettasse dall'altra parte della stanza per farglielo domare ancora una volta.
"Gli piace giocare a fare il segugio!" osservava mio padre, come se in quel gioco tipicamente canino parlassero un codice segreto accessibile soltanto a loro due.
Fu durante uno di questi momenti, un paio di mesi dopo la sterilizzazione, che mio padre si volt verso di me e disse: "Hai fatto una bella cosa, sai?" Poi gett il verme perch Omero corresse a prenderlo e, mentre lo osservava precipitarsi per la stanza, lo ripet: "Hai fatto una bella cosa per questo gatto".
Inaspettatamente, gli occhi mi si riempirono di lacrime.
"Grazie, pap."
...
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...
10. Atti di fede.
...
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Ssifo altrove smisurato sasso
tra l'una e l'altra man portava, e doglia
pungealo inenarrabile. Costui
la gran pietra alla cima alta d'un monte,
urtando con le man, coi pi pontando,
spingea: ma giunto in sul ciglion non era,
che, risospinta da un poter supremo,
rotolavasi rapida pel chino
sino alla valle la pesante massa.
Ei nuovamente di tutta sua forza
su la cacciava.
...
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...
LAVORAI sodo nel corso dell'anno e mezzo successivo, ricominciando dal gradino pi basso. Accettai stage, lavori freelance, impieghi mal pagati o non pagati affatto e tutto ci che mi dava la minima possibilit di aggiungere una nuova voce al curriculum. Per incrementare le mie entrate terribilmente esigue, lavorai come cameriera in alcuni ristoranti e alberghi alla moda di South Beach, posti dove non si tirava fino alle cinque delmattino, in modo da garantirmi una dose decente di sonno prima di ricominciare tutto da capo il giorno seguente.
Ci furono momenti di grande ottimismo: una collaborazione di tre mesi con una delle agenzie di pubbliche relazioni pi prestigiose di Miami, che speravo mi avrebbe portato a un contratto a tempo indeterminato; la posizione di assistente marketing per una serie di produzioni teatrali con leggendarie stelle di Broadway a Miami Beach. Contribuii persino ad alcune raccolte fondi e conferenze stampa per conto di organizzazioni noprofit con le quali avevo collaborato nel corso degli anni, questa volta, per, con mansioni da PR e non amministrative.
Attraversai, tuttavia, anche giorni di estremo sconforto. A Miami gli impieghi a tempo pieno nel campo delle pubbliche relazioni non erano numerosi come speravo e le esperienze a tempo determinato tendevano a concludersi con la fine del progetto di cui mi ero occupata. Talvolta mi dicevo che l'idea di cambiare ambito era stata stupida, che per me era evidentemente impossibile ricominciare da capo e avere successo, persino nei termini molto limitati che definivano il mio successo (per esempio, essere in grado di pagare l'affitto di un appartamentino). Inspiegabilmente sembrava che tutti gli amici della mia et avessero carriere eccitanti e appartamenti meravigliosi, assistenti e conti spese. Certi giorni rincasavo talmente esausta che sarei scoppiata a piangere, e gli sforzi di una giornata di lavoro si riducevano a una confezione di erba gatta comprata sulla via del ritorno per Rossella, Vashti e Omero.
Questi era ormai diventato un gatto adulto a tutti gli effetti, anche se aveva smesso di crescere pressappoco nel periodo della sterilizzazione, verso i sette mesi, arrivando a pesare meno di un chilo e mezzo. Non era basso, ma di costituzione esile e minuta. Era snello, aveva il pelo lucidissimo e l'incedere sinuoso e aggraziato di un leone. Quando portava in giro il suo verme di pezza, lo teneva stretto fra i denti per il collo, lasciando ciondolare il resto fra le zampine di perfetta fattura, una piccolissima pantera che porta a casa una nuova preda. Il pelo nero era talmente pulito da scintillare, e quando se ne stava disteso in una chiazza di sole assumeva le sfumature brillanti del cobalto.
Era ancora scalmanato, quasi iperattivo, innamorato della corsa in cerchio e dei salti sulle pareti, tanto che mia madre lo aveva affettuosamente soprannominato Picchiatello. Amava ancora arrampicarsi ed esplorare. Mentre in passato, per, aveva affrontato queste cose con la spericolata approssimazione di chi pu sbagliare mira ma non se ne cura, ora si muoveva con la suprema sicurezza fisica di chi sa che le cadute e gli errori non sono contemplabili, come un ballerino di danza classica che, dopo anni di studio, ha ormai acquisito gli automatismi per un atterraggio perfetto.
Era proprio la fiducia di Omero che, nei momenti di maggiore sconforto, mi faceva vergognare di me stessa. Non era stato forse il gatto destinato a non fare niente? Affrontare nuove sfide, essere indipendente? Non era stato lui a ispirarmi con la sua determinazione ad arrampicarsi pi in alto possibile senza sapere qual era l'altezza in gioco n come scendere? Ogni salto che Omero spiccava era un atto di fede. Quel micio era la prova vivente del detto "la fortuna arride agli audaci", e del fatto che il non poter scorgere la luce alla fine del tunnel non significa che la luce non ci sia. Mi ricordai di come, vedendo Omero per la prima volta, avessi pensato che fosse possibile avere dentro di s qualcosa di tanto forte da farci perseverare nonostante tutto. Era stata un'idea che mi aveva sostenuto anche quando, nell'ambiente lavorativo che avevo scelto, mi sentivo dire che non avevo la preparazione necessaria e mancavo di esperienza e che, sebbene fossi portata, mi ci sarebbero voluti anni prima di trovare un posto fisso. Dovevo combattere con il senso di panico: se non potevo mantenermi con quel nuovo lavoro n con quello vecchio, che cosa avrei fatto? Al diavolo, mi dicevo, e quel pensiero mi dava conforto. Nessuno ha potuto dire a Omero quale fosse il suo potenziale, e nessuno potr dirlo a me.
Una delle cose migliori che potevo fare per sostenere la mia causa era crearmi una nuova rete di amici e contatti. Magari da qualcuno sarebbe arrivata la segnalazione di un ottimo posto di lavoro. Ma in quel periodo non smaniavo dalla voglia di fare nuove conoscenze. Non mi piaceva dover ammettere di vivere ancora con i miei genitori, e la notizia che avevo tre gatti - certe amiche adoravano aggiungere quell'informazione al mio curriculum verbale - generava spesso sguardi un po' perplessi. In un posto "trendy" come South Beach, ero quasi un'eccentrica. C' qualcosa di meno sexy di una ventisettenne che vive ancora con mamma e pap e si avvia a una brillante carriera di "gattara"?
"Be', i primi due sono stati programmati", dicevo con aria noncurante. "Il terzo  stato un incidente." Questo naturalmente mi portava a parlare di Omero e della sua "condizione speciale" davanti a un pubblico rapito. Inevitabilmente, mi domandavano se poteva andare in giro da solo, se era in grado di trovare il cibo e la lettiera e poi cominciavano a speculare su quanto dovesse essere triste un gatto senza occhi. Alcuni aggiungevano persino, probabilmente in buona fede, che forse sarebbe stato meglio sopprimerlo da cucciolo.
Qualcosa dentro di me si infiammava di fronte alla dimostrazione di tanta ignoranza, ma l'ignoranza si combatte meglio con l'educazione che con la rabbia. " un terremoto", dicevo a queste persone con infinito orgoglio. "Sono certa che non abbiate mai visto tanta energia e tanta sicurezza in vita vostra." Mi ero ripromessa di non parlare troppo dei miei gatti, giusto per non consolidare quell'immagine di "fanatica" che gi mi ero creata. Ma non appena raccontavo una delle avventure di Omero, chi mi ascoltava voleva sentirne altre e altre ancora.
Mi sforzai di sorridere alla vita in quel periodo, sebbene non sempre fosse facile. Omero capiva quando ero gi di corda. Faceva sempre attenzione al suono della mia voce, cogliendo anche i pi lievi cambiamenti di tono e riconosceva la differenza fra la vera felicit e la finzione. Allora non scorrazzava in giro come al solito ma sceglieva di strofinare forte il muso contro il mio mento o il naso, oppure si acciambellava al mio fianco, scavandomi con foga sulla pancia come se sapesse che quello era il punto in cui sentivo il vuoto pi grande. "Non fosse per te, non mi troverei in questo pasticcio, lo sai?" gli dicevo, scherzando solo in parte. Omero voltava la testa per leccarmi il naso con la lingua ruvida, facendo rumorosamente le fusa.
A volte  possibile conoscere due cose completamente contraddittorie allo stesso tempo e credere con eguale certezza che siano vere entrambe. Sapevo di amare Omero al punto da esserne quasi spaventata, tanto che se qualcuno mi avesse offerto un milione di dollari in cambio non avrei neppure preso in considerazione l'offerta.
Ma sapevo anche che avrei finito con il cambiare la mia vita per lui molto pi di quanto avevo creduto il giorno che l'avevo adottato. Volevo una vita con Omero, offrendogli totale sicurezza e libert in una casa tutta nostra. Ma volevo anche il genere di esistenza spensierata della maggior parte dei miei coetanei: certo, le bollette, un impiego... ma oltre a questo la possibilit di organizzare feste e frequentare una serie di ragazzi sbagliati ma divertenti.
Forse era per questo che di tanto in tanto perdevo la pazienza con Omero. Quando rientravo dopo una giornata di diciotto ore di lavoro, per esempio, e scoprivo che aveva rotto un soprammobile; oppure quando vedevo che aveva rovesciato la pappa dentro la ciotola dell'acqua, sprecando il cibo comprato con quel poco che raschiavo dai miei guadagni, e impedendo a Rossella e Vashti di bere per tutta la giornata.
I miei genitori, ancora convinti a causa delle sceneggiate di quest'ultima che non cambiassi l'acqua con sufficiente frequenza, si infilavano nella mia stanza mentre ero via, dimenticandosi sempre di riporre la ciotola a distanza di sicurezza da quella del cibo. "Dovete distanziare le ciotole", ricordavo loro in un tono che volevo sembrasse paziente, ma che poi suonava molto diverso. Enfatizzavo il verbo distanziare separando vistosamente le mani, come se le indicazioni visive fossero l'unico modo di fargli comprendere il concetto in questione.
Non alzavo mai la voce con Omero, non volevo sprecare il potere che avevo acquisito di bloccarlo all'istante se stava per fare qualcosa di pericoloso. Se avessi urlato troppo spesso quando la sua sicurezza non era a repentaglio, sapevo che la mia autorevolezza avrebbe finito con il diminuire.
E persino quando ero sul punto di esplodere per la rabbia, capivo che lui non sapeva di aver fatto qualcosa di male, si trattava soltanto delle solite buffonerie che me lo facevano amare tanto. Non poteva farci niente se, nel corso dell'esplorazione di una mensola sconosciuta, faceva cadere qualcosa. Quando si annoiava, non poteva sedersi davanti a una finestra e osservare il mondo come le altre due gatte adoravano fare. Arrampicarsi sui mobili o ascoltare il suono del cibo che cadeva nell'acqua erano dei passatempi per lui, e chi ero io per impedirglielo?
Insomma, non gridavo, ma quando mi correva incontro, incapace di contenere la gioia per il fatto che fossi finalmente tornata a casa, spesso lo spingevo bruscamente di lato. "Perch devi essere sempre cos agitato?" dicevo con la voce incrinata da un ridicolo senso di frustrazione che non avrei mai permesso si trasformasse in pianto.
Omero non capiva, ma era abbastanza perspicace da rendersi conto che in momenti come quello non ero felice di stare con lui. Allora abbassava la testa e si avvicinava piano toccandomi la gamba con la zampina ed emettendo una serie di ansiosi miagolii. Niente spegneva istantaneamente il suo entusiasmo come percepire che ero scontenta di lui.
Vedere quanto Omero fosse abbattuto mi faceva sempre sentire un mostro, cos mi calmavo e mi abbassavo per fargli i grattini. Non appena lo sfioravo, lui si affrettava ad acciambellarsi sulle mie ginocchia, impaziente di dimostrare la felicit che provava nel sapere che eravamo di nuovo amici.
"Non  facile essere genitore, eh?" mi chiese mia madre con una sana dose di ironia, una volta che ci sorprese nel bel mezzo di una riconciliazione.
"No", concordai con rassegnazione. Poi la guardai. "Suppongo di non aver sempre reso le cose facili a te e a pap, non  vero?"
"In effetti, no", rispose sorridendo. "Ma sei migliorata."
I miei genitori ormai si erano innamorati di Omero. Sentivo mio padre al telefono con gli amici e i colleghi vantarsi delle sue ultime imprese. "Ed  cieco", aggiungeva alla fine di ogni aneddoto, certo che la persona all'altro capo del filo non avesse mai sentito nulla di tanto straordinario quanto un gatto cieco che corre dietro a un verme di pezza o riesce a localizzare una scatoletta di tonno dentro un armadietto. Mia madre amava confrontare Omero con i gatti delle amiche. " molto pi in gamba del gatto di Susan", diceva, riferendosi al micio di una sua conoscente. "Quello l sembra sempre fuori dal mondo."
"Tuo padre e io abbiamo deciso che se dovesse accaderti qualcosa e non fossi pi in grado di occuparti dei gatti, noi prenderemmo Omero", mi inform di punto in bianco una domenica mattina a colazione.
Io la scrutai con aria interrogativa. "Per esempio?"
"Oh, non saprei", rispose mia madre imburrando una fetta di pane. "Dico solo, Dio ce ne scampi, che se dovesse accadere qualcosa..."
"Se dovesse accadere qualcosa come... cosa?" ripetei. Provai a immaginare i disastrosi incidenti e le gravissime malattie cui stava facendo riferimento in modo tanto ambiguo.
O forse intendeva che un giorno potessi decidere che prendermi cura di Omero fosse troppo gravoso e volessi darlo via. Forse lei e mio padre stavano semplicemente facendo quello che di solito fanno i genitori: cercare di sollevarmi da una responsabilit troppo grande che, ai loro occhi, non ero pronta ad assumermi in quel momento. Forse mi stavano offrendo un'onesta via di fuga.
Nel corso della mia infanzia i miei mi avevano spesso rimproverata o avevano perso la pazienza in modi che io trovavo inspiegabili e sconcertanti. A volte, pensavo, si finisce con l'arrabbiarsi con qualcuno in modo direttamente proporzionale a quanto si desidera renderlo felice. Il risentimento  secondo soltanto alla desolazione che si proverebbe se si perdesse quella persona.
Omero e Casey erano seduti vicino al tavolo, fianco a fianco, sull'attenti. Cercavano di non apparire troppo imploranti, ma era evidente che speravano di mettere le zampe su qualche bocconcino.
Avevo definito Omero "un incidente". Quello di cui per ero convinta nel profondo del cuore era che Omero fosse stata una sorpresa. Un incidente  una cosa che non rifaresti se potessi tornare indietro. Una sorpresa  qualcosa che non sai di desiderare fino a che non la ricevi.
Era chiaro che non fossi l'unica a pensarla a quel modo.
"Mi spiace", dissi prendendo la prima pagina del giornale. "Tu e pap dovrete cercarvi un gatto vostro."
Mia madre fece una smorfia. "Mai!"
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11. Un monolocale tutto per me.
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"Qual degli Achei sar d'Itaca il rege,
posa de' numi onnipossenti in grembo.
Di tua magion tu il sei; n de' tuoi beni,
finch in Itaca resti anima viva,
spogliarti uomo ardir."
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LA rivoluzione dotcom raggiunse infine anche Miami, portando con s un'improvvisa ondata di opportunit lavorative.
Molte nuove societ aprirono i battenti nella zona art dco di South Beach, con budget apparentemente illimitati e la necessit immediata di assumere personale. Visto che la maggior parte non riusciva a coprire posizioni con la stessa velocit con cui crescevano i loro bisogni, andava in cerca di persone che sapessero, come si suol dire, "essere flessibili".
Una di queste societ, per esempio, cercava un direttore marketing in grado di organizzare grandi eventi corporativi, cocktail e fiere. Poich non disponevano ancora di un addetto stampa, sarebbe stato perfetto se quella stessa persona avesse avuto dei contatti in citt. Visto che non avevano nemmeno un copy a tempo pieno, una laurea in lettere o in scrittura creativa non avrebbe guastato, al fine di coprire anche quel settore, se necessario. E considerato che la missione di quella particolare societ era creare una directory online delle organizzazioni comunitarie e di volontariato, l'ideale sarebbe stato trovare qualcuno con solidi contatti nell'ambito delle associazioni no-profit di Miami.
"Sanno di chiedere molto", mi disse l'amica che mi aveva dato la dritta. "Perci sono disposti a pagare piuttosto bene per la persona giusta."
Quella sera mi tremavano le mani sulla tastiera del computer mentre aggiornavo il curriculum, temendo di consegnarlo in ritardo o di essere rifiutata. Invece mi presero.
Erano trascorsi quasi due anni da quando ero tornata a vivere dai miei. Alla fine, dopo tanto tempo passato a combattere quella che a volte mi era parsa una lotta infruttuosa, avevo trovato un lavoro e uno stipendio che non soltanto bastava a pagare le spese che gi avevo, ma mi avrebbe anche permesso di prendermi una casa tutta mia.
...
Nei due mesi successivi trascorsi ogni secondo libero a leggere con dovizia le riviste di annunci immobiliari. Non avendo mai avuto una casa tutta mia, ognuna delle quattro righe di descrizione era per me una finestra su una vita nuova, scintillante e affascinante. Avrei potuto essere la giovane proprietaria alla moda di un appartamento con vista sull'oceano, portiere e servizio di concierge. Oppure prendere casa in un ex albergo immerso nel verde, con pavimenti in marmo e una scala a chiocciola che portava a un piccolo rifugio bohmien. Avrei potuto far parte dell'lite modaiola con un appartamento con giardino nel fiorente Design District. Se avessi desiderato abitare nella zona di South Beach, dove si trovano gli alberghi pi prestigiosi della citt, allora avrei potuto optare per un duplex in un palazzo ristrutturato stile art dco.
Avevo in mente un budget ma non avevo intenzione di spenderlo tutto. Non si pu mai sapere che cosa ci riserva il futuro, ma una cosa era certa: non volevo pi trovarmi nelle condizioni di dover tornare a vivere con i miei.
Alla fine optai per un monolocale all'undicesimo piano, spazioso e molto luminoso, in un grande complesso abitativo. Non aveva molta personalit, ma si trovava esattamente a met del budget che mi ero prefissa. L'appartamento disponeva di una cabina-armadio, un bagno enorme che poteva ospitare una lettiera e un grande balcone con un'ampia vista sulla Biscayne Bay a ovest e sull'Oceano Atlantico a est.
Non mi decisi subito: desideravo quell'appartamento ma temevo per l'incolumit di Omero a causa del balcone. Difficile, per, trovare una casa senza terrazzo in un posto come la Florida, il Paese del sole. Perlomeno l c'erano finestre scorrevoli e zanzariere. Le prime erano gi di per s una grossa misura di sicurezza poich erano pi difficili da aprire, il che significava che avrei avuto qualche secondo in pi per bloccare un gatto sprezzante del pericolo. E oltre il vetro Omero avrebbe trovato la zanzariera, una barriera praticamente invalicabile.
L'appartamento non era arredato e io stavo cominciando da zero: possedevo soltanto i miei vestiti, i libri, un piccolo televisore e i CD che avevano preso polvere negli scatoloni a casa dei miei (li avevo risparmiati dalla mia vecchia abitudine di ascoltare la musica a tutto volume). Scegliere le cose che l'avrebbero trasformato da anonima soluzione abitativa a casa confortevole mi regal infinite ore di gioia.
La scelta dell'arredamento fu dettata, come sempre, dalla presenza dei gatti. Tutti e tre usavano il tiragraffi ma Omero si arrampicava sui mobili pi alti invece di saltare, danneggiandoli con le unghie. Un divano in pelle era da scartare. Uno di stoffa fatto di un materiale troppo delicato era altrettanto fuori questione. Finii per scegliere il divano di velluto rosso offertomi da un vicino, abbastanza os, pensai, per il primo appartamento dove avrei portato dei "ragazzi", e ricoperto di una stoffa sorprendentemente resistente e a prova di unghioli.
Considerata la mia preoccupazione per l'impatto degli artigli di Omero sul mobilio, un'amica mi sugger di farglieli rimuovere. Un'idea che non riuscii nemmeno a concepire. Nessuno dei miei gatti aveva subto quell'intervento, e per Omero in particolare le unghie erano fondamentali. Saltava e si arrampicava con tanta disinvoltura anche perch, sebbene non potesse vedere gli ostacoli, sfoderando rapidamente gli artigli poteva evitare di cadere, proprio come fa uno scalatore aggrappandosi ai ganci.
"Mi mancher", mi disse mia madre quando giunse il giorno del trasloco. I suoi occhi luccicavano in modo sospetto. "Mi sono davvero innamorata di quello sciocchino."
"Ehi!" protestai sorridendo. "A chi hai detto sciocchino?"
"Casey e Brandi non saranno contente", predisse mio padre con aria tetra.
Non potei fare a meno di stuzzicarlo. "Pensi che magari si offrirebbero di prendersi cura di Omero se, Dio ce ne scampi, dovesse accadermi qualcosa?"
Lasciarli quella volta fu diverso da quando ero partita per il college. All'epoca, sapevo che sarei ritornata per le feste e le vacanze. Non c'era mai stato un vero e definitivo momento di rottura, n di partenza. Adesso, per, era diverso. Questa volta eravamo tutti consapevoli che si chiudeva un capitolo della nostra vita.
Tornare a vivere con i miei mi era parsa una demoralizzante regressione all'infanzia. Quella sensazione, tuttavia, stava gi scemando. Ora capivo che le circostanze che mi avevano riportato vicino ai miei genitori mi avevano permesso di conoscerli da adulta, cosa che altrimenti mi sarebbe stata impossibile.
I gatti si agitarono freneticamente nei trasportini quando li caricai in macchina. Dal loro punto di vista, da un viaggio in gabbia non poteva venire niente di buono. Significava sempre una visita dal veterinario (male) o una nuova casa cui abituarsi (persino peggio).
"Questa volta andiamo in un posto migliore", sussurrai loro. "Vi prometto che adorerete la nostra nuova casa."
"Chiamaci quando arrivate", disse mia madre, poi mi strinse in un abbraccio. "Magari domattina passiamo a portarti qualcosa da mangiare, cos non dovrai preoccuparti della spesa finch non ti sarai sistemata."
"Stupendo", le dissi rispondendo al suo abbraccio.
L'ultima cosa che udii, mentre chiudevo le portiere dell'auto e mi preparavo a mettere in moto, fu Casey che guaiva dentro casa.
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12. Sinfonie feline.
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"[...] i vati, che ama tanto, e a cui
s dolci melodie la Musa impara". [...]
"Demodoco, io te sopra ogni vivente
sollevo, te, che la canora figlia
del sommo Giove, o Apollo stesso inspira."
...
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...
OMERO sfoder una lista di cose da fare lunga un chilometro quando arrivammo nella casa nuova. C'era la pianta di un nuovo appartamento da memorizzare e mi assicurai che la imparasse in funzione della sua cassettina, mettendocelo non appena lo liberai dalla gabbietta. Dopo un'ora di misurazioni inizi a correre di stanza in stanza; aveva gi tutto chiaro in mente. C'erano anche nascondigli insoliti da scoprire e di cui impossessarsi, nuovi mobili da catalogare e sui quali arrampicarsi. L'appartamento era pieno di scatoloni che Omero ispezion personalmente uno per uno. Con grande eccitazione buttava all'aria i fogli di carta da pacco, quelli di plastica a bolle e i pallini di polistirolo, fino a rendere lo spazio attorno a s simile all'acqua ribollente dopo un attacco di piranha.
Amava arrampicarsi dentro gli scatoloni e ne saltava fuori all'improvviso. Non era mai riuscito con altrettanto successo a giocare a nascondino come ora. Si acquattava sul fondo assicurandosi che l'ala di cartone fosse chiusa sopra la sua testa e poi balzava fuori come un pupazzo a molla quando Rossella, Vashti o io gli passavamo davanti. Non so se collegasse quell'invisibilit con i passati fallimenti di "coglierci di sorpresa", ma adesso quel gioco gli dava una soddisfazione mai provata prima e io finii per conservare alcune scatole per qualche settimana dopo che erano state svuotate solo per non privarlo di una tale fonte di felicit.
Omero si era assunto anche il dovere di salutare qualsiasi postino o operaio varcasse la nostra soglia. Rossella e Vashti si nascondevano, l'una per la sua ormai nota asocialit, l'altra perch si spaventava a morte per il fracasso che provocavano.
Il piccolino di casa subiva invece il fascino di quelle visite nell'esatta misura e per gli stessi motivi per cui le sue sorelle le evitavano: erano nuove conoscenze e producevano suoni interessanti!
Un gatto cieco dovrebbe spaventarsi pi di un gatto normale di fronte a rumori intensi o improvvisi, meno comprensibili per lui. Ma in un mondo in cui ogni suono  inaspettato, dove non  possibile vedere il libro che cadr dalla mensola, n l'aspirapolvere che presto intoner il suo lamento, il rumore  un sollievo. Il suono, in realt, era ci che meglio gli spiegava il suo mondo. Un rumore imprevisto, percepito come possibile minaccia da Vashti e Rossella, era per Omero una nuova tessera del puzzle che rendeva pi comprensibile un universo invisibile. Trovava conforto nel ritmo dei suoni, per quanto fossero stridenti o aggressivi, nello stesso modo in cui le due gatte lo trovavano nel silenzio.
Aveva l'abitudine di zampettare dietro agli operai che portavano tintinnanti reti metalliche per il letto o trascinavano sul pavimento metri di cavo. Di frequente dovevo tenerlo in braccio, tanto era ansioso di infilare naso e orecchie in quegli affascinanti misteri, in modo che non interferisse con il loro lavoro. La maggior parte dei nostri visitatori lo trattava in modo piuttosto amichevole, sebbene dopo un rapido esame venisse fuori l'inevitabile domanda.
" successo qualcosa al muso del suo gatto?"
" cieco", rispondevo tagliando corto.
"Ah, povero piccolo." Intuendo che quel tono compassionevole era rivolto a lui, Omero andava ad arrampicarsi sulle loro gambe o gli saltava in braccio. Spesso portava con s il suo verme di pezza (il cui recupero dagli scatoloni del trasloco gli aveva causato non poca ansia), sperando di convincere quegli sconosciuti a giocare con lui.
Il giorno in cui riuscii a spremere la mia busta paga tanto da potermi permettere un impianto stereo segn un momento fondamentale, e l'uomo che venne a installarlo ebbe uno degli impatti pi significativi sulla vita di Omero. Il mio gattino non era mai stato molto esposto alla musica. Una volta che i miei CD uscirono alla luce e trovarono la strada per il lettore, per, cominci per Omero una nuova era di "vista uditiva". Scoprii che la musica aveva un'enorme influenza sul suo umore. Qualunque pezzo ritmato, rock o da discoteca, per esempio, lo mandava nel pallone. Live Through Thisdelle Hole lo faceva letteralmente impazzire. Cominciava a correre come un forsennato per il soggiorno, saltando come un matto su e gi dal divano o balzando in cima al tiragraffi con un basso mugolio, come se in corpo avesse cos tanta energia che contenerla gli provocava dolore.
La prima volta che gli feci ascoltare Bach, invece, cadde in un sonno profondo proprio nel bel mezzo dell'inseguimento di una pallina. Si addorment cos in fretta che sembrava gli avessero iniettato una dose di sonnifero.
Quel giorno mi era venuto a trovare il mio amico Felix. "Pare che Omero non apprezzi le tue scelte musicali", mi disse.
"I gusti son gusti", risposi stringendomi nelle spalle.
...
Omero non era mosso soltanto dai suoni che udiva attorno a s. Era egualmente interessato a quelli che lui stesso produceva. Era importante per lui assicurarsi che noi due fossimo in costante comunicazione e non si accontentava, a differenza delle gatte, di arricchire il nostro linguaggio con gesti o mosse silenziose. Rossella per esempio si sedeva esplicitamente davanti alla lettiera quando pensava che fosse ora di cambiare la sabbia, eVashti si esibiva in una bizzarra danza rituale attorno alla ciotola della pappa quando aveva fame.
Omero per, che ovviamente non sapeva di essere visibile agli altri, evitava metodi tanto sommari per farsi capire. A tre anni, aveva sviluppato un'intera gamma di incessanti miagolii e guaiti la cui complessit e ricchezza di sfumature era tale da sfiorare quasi il linguaggio umano.
Era ancora convinto che fintanto che non avesse prodotto alcun suono, io non avrei potuto "vederlo" e non si stancava mai di provare a farmela sotto il naso. Da cucciolo aveva accettato il mio "No!" con una semplice espressione confusa sul muso. Come fa a sapere sempre quello che sto facendo?! Ora per discuteva con me, con un lungo e acuto miiiiiiiche interpretavo per un: Dai, mamma...
Aveva un "miao" molto particolare che significava: Dov' il mio verme di pezza? Non riesco a trovarlo! E un altro, lievemente pi prolungato, per dire: Va bene, l'ho trovato, ora tu me lo devi lanciare. Poi c'era un lungo miagolio basso e gutturale che sentivo quando ero completamente immersa in qualcosa e non gli prestavo attenzione da un paio d'ore. Diceva: Mi annoooooooooio, e si interrompeva soltanto se gli procuravo qualcosa con cui giocare.
C'erano degli allegri e brevi mugolii strozzati che mi salutavano ogni volta che entravo dalla porta d'ingresso. Ehi, sei a casa! Un piccolo e lamentoso miao? interrogativo significava che Omero si era addormentato in una stanza da cui ero uscita e ora che si era svegliato voleva sapere dove fossi.
Un miagolio persistente e penetrante, che sentivo di rado, mi faceva subito venire un nodo allo stomaco, perch voleva dire che Omero si era infilato dentro qualcosa e non era pi capace di liberarsi. "Dove sei, Omero gatto nero?" gli chiedevo, seguendo il suono dei suoi lamenti fino a trovarlo. Il miagolio provocatorio, invece, era un mrao, mrao, mrao, mrao che produceva se parlavo al telefono da un po'. Era come l'incessante cantilenare di un bambino piccolo: Mamma, mamma, mamma, mamma, fino a che, esasperata, appoggiavo una mano sulla cornetta e dicevo: "Omero, non vedi che sono al telefono?"
Eh gi, in molti si dimenticavano che Omero era cieco se stavano con lui abbastanza a lungo. A volte lo scordavo perfino io.
...
Uno dei lussi che mi concessi fu l'abbonamento a un quotidiano, il primo che avessi mai sottoscritto a nome mio. La piacevole e attenta lettura del giornale davanti a una colazione leggera divenne una componente preziosa ed essenziale della mia routine mattutina.
La consegna del giornale divent uno dei momenti clou anche nella giornata di Omero. Non perch avesse d'improvviso sviluppato una passione per l'attualit, ma perch le brave persone che lavoravano al giornale avevano pensato bene di sfornarlo e consegnarlo ogni mattina alla mia porta avvolto da un elastico.
Omero non si era mai interessato agli elastici, sebbene molti gatti li adorino. Di norma amano mangiarli, abitudine pericolosa e a volte fatale. Se mi capitava di perderne di vista uno e finiva tra le zampe di Rossella o Vashti, cominciavano a masticarlo allegramente fino a che non glielo portavo via. Omero, invece, ci si sedeva accanto, tendendo le orecchie a caccia di un indizio che gli spiegasse con esattezza che cosa rendesse quel gioco tanto interessante. Non ci arrivo proprio, ragazze. Che c' di tanto straordinario?
Questo per prima che imparasse che un elastico, teso attorno a un giornale arrotolato e pizzicato con un'unghia, produceva un suono.
Come per molte altre grandi scoperte, anche questa avvenne per caso. Una mattina avevo lasciato il quotidiano sul tavolino davanti al divano per andare a prendere il pane tostato e il succo d'arancia. Omero balz sul tavolo per investigare. Dalla cucina udii un ping! Segu una pausa, poi un altro ping! E poi una raffica pi veloce di Ping! Pi-ping ping! Ping! Uscii dalla cucina e vidi Omero inclinare la testa da un lato e dall'altro, affascinato dal riverbero dell'elastico ancora vibrante, e dal suo suono. Lo pizzic di nuovo e vi premette sopra una zampa. Dopo aver compreso che quel gesto faceva cessare suono e vibrazione, pizzic l'elastico ancora una volta.
"Mi spiace, piccolo", dissi, sentendomi veramente in colpa. Si stava divertendo un mondo! Ma non avevo alcuna intenzione di rinunciare alla mia dose di notizie mattutina e di certo non avrei lasciato Omero in possesso di un oggetto pericoloso. Srotolai il giornale e gettai l'elastico nel cestino, convinta di aver chiuso la questione.
Come la maggior parte dei gatti, Omero era una creatura metodica e la cecit lo legava ancor pi alla sua routine. Per esempio, si acciambellava solo alla mia sinistra. Avrebbe anche potuto non sapere che avevo anche un fianco destro, tanto era radicata la sua abitudine di sistemarsi l. Se sul divano adottavo una posizione che gli offriva solo l'altro fianco, lui cominciava a girare in tondo miagolando nervoso, fino a che non mi spostavo.
Quando misi dei portacandele sul tavolino da caff, gli ci vollero settimane per imparare a non urtarli. Non perch fosse lento nel comprendere come evitare gli oggetti; aveva memorizzato la disposizione dell'intero appartamento in meno di un'ora. Ma una volta imparato il numero esatto di passi che lo portavano da un'estremit all'altra del tavolino, era difficile per lui discostarsi dall'abitudine. Quando provai a sostituire il suo verme di pezza, ormai ridotto a un brandello di stoffa che penzolava dal campanellino ammaccato, con uno nuovo e identico, lui lo annus, lo fece volare in aria una volta soltanto e se ne and disgustato. Dormiva nello stesso punto del mio letto notte dopo notte, esattamente tanto a lungo quanto ci rimanevo io. Anche Rossella e Vashti venivano a dormire con me, ma a notte fonda se ne andavano per scorrazzare insieme per l'appartamento.
L'attesa del tonk! del giornale contro la porta di ingresso alle prime luci dell'alba divenne immediatamente una delle sue manie. La gioia di poter comporre la propria musica con l'elastico era cos grande da fargli superare la consuetudine ormai triennale di dormire fino a quando non mi svegliavo io. Per quanto provassi a distoglierlo dal giornale, per quanto cercassi di distrarlo, di persuaderlo o di implorarlo, lui andava a sedersi con il naso nella fessura della porta d'ingresso, esattamente alle cinque e mezzo tutte le mattine. Una volta che sentiva il giornale atterrare, cominciava a grattare la porta e a miagolare freneticamente( arrivato il giornale! Mamma, presto,  arrivato il giornale!)finch non barcollavo gi dal letto il tempo sufficiente a prenderlo e gettarlo ai suoi piedi. La mia ricompensa per questo gesto di clemenza era un'ora buona diPing! Ping! Ping! Pi-ping Pi-ping ping!
Da diventare matti.
Alla fine per preservare sia il sonno sia la salute mentale, mi ricordai di una cosa che aveva fatto mia nonna quando ero piccola. Presi una scatoletta di cartone vuota e ci infilai attorno cinque elastici di spessore differente. Poi porsi quella chitarra improvvisata a Omero.
Lui ne fu totalmente conquistato. Ogni elastico suonava una nota diversa. La scatola vuota aggiungeva profondit e risonanza alle note. La cosa migliore era che, visto che questo giocattolo era sempre disponibile, potevo metterlo via quando andavo a letto. Omero torn a dormire tutta la notte con me, sapendo che lo avrebbe trovato al risveglio. Se leggevo o parlavo al telefono, lui si intratteneva con lo strumento musicale per infinite ore di estasi. La nostra casa divenne una vera e propria filarmonica, dove si potevano ascoltare concerti di Ping! Plong! BOING!
La sola cosa che spezzava l'idillio era l'occasionale rottura di uno degli elastici, che gli schizzava sul muso in modo cos inaspettato da farlo balzare indietro con una smorfia orribile, il pelo ritto. Ma che...?!!? Poi si accostava di nuovo alla scatola con cautela, inclinando la testa e assestandole una zampata rapida e decisa. Colpiscimi ancora e ti render pan per focaccia. Poi balzava via di nuovo, come se temesse le conseguenze della sua stessa audacia.
Dopo un incidente del genere Omero teneva il broncio per ore, rifiutandosi anche solo di avvicinarsi al suo giocattolo fino a che non l'avesse nuovamente sottomesso al suo volere. Io non potevo fare a meno di ridere. "L'arte  sofferenza", gli dicevo. Ma lui amava troppo la chitarra di cartone per tenerle il muso a lungo. Il mattino seguente lo avrei ritrovato a suonare i suoi elastici come se nulla fosse accaduto.
Vorrei poter concludere il capitolo dicendo che Omero alla fine impar a suonare qualcosa di riconoscibile, come Oh! Susanna oppure un brano dei Led Zeppelin.
Ma se cos fosse stato, di certo vi sarebbe gi giunto all'orecchio.
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13. Il signore delle mosche.
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Quale dal nato monte, ove la pioggia
sostenne e i venti impetuosi, cala
leon, che nelle sue forze confida.
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QUANDO ero alla ricerca di una casa, avevo deciso di evitare appartamenti con giardino o al piano terra per tutelare al massimo la sicurezza di Omero, ma non mi ero dimenticata neppure di una secondaria ma persistente realt che tanto influenza la vita a Miami.
Gli insetti.
Vivere a Miami significa imparare nel modo pi duro possibile che la popolazione umana si trova dalla parte dei perdenti nell'infinita guerra contro di loro.  una battaglia in cui sappiamo di non avere speranze di conquistare terreno; non possiamo fare altro che difendere i confini.
Era primavera quando ci trasferimmo nel nostro appartamento e ora ci trovavamo in piena estate, la stagione pi infestata dagli insetti in tutta la Florida meridionale. Fu un'estate particolarmente piovosa, con temporali tropicali che attraversavano i nostri cieli praticamente ogni giorno. Era il genere di tempo che portava allo scoperto queste creature in cerca di refrigerio.
Vivere all'undicesimo piano giocava a mio favore nel controllo della popolazione animale di casa, ma c'erano sempre degli irriducibili per i quali il gioco valeva la candela. In testa a questi battaglioni vi erano le mosche, enormi rompiscatole anche pi grandi di un'unghia e atrocemente fastidiose.
Per il bene di Omero avevo fatto voto solenne di entrare e uscire dal balcone il pi in fretta possibile. Ma per quanto fossi rapida nel far scorrere il vetro alle mie spalle, le mosche riuscivano sempre a entrare. Se quegli ospiti indesiderati contribuivano a rovinarmi la giornata, di certo aumentavano incommensurabilmente la gioia di Omero. Dopo che tutti i cartoni del trasloco erano stati svuotati e buttati via, si era trovato di nuovo nell'impossibilit di sferrare un attacco frontale efficace contro Rossella o Vashti. L'afflusso di mosche gli forn invece abbondanza di prede evitandogli di scontrarsi con la passivit e il disprezzo delle due gatte.
Omero cattur la sua prima vittima qualche mese dopo il trasferimento. Stavo ordinando alcuni libri nuovi sulle mensole del soggiorno quando udii un ronzio forte e inferocito da qualche parte sopra la mia testa. Mi guardai attorno e vidi i tre gatti allineati, come in formazione, che seguivano lentamente con lo sguardo il volo zigzagante di una mosca a un metro e mezzo di altezza.
La testa di Omero era rivolta all'ins e scattava avanti e indietro in sincronia perfetta con i movimenti irregolari della mosca, le orecchie tese come non mai. Le pupille delle due femmine erano enormemente dilatate, tanto che i loro occhi parevano completamente neri. Non distolsero lo sguardo neppure per un secondo. Sembravano ancora indecise sul da farsi ma, mentre erano assorte nelle loro riflessioni, Omero spicc il volo senza alcun preavviso.
Salt in verticale come una molla, sempre pi in alto, finch la sua testa non super la mia; si curv a formare un aggraziato arco. Rimase sospeso a mezz'aria per un istante, un ginnasta olimpionico al culmine di un'acrobazia, quando udii le sue fauci serrarsi. Atterr agilmente sulle zampe posteriori e si ricompose.
Il ronzio era cessato. La mosca scomparsa.
"Oh, mio Dio!" esclamai. Persino Rossella e Vashti rimasero di sasso, impressionate. Non crediamo ai nostri occhi.
L'unico a non sembrare sorpreso era proprio Omero. Masticava furiosamente, come un bambino con una caramella mou, e io mi resi conto che, visto che non era mai riuscito a catturare nulla prima di allora, non aveva considerato che catturare una mosca significava che lui... be'... si sarebbe ritrovato una mosca in bocca.
Avevo comprato uno schiacciamosche e della carta moschicida quando avevo traslocato, ma divenne presto chiaro che il loro triste destino sarebbe stato di rimanere chiusi a prendere polvere in un cassetto della cucina. Non avevo il cuore di privare Omero delle gioie di ci che presto divenne il suo passatempo preferito. E in tutta onest, qualunque sforzo avessi fatto per contenere l'afflusso di mosche sarebbe stato comunque superfluo.
Omero affin la cattura degli insetti volanti fino a trasformarla in una forma d'arte, sperimentando diversi stili e strategie dettate dalla necessit o dalla noia. In alcune occasioni spiccava salti come aveva fatto quella prima volta ma, invece di catturare la mosca in aria, le sferrava una potente zampata, costringendola a posarsi. Poi, mentre la malcapitata si sforzava di riprendere il volo, lui indietreggiava di qualche centimetro e le balzava addosso. A volte dava loro la caccia verso il balcone finch la mosca non andava a sbattere contro il vetro. Allora premeva una zampa sullo sventurato insetto facendolo scivolare nell'angolo e lo teneva bloccato finch non smetteva di muoversi.
Se una mosca si posava sulla parete dietro al divano Omero saliva sullo schienale, si alzava sulle zampe posteriori e, veloce come un fulmine, scattava per inchiodare l'insetto al muro. Poi sollevava la zampa quanto bastava da infilarci il muso sotto e ingoiare la preda. Una volta lo vidi sfrecciare sopra lo schienale di una sedia in un inseguimento selvaggio. In equilibrio su tre zampe usava la quarta per colpire furiosamente la preda. Che per vol proprio dietro la sua testa. Vi assicuro che Omero balz gi dalla sedia con uno spettacolare salto all'indietro, un vero e proprio funambolo, e cattur la mosca in aria, contorcendosi poi in modo da atterrare sulle quattro zampe.
"Okay, adesso ti stai solo mettendo in mostra", gli dissi. Ma non potei fare a meno di ridere per quanto apparisse compiaciuto di s.
Giunsi al punto in cui non dovevo pi nemmeno sentire il ronzio per capire che c'era un intruso fra noi. Con la coda dell'occhio avevo colto una fugace e fulminea macchia nera sfrecciarmi accanto, e allora sapevo.
A volte passavo il tempo immaginando le conversazioni delle mosche che osservavano la bruciante umiliazione di un loro simile catturato da un gatto cieco. Nella mia mente, il dialogo faceva pressappoco cos:
PRIMA MOSCA: Hai visto che Carl  stato catturato da quel gatto senza occhi? E dire che lui di occhi ne aveva almeno un centinaio!
SECONDA MOSCA: Gi, be', Carl era un idiota.
Le mosche non erano le sole vittime di Omero nella sua nuova veste di cacciatore. Si dimostr egualmente in grado di trattare qualunque genere di seccatura: formiche (cos semplici da catturare da apparire quasi un insulto alle sue capacit), zanzare e qualche sporadica falena.
E poi c'erano gli scarafaggi. Vivere a un piano alto significava non essere afflitti da una vera e propria infestazione. Dato per che quelli pi grossi erano anche capaci di volare, in parecchi si intrufolavano in casa. E quelli che ci riuscivano vivevano (brevemente) per pentirsene.
Essendo ormai diventato cos abile con le mosche, la sola cosa che rendeva la caccia agli scarafaggi una vera sfida per Omero era che le prime annunciavano la propria presenza con un forte ronzio, mentre questi ultimi erano silenziosi. O cos pensavo. Ma l'udito del mio piccolo giustiziere era infinitamente pi sensibile del mio e persino di quello di Rossella e Vashti; in svariate occasioni, vidi Omero inclinare la testa di lato per ascoltare qualcosa che io non riuscivo a cogliere. Poi balzava in un punto un po' nascosto e, statene pur certi, un enorme scarafaggio ne usciva di corsa.
Omero aveva la tendenza a mangiare tutto ci che catturava, eccezion fatta per gli scarafaggi. Quelli li teneva da parte per me. Nel corso di un paio di settimane particolarmente piovose, mi svegliai ogni mattina trovando un ordinato mucchietto di cadaverini neri impilati ai piedi del letto.
Non appena mi sentiva muovere, il mio eroe andava a sedersi accanto al suo bottino di guerra, miagolando in modo ansioso e invitante. (Nel suo mondo sarebbe stato assurdo pensare che avrei potuto trovare senza assistenza qualcosa che non produceva alcun rumore.) Guarda, mamma! Guarda che cosa ti ho portato! Ti piacciono, non  vero?
"Grazie, Omero", dicevo sempre, felice del fatto che non potesse vedere la mia smorfia di disgusto. "Sei un gattino molto premuroso. Alla mamma piacciono moltissimo i suoi nuovi scarafaggi." Allora Omero protendeva le zampe e mi afferrava gli stinchi, in un gesto che significava: Ho voglia di coccole. E io lo accontentavo generosamente.
Ora che avevo il mio appartamento cominciai a invitare gli amici con una certa regolarit. Omero li salutava sempre con il consueto interesse, ma niente poteva distogliere la sua attenzione da un intruso a sei zampe a piede libero. " davvero incredibile!" dicevano gli ospiti vedendolo catturare al volo una mosca a due metri di altezza. "Voglio dire,  cieco!"
"Non dirglielo", rispondevo io. "Non credo che lo sappia."
" come il maestro Miyagi che cattura le mosche con le bacchette in Karate Kid", osserv una volta il mio amico Tony. "Mi piacerebbe avere una scatola piena di insetti da poter liberare qui dentro in modo che lui possa scatenarsi nella caccia."
Io rabbrividii all'idea. "Sono davvero molto felice che tu ne sia sprovvisto."
Omero per non aveva ancora sfoderato dal cilindro il suo trucco migliore. Ma era solo questione di tempo.
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14. "Mucho gato".
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Fortunati non sono i nequitosi
fatti, e il tardo talor l'agile arriva.
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ERA un'afosa notte di met luglio quando mi svegliai di soprassalto alle quattro del mattino a causa di un rumore mai sentito prima.
Sembrava il brontolio di un gatto. L'unica che avessi mai sentito brontolare era Rossella, ma sapevo che non era lei, e nemmeno Vashti, cos timida ed educata da miagolare sempre a bassa voce.
Non poteva dunque che trattarsi di Omero.
Il semplice fatto che brontolasse, lui, affettuoso come un cucciolo e sempre cos spensierato, mi fece di per s spaventare. Strizzai gli occhi sforzandomi di individuarlo nel buio.
Dalla strada, sottili lame di luce filtravano attraverso gli scuri. Ma sapevo che era vicino. Mi allungai per accendere l'abat-jour sul comodino.
La prima cosa che vidi fu Omero in mezzo al letto, il pelo ritto e gonfio, il dorso completamente curvo, la coda rigida come uno scovolino. Le zampe erano allargate e sebbene la testa fosse abbassata le orecchie erano tese in ascolto. Gir testa e orecchie da un lato all'altro con la precisione di un sonar. Aveva sfoderato gli artigli come non gli avevo mai visto fare, pi di quanto avrei creduto fisicamente possibile. Il brontolio continu, basso e ininterrotto, non del tutto aggressivo ma di certo minaccioso.
Ai piedi del letto c'era un uomo che non avevo mai visto in vita mia.
Nella confusione del risveglio improvviso la mia mente pass in rassegna tutte le spiegazioni innocenti che potessero giustificare quella presenza, e poi le scart. Un amico in visita? No. Un nuovo fidanzato? No. Un vicino ubriaco che era entrato barcollando nel mio appartamento scambiandolo per il suo?
No, no e no.
Sentii ogni muscolo del mio corpo irrigidirsi per la tensione.
Tutto ci cui riuscii a pensare fu che l'incubo sopito di ogni donna che vive sola, lo scenario apocalittico descritto in migliaia di film dell'orrore, si stava svolgendo l e in quel preciso istante, nella mia camera da letto. Mi resi anche conto che, non avendo mai creduto che una cosa simile potesse accadere a me, non avevo previsto alcun mezzo di difesa. Mi guardai freneticamente attorno, cercando un oggetto da usare come arma.
L'intruso sembrava sbalordito quanto me e, per un folle istante, la cosa mi parve ridicola. Di certo, fra noi tre, lui avrebbe dovuto essere il pi preparato a qualunque evenienza. Voglio dire, chi si era introdotto furtivamente nell'appartamento?
Ma poi mi resi conto che non stava guardando me. Non riusciva a staccare gli occhi da Omero.
Come me, l'aveva ovviamente sentito brontolare ma al buio non era riuscito a individuarlo. E adesso capiva perch quel gatto, che aveva reso ben chiara la sua intenzione di attaccare, fosse stato del tutto invisibile. Qualcosa non andava nella sua faccia...
In circostanze pi benevole mi sarei offesa a morte per l'espressione di orrore che si dipinse sul volto del ladro quando finalmente comprese di non aver visto gli occhi che brillavano al buio.
Omero probabilmente si allarm percependo la rigidit del mio corpo, o forse perch, seppure sveglia, non gli avevo parlato con il consueto tono rassicurante. Il suo brontolio si fece molto pi forte e acuto.
Alcuni gatti soffiano e drizzano il pelo allo scopo di evitare una lotta, indietreggiando lentamente pur mantenendo una postura intimidatoria nella speranza che il loro avversario si ritiri per primo. Ma Omero no. Con la lenta precisione che riconobbi da tutti i tentativi falliti di attaccare Rossella, si stava muovendo in avanti, verso l'intruso.
Forse vi sembrer sciocco (tenete a mente che fino a cinque minuti prima ero profondamente addormentata), ma per una frazione di secondo mi preoccupai per l'incolumit del ladro. Fu una reazione irrazionale: c'era un gatto arrabbiato pronto ad attaccare una persona in casa mia. Se qualcuno me lo avesse domandato mezz'ora prima, avrei giurato che Omero non avrebbe mai aggredito nessuno in mia presenza; che, se per qualche inimmaginabile ragione avesse messo da parte la sua consueta socievolezza, il suono del mio: "No!" lo avrebbe fermato all'istante. Omero era un combinaguai e uno scavezzacollo, ma non mi aveva mai apertamente disubbidito. Per me quella era una verit assoluta, una delle pietre miliari del nostro rapporto, una delle cose, a parte la cecit, che rendevano Omero diverso dagli altri gatti.
In quel momento per fui certa - certa- che se avesse deciso di attaccare quell'uomo io non sarei stata in grado di fermarlo. L'animale furente che avevo sul letto era un gatto che non avevo mai visto, che non conoscevo e sul quale non avevo alcun controllo. L'unica questione da chiarire era quanto sangue il ladro, io o entrambi avremmo dovuto versare per tentare di placarlo.
Era trascorsa soltanto una manciata di secondi da quando avevo acceso la luce e decisi di fare una cosa talmente ovvia da chiedermi come avessi fatto a non pensarci prima.
Presi il telefono e iniziai a comporre il numero del pronto intervento.
"Non farlo", disse l'uomo.
Esitai per una frazione di secondo e poi guardai Omero. Fai come Omero, mi intim una voce nella testa. Fingi di essere pi forte di quanto non sei.
"Vaffanculo", risposi, e feci la telefonata.
Poi accaddero un'infinit di cose nello stesso momento. L'operatrice del 911 rispose e io gridai: "C' qualcuno nel mio appartamento!"
"C' qualcuno nel suo appartamento?" ripet lei.
"S, c' qualcuno nel mio appartamento!"
Omero, nel frattempo, si era galvanizzato. Forse non si era reso conto della differenza di stazza, di quanto pi piccolo fosse rispetto all'uomo che si protendeva minaccioso sul letto, ma di certo sapeva come individuare con esattezza un punto in base al suono.
L'intruso, parlando, gli aveva fatto sapere esattamente dove si trovasse.
Con un soffio sibilante che scopr le zanne (prima di allora le avevo sempre considerate dei "denti"), Omero si scagli in avanti e tese la zampa destra nell'aria. Estrasse ulteriormente le unghie (Dio mio, quanto erano lunghe?) che, scintillando come falci alla luce dell'abat-jour, si calarono brutalmente verso il viso dell'uomo.
Lo mancarono per pochi millimetri, e soltanto perch il ladro istintivamente aveva spostato la testa indietro.
"Va bene, signora, stiamo inviando degli agenti", mi disse l'operatrice del pronto intervento. "Rimanga in linea..."
Non udii il resto delle istruzioni, per, perch a quel punto l'intruso si volt e scapp via. Omero, la coda ancora gonfia e tesa, balz gi dal letto e si lanci all'inseguimento.
"OMERO!" Mai avevo udito un grido simile uscirmi di bocca. Sentii la gola lacerarsi. "OMERO, NO!"
Mollai il telefono e li rincorsi.
Come due velocisti che ansimano verso il traguardo, due paure separate e distinte rivaleggiavano per impossessarsi della mia mente. La prima era che Omero riuscisse in effetti a raggiungere l'intruso. Chi poteva immaginare come avrebbe reagito l'uomo se si fosse visto attaccato una seconda volta?
Ero anche terrorizzata che Omero potesse inseguire il ladro fuori dalla porta e lungo il dedalo di corridoi del palazzo e, incapace di ritrovare la strada di casa, non riuscisse pi a tornare. Mentre questa immagine si faceva pi vivida nella mia mente, rimasi scioccata nel rendermi conto di quanto fosse radicata, di come la paura che il mio gattino si perdesse fosse sempre esistita in un angolo dei miei pensieri, nascosta e silente ma pronta ad assalirmi senza alcun preavviso.
Omero usc dalla porta e percorse due metri di corridoio prima che potessi raggiungerlo. Mi guardai attorno per accertarmi che le altre due gatte fossero ancora dentro e che il ladro se ne fosse andato, e vidi chiudersi la porta di emergenza in fondo al corridoio.
Raccolsi Omero con una mano. Il battito intermittente del suo cuore mi allarm, ma anche il mio petto pareva liquefatto, come se fosse pieno di lava incandescente. Il micetto oppose una feroce resistenza, agitando le zampe nell'aria, affondando gli artigli nel mio avambraccio e incidendovi dei solchi rossi. Fu solo quando tornammo nell'appartamento, chiusi la porta a chiave alle nostre spalle e lo lasciai cadere bruscamente sul pavimento, che parve ritornare in s.
"Quando dico No' voglio dire No', accidenti!" gridai. "Sei un gatto cattivo, Omero! Un gatto molto cattivo!"
Lui ansimava vistosamente. Lo vidi prendere un respiro profondo e poi inclinare la testa di lato.
Una delle cose che mi avevano sempre commosso di lui era il modo in cui sembrava cercare di capirmi quando gli parlavo. Proprio come in quel momento, mentre muoveva la testa verso il suono della mia voce, sforzandosi di dare un senso al mio gridare. D'altro canto, ogni istinto nel suo corpo gli diceva che aveva appena fatto la cosa giusta. C'era stata una minaccia e lui aveva difeso il territorio. Che cosa c'era di male?
Ma ecco che la mamma lo sgridava come non lo aveva mai sgridato prima, convinta che avesse appena fatto una cosa molto, molto sbagliata. Quindi chi di noi aveva ragione?
Omero non strisci verso di me con aria colpevole come di solito faceva quando mi arrabbiavo con lui. Se ne rimase seduto, la coda arrotolata attorno alle zampe anteriori come le antiche statue egizie dei felini che fanno la guardia ai templi.
Mi torn in mente un passaggio del romanzo Per chi suona la campana. Un gruppo di contadini cenciosi ha appena combattuto contro i soldati fascisti durante la guerra civile spagnola, e ha subto gravi perdite. Fra i caduti c' il leale cavallo di un vecchio fattore che si era unito alla lotta. Inginocchiandosi sul corpo dell'animale, il contadino gli sussurra all'orecchio: "Eras mucho caballo", eri un gran cavallo.
Era una battuta che mi aveva colpito, perch a parer mio quella singola frase sembrava contenerne una moltitudine. Ci che il contadino stava dicendo era che quel cavallo era stato migliore di tutti gli altri, aveva combattuto come un uomo ed era morto come un eroe. Il suo valore era tale da renderlo pi prezioso di un'intera mandria, cos tanto "cavallo" che il corpo di un singolo animale era riuscito a contenerlo a stento.
Omero sembrava pi minuto del solito seduto sul pavimento, il muso ancora inclinato da una parte mentre il pelo si stava sgonfiando.
 un gattino tanto piccolo, pensai. Tanto piccolo!
"Oh, Omero", dissi con la voce rotta. Mi inginocchiai e lo grattai dietro le orecchie. In tutta risposta lui si mise a fare sommessamente le fusa. "Mi spiace di aver gridato. Mi spiace tanto, piccolino."
Bussarono forte alla porta, poi udimmo un assai gradito: "Polizia!"
"Tutto bene!" risposi. "Arrivo."
Presi Omero di nuovo in braccio. Amava le coccole ma odiava essere preso in braccio e si agitava sempre come un forsennato nel tentativo di riconquistare il pavimento. In quel momento, invece, rimase tranquillo. Affondai il viso nel pelo del suo collo.
"Eres mucho gato, Omero", sussurrai. Sei un gran gatto.
Poi lo posai delicatamente a terra.
...
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...
15. Il mio eroe.
...
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Egli, d'uom vile e abbietto
vista m'avea da prima, ed or simle
sembrami a un dio che su l'Olimpo siede.
...
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LA luce viaggia a 300.000 chilometri al secondo, ma rallenta di circa di due terzi quando colpisce il cristallino degli occhi. Se questo non accadesse saremmo praticamente ciechi e riusciremmo a distinguere soltanto ombre disseminate di chiazze pi luminose. Grazie a questa riduzione di velocit il nostro cervello pu interpretare e trasmetterci ci che la luce rivela. Ma la nostra mente si spinge ancora pi in l, imponendo logica e regolarit, appianando le distorsioni e colmando le occasionali lacune che si aprono nel nostro campo visivo. Questa  la ragione per cui, per esempio, un oggetto che viaggia in modo troppo veloce perch i nostri occhi lo possano seguire viene percepito come una macchia indistinta. L'oggetto non  una macchia indistinta, in realt, ma quello  semplicemente il modo in cui la nostra mente crea ordine dove altrimenti vi sarebbe confusione.
La morale, suppongo,  che ci che crediamo di vedere non corrisponde precisamente al modo in cui le cose sono nella realt obiettiva che esiste fuori dalle nostre teste. Oppure, per dirla con parole pi semplici, le cose non sono sempre come appaiono.
Dopo l'effrazione per giorni vagai in uno stato di shock. (Avrei potuto morire, continuavo a ripetermi. Avrei potuto essere stuprata, uccisa, avrei potuto morire!) Niente sembrava o suonava pi come avrebbe dovuto. La musica era troppo stridente; i raggi del sole, troppo luminosi, mi graffiavano il viso come carta vetrata. Ma il silenzio e il buio, e il terrore di ci che potevano nascondere, mi toglievano il respiro. La mia casa non era il rifugio sicuro che credevo, e orrori sconosciuti si celavano anche sotto l'aspetto delle cose pi familiari.
Omero ritorn alla sua consueta spensieratezza molto pi rapidamente di me. Il mattino dopo l'aggressione, io avevo gli occhi pi arrossati che mai dopo essere rimasta ad aspettare l'alba, mentre lui sembrava dire: Ehi, ma che accidenti  successo, eh? Dai corriamo a giocare! Era come se il coraggioso difensore nel quale si era trasformato in modo tanto impressionante e inatteso fosse stato soltanto un'illusione ottica. Mi ritrovai a telefonare a tutti quelli che conoscevo per raccontare che cosa aveva fatto, non tanto per vantarmi di lui (sebbene fosse pi che giustificato) ma perch sentivo il bisogno di cementare un ricordo difficile da mantenere, alla luce del suo imperturbato atteggiamento soltanto cinque ore pi tardi.
La maggior parte delle persone giunge a pensare di conoscere tutto dei propri animali domestici, tanto da poter prevedere con sicurezza quasi matematica quello che faranno o come reagiranno in qualunque situazione. Mio padre portava a spasso i nostri cani senza guinzaglio perch "Tippi si ferma sempre quando dico No'", oppure "Penny non scapperebbe mai via."
Ma lui, che li comprendeva meglio di chiunque altro, era anche il primo a sostenere che erano prima di tutto degli animali, e con loro, come con le persone, c'era sempre spazio per l'imprevedibilit.
Avevo creduto di conoscere Omero tanto quanto mio padre conosceva i nostri cani. Se il mio gatto girava attorno a una scatoletta di tonno vuota, rivoltandola e infilandoci le zampe con aria frustrata, spiegavo ai presenti: "Non capisce perch una cosa che odora cos intensamente di tonno non sia tonno".
Ho gi detto che Omero dormiva con me tutte le notti, ed esattamente per lo stesso numero di ore. Ma c'era di pi. Quando mangiavo, lui raggiungeva al trotto la sua ciotola della pappa. Quando ero particolarmente di buon umore, correva tutto arzillo per casa e i suoi frizzi e lazzi erano la manifestazione fisica del modo in cui mi sentivo io. Se ero triste, mi si acciambellava stretto stretto in grembo e non riuscivo a scrollarlo dalla sua depressione neppure offrendogli il suo giocattolo preferito o un cibo prelibato. Quando mi muovevo per casa, capitava che Omero mi corresse incontro, mi seguisse a distanza o mi zigzagasse fra le gambe. Ma i nostri passi erano talmente sincronizzati che nessuno dei due perdeva mai un colpo, o inciampava nei piedi dell'altro. Potevo camminare al buio con Omero che mi sfrecciava attorno, senza poterlo vedere, senza mai calpestarlo o finirgli addosso.
Ma il mio piccolo eroe era anche capace di imprese, imprese coraggiose e straordinarie, che nessuno avrebbe potuto prevedere quando lo avevo adottato, nemmeno io stessa dopo tre anni di convivenza. Ero orgogliosa di lui. Come avrei potuto non esserlo? Ero sempre stata io a insistere che Omero era "normale", proprio come qualunque altro gatto. Ma questa era tutta un'altra storia. Considerarlo addirittura "eroico" mi costrinse a cambiare lievemente il mio modo di pensare.
Un'amica sposata da tempo, alla vigilia del mio matrimonio, qualche anno pi tardi, mi disse: "Non dimenticarti mai che la persona che ti dorme accanto ogni notte rimane uno sconosciuto". Ma io lo sapevo gi. Era stata la seconda importante lezione sui rapporti umani che Omero mi aveva insegnato.
Non arrestarono mai l'uomo che si era introdotto nel nostro appartamento. Sporsi denuncia e andai al dipartimento di polizia per sfogliare i grossi schedari di foto segnaletiche. Vidi un paio di facce cheavrebbero potuto somigliare al mio ladro, ma avevo paura di riconoscere qualcuno. Ogni volta che ripensavo a quella notte, la sola cosa che mi tornava alla mente era Omero; non avrei mai potuto giurare in un'aula di tribunale che chiunque avessi riconosciuto da un confronto o da una foto segnaletica potesse essere l'uomo giusto.
Eppure, ci vollero settimane prima che riuscissi a recuperare il sonno. Ma se la paura e la rabbia rimasero a lungo dentro di me, per Omero furono presto archiviate. Dormiva tranquillo come un bambino al mio fianco, nel corso di quelle lunghe notti in bianco, quando sbarravo gli occhi al minimo rumore.
Mi ero sempre considerata colei che avrebbe reso il mondo intelligibile per quel gattino sfortunato. Sarei stata gli occhi che non possedeva, avrei scacciato le sue paure nell'oscurit. Ma il mio gatto era molto pi a suo agio al buio, nel mondo dei suoni casuali, di quanto lo fossi io. Lo ammetto, nei giorni dopo l'intrusione, fui io a sentirmi pi sicura sapendo che Omero mi dormiva accanto.
Mentre nel letto cercavo di combattere l'insonnia, capii che ci che avevo sempre considerato sprezzo del pericolo dettato dalla cecit forse era l'opposto. Omero sapeva che c'erano cose da temere nel buio; non avrebbe reagito con tanta aggressivit se non avesse saputo che c'era motivo di avere paura. Ma che farsene di quella paura? La vita andava vissuta, no? Mentre un altro gatto nelle sue condizioni avrebbe trascorso l'esistenza nascondendosi, nell'eterno tentativo di evitare pericoli esistenti o immaginari, Omero semplicemente viveva, con la certezza istintiva che se e quando si fosse presentata una minaccia, avrebbe potuto affrontarla.
Non dissi niente ai miei genitori. Non avrebbero potuto farci molto, a parte preoccuparsi, e se avevo difficolt a dormire io, figurarsi mia madre. Nei giorni che seguirono, a ogni modo, i miei amici fecero di Omero un vero eroe. " impossibile!" dicevano. " una cosa pazzesca!" Anche loro lo guardavano come se non lo avessero mai visto prima. Era il nostro supereroe, anche se lui probabilmente non colleg mai il coraggio dimostrato quella notte con le infinite scatolette di tonno, il tacchino e le confezioni di caviale economico, che masticava con fare pensoso, intrigato dall'odore di pesce ma perplesso dalla nuova consistenza. Rossella e Vashti, che ottennero una parte di quel premio, parvero accettarlo senza farsi domande, liete di poter godere dei doni che gli dei avevano deciso di concedere loro.
L'interrogativo che continu a perseguitarmi fu perch? Perch io, perch il mio appartamento? La cosa pi dura da accettare  che di solito non esiste un perch. O con pi probabilit esiste, dato che ogni effetto ha una causa, ma non saremo mai in grado di sapere quale sia. E non saperlo rende impossibile evitare che la cosa accada di nuovo. Ma da una parte  anche liberatorio. Il mondo poteva essere pericoloso, ma non c'era altro da fare che continuare a vivere la propria vita. E sarebbe stato stupido, vivendola, non riuscire a goderne.
Omero, a modo suo, lo aveva sempre saputo.
In fin dei conti dopo che lo spavento, la paura e la rabbia scemarono, quando Omero ritorn a essere il gatto che amava gli elastici e ordiva audaci spedizioni sulla libreria, mi resi conto di due cose. Di essere riuscita a "crescerlo" come mi ero prefissa tanto tempo prima: coraggioso e indipendente, per niente frenato dall'insicurezza. Avevo fatto in modo che fosse in grado di prendersi cura di se stesso, proprio come qualsiasi altro gatto, e cos era stato. Aveva dimostrato, nelle giuste circostanze, di potersi prendere cura anche di me.
Mi rimase anche un senso di gratitudine tanto profondo da diventare una presenza tangibile e viva nella nostra casa. Nel buio delle prime ore del mattino, quando persino South Beach era immersa nella quiete, il pensiero di come sarebbe potuta finire quella notte si sollevava come un'onda pronta a travolgermi. Gli occhi mi si riempivano di lacrime, e allora mi portavo Omero al petto e gli mormoravo: "Grazie al cielo ci sei. Grazie al cielo ci sei, micetto!"
Omero forse mi aveva sbalordita, ma era innegabile che fra noi ci fosse una nuova e pi profonda simmetria. Una volta, tanto tempo prima, gli avevo salvato la vita. E ora, lui aveva salvato la mia.
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16. Tre gatti e una single.
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Noioso assedio alla ritrosa madre
poser de' primi tra gli Achivi i figli.
Perch di farsi a Icario, e di proporgli
trepidan tanto, che la figlia ei doti
e a consorte la dia cui pi vuol bene?
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PRIMA dell'effrazione, c'era stato un solo appuntamento in cui il mio accompagnatore aveva oltrepassato la soglia di casa. Era venuto a prendermi un gioved sera e l'avevo invitato a salire per un aperitivo prima di uscire. Andai in cucina a preparare dei cocktail. Quando tornai in soggiorno trovai Omero intrappolato in un angolo dal mio ospite, che gli stava di fronte sibilando rumorosamente. Omero aveva dipinta sul muso un'espressione di puro terrore e le orecchie giravano da una parte all'altra come se stesse cercando di captare una via di fuga.
Lasciai quasi cadere i bicchieri. "Ma che?..."
"Si  avvicinato", spieg il mio accompagnatore. "I gatti neri portano sfortuna."
La maggior parte delle persone era gentile con Omero. Pochi erano indifferenti nei suoi confronti e semplicemente lo ignoravano. Ma non avevo mai visto nessuno scomodarsi tanto per spaventare un gatto cieco. La voce che avevo nella testa assomigliava molto a quella di mia madre. Che genere di persona farebbe mai una cosa simile? In che razza di famiglia  cresciuto questo qui?
Fu forse la prima volta in vita mia in cui desiderai essere un uomo, per avere il piacere di stendere quel tizio con un pugno. Ebbi una deliziosa visione in cui gli spaccavo il bicchiere sulla testa in modo molto teatrale. Le mie mani si strinsero invece attorno ai bicchieri ghiacciati fino a che non le sentii congelare, ma mantenni un tono di voce misurato.
"Il gatto vive qui", dissi. "Tu no. Esci dal mio appartamento."
Fu il primo e l'ultimo uomo, a eccezione degli amici, che invitai a casa per svariati mesi. Visto che cosa pu succedere? pensavo. Persino le persone pi insospettabili possono rivelarsi inquietanti oltre l'immaginabile.
Una delle cose che non vedevo l'ora di fare da quando abitavo da sola era frequentare qualcuno. Non che vivessi da reclusa mentre stavo dai miei; ma una volta terminato il liceo l'idea di sederti sul divano dei tuoi con un ragazzo che ti piace perde fascino...
Con il trascorrere del tempo mi accorsi per che le cose non andavano esattamente come le avevo immaginate. A volte mi sembrava di avere avuto una vita sociale pi intensa quando abitavo in famiglia. Ora che non avevo pi pretesti per non portare un ragazzo a casa mia, evitavo del tutto l'argomento "Da te o da me?" limitando le mie attivit alle uscite di gruppo con gli amici. Di tanto in tanto si aggregava a noi qualche tipo interessante, che avrebbe potuto a sua volta trovare interessante me, ma in sostanza la cosa finiva l.
Il mio lavoro, il lavoro che mi aveva permesso di andare a vivere da sola, era molto impegnativo. Mi teneva occupata fino a tardi e mi dicevo che in quel momento la carriera era pi importante degli uomini.
Ma non era esattamente la verit. Facevo parte della generazione Sex and the City. Tutta la cultura popolare - televisione, cinema, riviste - era concorde nell'assicurarmi che una carriera difficile unita a una vita amorosa deludente fosse un mio diritto di nascita, praticamente un obbligo per una ragazza della mia et.
Mi piacevano gli uomini e mi piaceva conoscere meglio quelli che trovavo interessanti. Ma non ero ansiosa di buttarmi a capofitto in una relazione e finire con l'avere qualcuno per casa quattro o cinque notti la settimana o, peggio, discutere la possibilit di andare a vivere insieme.
E poi c'erano i miei gatti da proteggere, Omero in particolare. Non volevo dover sopportare lo scrutinio di qualcuno che magari non li amava. Non avevo alcuna intenzione di creare il minimo legame emotivo con una persona che, lungo il cammino, avrebbe potuto uscirsene con una frase del tipo: "Scegli: o me o i gatti". E l'esperienza con "Mister Ho Paura Del Gatto Nero" non era stata incoraggiante.
La maggior parte delle mie amiche si portava uomini a casa in modo del tutto impulsivo, preoccupandosi poi di stabilire quanto fosse maturo, compatibile e orientato all'impegno il soggetto in questione. Lo scopo essenziale delle relazioni alla nostra et era fare errori, trarne una lezione e fissare i criteri che ci avrebbero infine condotte al Principe Azzurro.
Io, per, avevo bisogno di accertare che esistesse un livello minimo di responsabilit e simpatia per i felini prima di poter pensare di far entrare un ragazzo in casa. Magari sarebbe uscito sul balcone dimenticandosi di chiudere la finestra alle sue spalle. Era un errore piuttosto facile, ma la rapidit con cui poteva sfociare in una vera e propria tragedia (Omero che spiccava un volo di undici piani) era insopportabile anche solo da immaginare.
"Tu sei una fanatica del controllo", mi diceva spesso il mio amico Tony. "Vuoi controllare tutto, e usi Omero come scusa."
Non aveva del tutto ragione. Omero richiedeva davvero pi attenzione di un gatto normale. La relativa sconsideratezza che avevo tanto desiderato mentre vivevo dai miei - quella che ti permette di dire: Non devo pensare ad altri che a me - fu un momento che giunse e pass in un istante. Non lo rimpiangevo; la ricompensa di vivere con Omero ripagava di gran lunga ogni genere di limitazione. Ciononostante le limitazioni rimanevano.
Tony per non aveva neppure del tutto torto. Avrei potuto replicare che mi comportavo certamente meglio delle mie amiche quando sottoponevo un uomo a esame minuzioso prima di portarlo a casa. Ma non c'era argomento che tenesse per giustificare il mio rifiuto del coinvolgimento a priori.
Nel corso delle settimane di insonnia dopo l'aggressione, pensai alla mia vita e a quale direzione avesse imboccato. Passai ore a soppesare e rivedere ogni importante scelta fatta dopo il college, e anche le questioni banali: un vestito che mi piaceva ma non avevo mai comprato, la decisione di non visitare il Louvre nel corso di una giornata a Parigi perch volevo vivere la citt "vera"... Nel periodo successivo a quella che mi era parsa una tragedia scampata, mi sembrava importante assicurare a me stessa che se fossi morta quella notte, non avrei avuto rimpianti.
Tutto sommato, ero soddisfatta dei progressi compiuti. Ero autosufficiente e orgogliosa di avercela fatta. Avevo creato quella che consideravo una vita ragionevolmente felice per me e la mia prole felina.
Erano le piccole cose, mi resi conto, che sfuggivano senza rimedio: i pomeriggi in una citt che avresti potuto non rivedere mai pi, le notti in cui gli amici, avendo fatto pi tardi del previsto, decidevano di andare a guardare l'alba in riva all'oceano, e io me l'ero persa perch il giorno dopo dovevo lavorare. Adottare Omero mi aveva fatto sentire pi matura di quanto non fossi sotto molti punti di vista. Non ero vecchia. Ma di certo non sarei rimasta giovane in eterno.
C'erano intere zone inesplorate della mia vita. Non approvavo la massima "Niente ha valore se non hai qualcuno con cui dividerlo", perch sapevo che avere un lavoro che ti piace, una casa che ami e amici con cui ridere ti rende pi fortunato di moltissima altra gente.
Era vero, ma in modo istintivo e primordiale desideravo anche qualcuno da amare. Volevo qualcuno che mi amasse.
Per natura non sono mai stata temeraria. I salti nel buio erano prerogativa di Omero, non mia. Ma il rischio era un elemento della vita cui non si poteva sfuggire. Avevo imparato che anche dormire da soli nel proprio letto, dietro una porta chiusa a chiave, poteva essere rischioso. E che dire di quando si  giovani e romantiche e ci si mette in gioco solo per rimanere strozzati quando squilla il telefono, oppure per piangere davanti alla TV ingozzandosi di gelato se il telefono rimane muto?
Perci che m'importava se in quel preciso momento non ero alla ricerca di qualcuno con cui passare il resto della mia esistenza? Non ci si pu prefissare obiettivi per qualunque cosa. Prendete Omero. La met delle volte non aveva idea di dove si stesse arrampicando, dove stesse correndo o saltando. Muoversi era una gioia di per s.
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Cominciai ad affrontare la questione appuntamenti con l'intenzione di trovare qualche anima coraggiosa che avrebbe passato il cosiddetto "test Omero". Non mi ero preparata un vero e proprio questionario scritto (certo, ero un po' nevrotica quando si toccava il tasto sicurezza, ma non ero ancora del tutto impazzita!), per ascoltavo con attenzione e ponevo domande cruciali. Il candidato in questione era distratto? Era alla perenne ricerca delle chiavi o del portafoglio, oppure aveva un'ottima memoria per i dettagli? Aveva mai avuto un animale domestico, magari uno che aveva richiesto attenzioni particolari e lunghe cure? Era il genere di persona cui ifratelli affiderebbero i propri figli da accompagnare al luna-park o a fare una gita, sicuri che torneranno tutti interi?
Il mio gatto era affascinato da questi ospiti come da qualunque persona nuova e loro non erano meno affascinati da lui. E dopo qualche visita, la maggior parte si trasformava in un membro devoto del culto di Omero.
Omero era di sicuro un gattino molto "infantile" e credo che gli uomini che lo conoscevano fossero conquistati dalla sua aria sconclusionata e giocosa. Era sempre pronto per fare la lotta e lanciarsi in giochi scatenati tanto quanto lo era stato nelle settimane trascorse con Jorge e i suoi amici. Si dice che in genere gli uomini preferiscano i cani ai gatti e forse  vero, ma la sua capacit di affezionarsi istantaneamente e la sua vivacit lo rendevano pi "canino" di qualsiasi altro gatto avessi mai conosciuto.
Vivendo con lui era facile dimenticare le cose che lo facevano apparire tanto singolare per gli altri. La mera idea di incontrare un gatto senza occhi era per la maggior parte delle persone una cosa pi unica che rara. Penso si aspettassero che avesse un aspetto raccapricciante, perch molto spesso tenevano a sottolineare, con evidente sorpresa, quanto Omero apparisse normale. " come se avesse gli occhi chiusi", dicevano. Che si muovesse con grazia e sicurezza, che fosse capace di nutrirsi e di pulirsi da solo e che potesse girare per casa saltando sui mobili stupiva i nuovi venuti come una sorta di miracolo.
Omero era socievole con tutti, ma i pochi pretendenti cui era concesso di incontrarlo erano certi che loro, e loro soltanto, avessero il dono di attirare a s quella creatura speciale. Costruire un legame di fiducia e amicizia con quel gattino senza vista poteva solo significare che si possedeva un pizzico di divinit, una purezza di spirito insospettata ma reale (Omero l'aveva vista, no?). A dire il vero non capit mai che un mio fidanzato non fosse convinto di avere un rapporto unico e irripetibile con il mio gatto.
"Omero  mio amico!" sostenevano tutti.
"Omero  amico di tutti", rispondevo con orgoglio, non con l'intenzione di sminuirli, ma con la fierezza che avevo sempre provato nel vedere quanto amorevole ed estroverso fosse diventato il mio piccolino.
"Gi, ma fra me e Omero  diverso", dicevano loro con una sicurezza che non lasciava spazio per ulteriori discussioni. Non intervenivo mai una seconda volta; chi ero io per contraddire qualcuno che amava Omero?
A parit di intensit, per, le forme in cui quell'amore si manifestava erano sempre diverse. Uno dei miei fidanzati, un pezzo grosso della comunit finanziaria di Miami che al liceo suonava in un gruppo rock, scopr l'amore di Omero per la chitarra di elastici, cos port la sua chitarra vera per qualche "jam session" con lui. In un paio di occasioni gli permise addirittura di suonare il suo strumento, dichiarandolo un vero fenomeno. Lo chef di un ristorante locale, invece, si divertiva a preparare diverse ricette e a osservare le varie reazioni di Omero a seconda di quello che stava cucinando. Il manzo lo interessava poco, il pesce moltissimo e qualunque cosa contenesse tacchino lo faceva letteralmente impazzire. Omero svilupp un attaccamento quasi morboso per una precisa marca di affettato di tacchino, che era in grado di riconoscere e distinguere da altri tipi pi scadenti anche nella confezione sigillata. "Ha il naso di un gourmet", proclam il cuoco, e io non ebbi il cuore di dirgli che andava egualmente pazzo per tutte le scatolette di Friskies che gli capitavano a tiro. Uno che da bambino aveva la passione di costruire fortini di cuscini adorava portare scatole, grosse buste di carta e quanto potesse servire per creare caverne a misura di gatto, lanciandosi in elaborate gare di nascondino che duravano ore.
Vorrei poter dire che pensavo che questi uomini usassero il loro interesse per Omero per avvicinarsi maggiormente a me. Ma in fondo in fondo sospettavo il contrario. Svariati fidanzati dal cuore infranto, dopo la rottura, mi chiedevano con voce tremula: "Questo... questo significa che non potr pi vedere Omero?"
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Ricordo un uomo con cui uscii, un tipo che aveva incontrato il mio gatto un paio di volte e se n'era del tutto infatuato. Era intelligente, bello, divertente da morire e uno dei migliori baciatori che abbia mai conosciuto. Ci frequentammo con intensit sempre crescente e avevamo appena raggiunto la fase delle confessioni imbarazzanti sulla nostra relazione appena sbocciata ("Erano anni che non frequentavo una donna tanto incredibile..." eccetera eccetera), quando lui di punto in bianco mi diede buca per tre volte di fila, all'ultimo minuto.
Chiunque ci sia passato conosce i pensieri che cominciano ad affollarti la mente in una situazione simile. Sei al contempo furente per la mancanza di considerazione e in preda al dolore per l'inevitabile conclusione che, se le cose sono cambiate in modo tanto repentino,  perch hai commesso qualche errore.
Quando alla fine gli chiesi che cosa stesse accadendo, lui mi spieg che, avendo avuto un padre con problemi di alcolismo, era ancora traumatizzato dall'infanzia; e sebbene gli piacessi tantissimo, dovevo capire che era il genere di persona che aveva bisogno di prendere le cose con calma.
Gli dissi di non chiamarmi pi.
Non glielo dissi pensando: Se la nostra relazione ti fa tanta paura adesso che siamo all'inizio, di certo non migliorer con il passare del tempo. Non dissi a me stessa: Non puoi assolutamente piacergli come dice se ti bidona per tre volte di fila. Era tutto vero, forse, ma non fu ci che pensai.
Provai disgusto. Seguendo la logica delle sue argomentazioni, mi stava dicendo che andava bene ferirmi adesso perch, una ventina di anni prima, qualcuno aveva ferito lui. Era un pessimo comportamento mascherato da autoconsapevolezza. Trovava giusto scaricare il proprio dolore sugli altri perch era pi facile che gestirlo da solo?
Come qualunque altra donna con un po' di esperienza, avrei potuto scrivere un libro pieno di storie simili. Per so anche che, dopotutto, siamo esseri umani. E se quelle storie non sono andate in porto  stata colpa tanto degli errori dei miei partner quanto dei miei.
 solo che da quando avevo adottato Omero i miei standard erano cambiati. Mi direte che paragonare degli uomini a un gatto  ridicolo, e potrei essere d'accordo. Ma lui si era lanciato in mio soccorso per salvarmi la vita senza pensarci un attimo. Non riuscivo a immaginarmi un fidanzato fare altrettanto. Ammiravo quel micetto e desideravo, quasi ogni giorno, poter essere pi simile a lui, avere la sua forza, il suo coraggio, la sua istintiva lealt. Volevo essere altrettanto allegra di fronte alle avversit e desideravo un compagno con quelle medesime qualit. Mi resi conto che non avrei potuto stare con qualcuno a lungo se non fossi riuscita ad ammirarlo e rispettarlo. L'intelligenza, il fascino, il senso dell'umorismo erano tutte cose importanti. Da sole, tuttavia, non bastavano.
Come ho gi detto, quando vidi Omero per la prima volta nell'ambulatorio veterinario capii che era pi forte e coraggioso degli altri gatti, persino della maggioranza delle persone. Prima di allora i criteri (inconsci) con cui valutavo chi mi circondava erano stati pressappoco gli stessi: bellezza, intelligenza, personalit, interesse e cos via. Avevo anche la forte necessit di sentire che gli altri avevano bisogno di me, come dimostra il fatto che iniziai a lavorare nelle organizzazioni di volontariato. Rossella e Vashti erano state adottate perch avevano bisogno di me e in seguito furono amate per il semplice fatto che erano mie.
Con Omero era stato diverso. Mi ero innamorata di lui perch era allegro e coraggioso e per nulla bisognoso di cure, nonostante il dolore delle sue prime settimane. La sua audacia e l'ottimismo erano innati, qualit che potevano essere rafforzate ma non insegnate. La prodezza era un suo istinto, come catturare le mosche o acquattarsi prima di sferrare un attacco. Con lui, per la prima volta nella mia vita, instauravo una relazione basata su ci che - se all'epoca ne fossi stata pienamente cosciente - avrei definito un "tratto distintivo". Non era stata la tenerezza o la malattia di Omero a conquistarmi, ma una forza che avrei rispettato in chiunque, uomo o animale.
Il caso volle che l'unica relazione romantica che ebbe un impatto profondo sulla mia vita fu anche una delle pi brevi. Lui viveva a New York e gli amori a distanza non funzionano quasi mai. Il nostro non fece eccezione. Ma trascorsi dei lunghi fine settimana a Manhattan in sua compagnia, approfittando anche del fatto che la mia migliore amica, Andrea, si era appena trasferita nella Grande Mela con il fidanzato.
Forse non ero innamorata di quell'uomo, ma di certo mi innamorai della sua citt. Amare i libri significa perdere la testa per New York. Infatti mi bastarono pochi giorni per rimanerne sedotta.
"Dovresti trasferirti qui", mi diceva Andrea quando ci incontravamo. "Pensa a quanto sarebbe divertente se tornassimo a vivere nella stessa citt."
Era un'idea invitante ma al contempo mi spaventava. Finch fossi rimasta a Miami avrei potuto contare sulla mia famiglia e sugli amici nel caso mi fosse capitato qualcosa e, come avevo imparato di recente, le cose brutte potevano accadere. A Manhattan sarei stata davvero sola per la prima volta in vita mia.
"Che ne pensate voi?" chiesi a Rossella, Vashti e Omero. "Che ne direste di diventare gatti newyorkesi?"
Rossella e Vashti osservavano Omero con pigro interesse mentre studiava una traiettoria che gli permettesse di saltare dalla cima del tiragraffi alla mensola pi alta dell'armadio. Era gi la terza volta che atterrava di muso ma questo non lo aveva dissuaso dal mettere in pratica il tentativo numero quattro.
La fortuna arride agli audaci, mi dissi.
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17. La compagnia dei gatti itineranti.
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"Se non che nuove
terre veder pellegrinando e molti
tesori radunar, pi saggio avviso
parve all'eroe d'accorgimenti mastro."
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NEL gennaio del 2001 il mio trentesimo compleanno cominciava a profilarsi minaccioso all'orizzonte (tecnicamente li avrei compiuti a ottobre, ma le pietre miliari proiettano lunghe ombre...) e nel frattempo giorni cupi erano scesi sull'industria virtuale. Le societ online di tutto il Paese stavano licenziando i propri impiegati se non addirittura chiudendo i battenti e la Florida non faceva eccezione. L'azienda per cui lavoravo aveva rispedito tutti a casa da tempo. Avevo rapidamente trovato un impiego in un'altra ditta ma soltanto tre mesi dopo fall anche quella. Fui assunta di nuovo nel giro di sei settimane, ma ben presto la societ in questione perse i propri finanziamenti e il mio stipendio fu decurtato della met. Per sbarcare il lunario dovetti dare fondo ai miei risparmi.
La situazione non avrebbe potuto durare all'infinito. Cominciai a inviare curriculum ovunque ma le assunzioni a Miami erano congelate. Il grave crollo del digitale aveva colpito anche la maggior parte degli altri settori della zona, turistico, immobiliare, finanziario, e nessuno assumeva personale che si occupasse di marketing. Non ricevetti neppure una proposta per un colloquio.
La bellezza di non avere niente da perdere sta nel fatto che si ha tutto da guadagnare. L'idea di trasferirmi a New York, evanescente come una bolla di sapone, mi frullava per la testa da un po', ma appariva troppo complicata per prenderla seriamente in considerazione. Tanto per cominciare perch qualcuno a New York avrebbe dovuto assumere una di Miami? Trasferirmi sarebbe stato costoso, senza considerare che la vita nella Grande Mela  molto pi cara che nel Sud della Florida. E poi non stavo diventando un po' troppo vecchia per un cambiamento tanto importante?
La situazione lavorativa in citt, per, era talmente deprimente che cominciai a inviare curriculum via mail a svariate societ newyorkesi. Perch no? mi dissi, non riuscendo a trovare una sola buona ragione per non farlo.
Era uno sparo nel buio, e non pensavo che avrebbe colpito nel segno. Nel giro di tre settimane invece ottenni richieste di colloqui presso cinque aziende. Presi l'aereo e alla fine della stessa settimana ricevetti tre offerte scritte. Una era per la posizione di direttore marketing presso una grossa agenzia di reperimento di personale tecnico a Manhattan, a sei isolati dal World Trade Center. Oltre al generoso stipendio si dicevano disposti a sobbarcarsi le spese del trasloco. Avevo un amico che viveva a un solo isolato dalla sede della societ e che mi aiut a trovare casa. Ventiquattro ore pi tardi mi assicurai un appartamento, risparmiandomi il dramma della caccia immobiliare newyorkese.
Rimasi quasi sconcertata dalla semplicit con cui ogni cosa si era risolta. A met febbraio la fantasia di poche settimane prima era diventata realt.
Mi sarei trasferita a New York.
Tutti gli articoli che avevo letto nel corso degli anni su come prendersi cura di un gatto cieco concordavano su un punto: la cosa pi importante era creare per l'animale un ambiente stabile. Consigliavano di evitare di spostare mobili o cambiare la posizione della lettiera. I traslochi erano esperienze scioccanti per i gatti, essendo creature abitudinarie, a maggiorragione se non avevano l'uso della vista.
Omero stava per intraprendere il suo quinto trasloco in cinque anni. Come per l'eroe Ulisse, creato dal poeta di cui Omero portava il nome, il perpetuo viaggiare sembrava scritto nel suo destino.
Considerai varie opzioni per procurare ai miei gatti il minor trauma possibile. Avremmo potuto andare in auto, ma ero riluttante a infliggere alle bestiole due giorni di viaggio chiuse nelle tanto odiate gabbiette, per non parlare delle complicazioni delle soste-pip e della difficolt di trovare motel disposti ad accogliere animali.
L'aereo pareva la scelta pi sensata, perlomeno avremmo risolto la questione tempo, ma mi rifiutavo categoricamente di imbarcare i gatti come bagaglio. Non riuscivo neppure a immaginarli chiusi nella stiva, infreddoliti e terrorizzati.
Cos chiamai una compagnia aerea per scoprire se fosse possibile portare i gatti a bordo con me. I requisiti necessari erano precisi e scoraggianti: per poter salire sull'aeromobile ciascun animale doveva viaggiare in una gabbietta di misure regolamentari da riporre sotto al sedile, disporre di un certificato sanitario recente, essere accompagnato da un passeggero munito di biglietto. Inoltre in ogni cabina erano ammessi soltanto due gatti, quattro nell'intero aeroplano.
Avevo gi i trasportini e i certificati sanitari non erano un problema, visto che i miei tesori godevano di ottima salute ed erano a posto con le vaccinazioni. Ma se volevo portarli tutti e tre sull'aereo avrei dovuto trovare altre due persone disposte ad accompagnarmi a New York.
Per quanto cercassi non riuscii a trovare un volo diretto che avesse posto per le mie bestiole. Alla fine ne individuai uno con scalo ad Atlanta, e calcolai che con i miei punti fedelt avrei potuto prendere un biglietto di prima classe, in modo da rispettare il requisito dei due gatti per cabina.
A quel punto chiamai i miei amici Tony e Felix, due delle persone pi dinamiche che conosca, sempre pronte all'avventura. "Che ve ne pare di un viaggio gratis a New York?"
...
Il giorno del trasferimento fu senza dubbio quello pi sconvolgente che Omero avesse vissuto fino ad allora. Cominci all'alba, quando la ditta di traslochi che avevo contattato venne a caricare tutto ci che possedevamo. Durante i lavori chiusi i gatti in bagno; Rossella e Vashti si acciambellarono cautamente nella vasca; Omero miagol e gratt freneticamente alla porta, non sopportando l'isolamento e cercando di scoprire la fonte di tutto il fracasso nelle altre stanze. Quando alla fine lo lasciai uscire vag come un ossesso nell'appartamento vuoto senza riuscire a darsi pace e pianse con tutto il fiato che aveva in gola per oltre un'ora. Ehi! Dov' finita tutta la nostra roba?! Non si era mai trovato in una stanza completamente priva di arredi ed era evidente che non gli piaceva. Nulla di buono poteva venire da una cosa che aveva fatto svanire tutti gli odori e gli oggetti a lui tanto familiari.
Come dargli torto?
Nell'appartamento rimanevano una valigia e le loro tre gabbiette. Rossella e Vashti gli lanciarono un'occhiata e si diedero alla fuga, rannicchiandosi nell'angolo pi nascosto di un armadio ormai vuoto. Fuggire alla vista dei trasportini era una sorta di rituale ma riuscii ad acciuffarle nel giro di pochi minuti e le rassicurai con voce dolce.
Omero veniva sempre per ultimo, perch di solito era il pi semplice da gestire. Intanto non poteva vedere la prigione, e poi era quello che meglio rispondeva ai comandi "No!" e "Fermo!"
Forse era ancora nervoso per la misteriosa sparizione di tutti i nostri averi, ma quella mattina si ribell come non aveva mai fatto prima. "No, Omero!" gridai. "Fermo!" Sebbene nella stanza non ci fosse pi nulla per nascondersi, dovetti dargli la caccia per venti minuti buoni. Dopo averlo catturato, si oppose con strenua resistenza, finendo per graffiarmi le mani. Non intendeva farmi del male, ovviamente, ma colpiva senza vedere qualunque cosa gli capitasse a tiro. Fu un mio involontario grido di dolore a farlo calmare quel tanto che bast a rinchiuderlo. E lui cominci immediatamente a lamentarsi.
Quando riuscii a sistemare i gatti e a disinfettarmi le mani, avevamo accumulato una mezz'ora di ritardo.
"Forza, sbrigatevi", dissi ansiosa prima a Tony e poi a Felix quando passai a prenderli. Eravamo diretti a casa dei miei, che ci avrebbero accompagnati all'aeroporto. Rossella e Vashti piangevano nelle gabbie sui sedili posteriori, ma i loro lamenti furono coperti da quelli di Omero, che miagol a tutto volume sul sedile accanto a me, dimenandosi tanto da far rimbalzare la gabbia.
"Io prendo Vashti", disse Felix. "Mi piace.  la pi affascinante."
"Non dovr mica tenere quello, vero?" chiese Tony preoccupato, lanciando un'occhiata alla turbolenta gabbia di Omero.
"Omero lo prendo io", risposi decisa. "Tu occupati di Rossella."
Sfrecciai disperatamente sulla sopraelevata, provando a recuperare il tempo perduto. Non potevo permettermi di perdere l'aereo. Non potevo proprio. Prenotare di nuovo per tutti e sei sarebbe stato un incubo, e poi il giorno seguente avrei dovuto cominciare il nuovo lavoro. Andavo a tavoletta, quindi non mi sorpresi quando vidi i lampeggianti della polizia apparire all'orizzonte.
"Accidenti", imprecai a bassa voce, sebbene non fosse necessario. Con tutto il fracasso che stava facendo Omero, nessuno avrebbe potuto sentirmi.
Accostai, spensi il motore e abbassai il finestrino. Riuscii a sentire a stento l'agente quando mi rivolse la parola. "Mi spiace", dissi indicandomi le orecchie. "Non riesco a sentirla. Potrebbe parlare pi forte?"
Il poliziotto alz la voce. "Ho detto: si  accorta a che velocit stava andando?"
"Oh!" Mi guardai attorno smarrita mentre gli porgevo la patente, come se la risposta giusta dovesse materializzarsi dal nulla. "Piuttosto veloce, suppongo. Stiamo andando all'aeroporto", aggiunsi, sperando che questo dettaglio mi avrebbe garantito la sua clemenza.
Il poliziotto lanci un'occhiata al sedile del passeggero, dove la gabbia di Omero si agitava come un oggetto posseduto. "Che cosa c' l dentro?"
"Il mio gatto", risposi. "Mi ci sono voluti secoli per riuscire a infilarcelo e adesso siamo un po' in ritardo."
Lo sguardo del poliziotto si pos sulle altre due gabbie che contenevano Vashti e Rossella, adagiate sulle gambe di Felix e Tony che sorridevano con aria accattivante. "Avreste dovuto partire un po' prima", disse, poi si diresse con passo pesante alla sua auto per farci la contravvenzione.
"Perderemo l'aereo", disse Tony mentre i minuti passavano e l'agente ancora non tornava con quello che immaginavo sarebbe stato un esaustivo manifesto della storia delle contravvenzioni. Altrimenti perch ci stava mettendo cos tanto per scrivere una dannata multa?
"Ce la faremo", lo rassicurai. "Ce la faremo perch dobbiamo farcela."
Finalmente l'agente ricomparve, con la multa e l'ammonizione ad "andare pi piano", che fu totalmente ignorata quando, una volta che l'auto della polizia svan nel traffico, io ripresi a spingere sull'acceleratore. Il pianto di Omero cominciava a suonare leggermente rauco ma continu indefesso fino a casa dei miei. Tony e Felix sfoderarono le cuffie del lettore CD che si erano portati per il viaggio.
A parte me, la sola persona di mia conoscenza pi ossessionata dalla puntualit  mia madre. Spalanc la porta non appena ud l'auto svoltare nel vialetto, gridando a mio padre: "David! Sono qui!"
"Siete terribilmente in ritardo", scatt mentre afferravo l'irrequieta gabbia di Omero e scendevo dalla macchina, seguita da Tony e Felix, che presero le borse dal bagagliaio e le trasferirono in quello dei miei genitori. "Perch non siete arrivati prima?"
Le lanciai un'occhiataccia. "Andiamo e basta."
Rossella e Vashti si erano apparentemente rassegnate al loro destino, perch durante il viaggio verso l'aeroporto rimasero in silenzio. Omero continu a miagolare, un forte e continuo singhiozzo che si plac soltanto quando rimase senza fiato.
Io e i miei amici eravamo incastrati nel sedile posteriore. Mia madre si volt e, alzando la voce sopra i miagolii di Omero, disse con le lacrime agli occhi: "Non riesco a credere che tu stia partendo. Mi mancherai tantissimo".
"Che cosa? Non ho sentito."
"Ho detto che mi mancherai moltissimo!"
"Oh!" risposi. "Anche voi!"
Mio padre fu un fulmine e, miracolosamente, arrivammo a destinazione trenta minuti prima della partenza. "Non c' tempo per gli addii", disse mentre si affrettava a consegnare i bagagli a un facchino. Mi misi la gabbia di Omero a tracolla e abbracciai forte i miei genitori. Poi prendemmo i biglietti e attraversammo il terminal di corsa verso i metal detector.
La gente in fila assieme a noi si tenne alla larga mentre Omero continuava a miagolare e a dimenarsi come un forsennato. Qualcuno mi lanci delle chiare occhiate di disapprovazione, di certo pensando: Speriamo che non sia sul mio volo.
"Ha un bel po' di gatti", osserv un'agente di sicurezza mentre ci preparavamo a caricare i trasportini sul nastro dei raggi X. Frugai nella borsa e recuperai i certificati sanitari che porsi alla donna per una sbrigativa occhiata.
"Siamo 'la compagnia dei gatti itineranti'", disse Felix allegramente. "Forse ha sentito parlare di noi."
"Oh, certo", fece l'agente mentre un sorriso le si schiudeva sulle labbra. "Mi pare proprio di averla gi sentita." Sbirci nella gabbia di Vashti che ricambi il suo sguardo con un'espressione di sconsolata tristezza. " una vera bellezza!  lei la star dello show?"
"Veramente, tutti i nostri gatti sono animali da palcoscenico", replic Tony in tono serio.
Alzai gli occhi al cielo e passai sotto al metal detector. "Forza, ragazzi", dissi mentre recuperavo Omero. "Dobbiamo sbrigarci."
Ci lanciammo in una folle corsa verso l'imbarco, dove arrivammo senza fiato. Frugai di nuovo nella borsa alla ricerca dei tranquillanti che la veterinaria mi aveva suggerito di dare alle bestiole prima della partenza.
Felix e Tony si ravvivarono all'istante. "Sono per noi?" chiese Felix.
"No, sono per i gatti", risposi.
"Non pensi che sarebbe pi semplice se ci calmassimo noi e lasciassimo in pace loro?" domand Tony.
Nessuna delle mie bestie era mai stata entusiasta all'idea di prendere delle pillole, ma Rossella e Vashti ingoiarono le loro senza fare storie. Mi convinsi che avessero intuito che cosa le aspettava e avessero compreso che il modo migliore di affrontarla fosse perdere i sensi.
Con Omero fu un'altra storia. Non appena aprii la gabbietta fece un disperato tentativo di fuga. Alla fine Felix riusc a immobilizzarlo con entrambe le mani mentre io gli aprivo pazientemente la bocca, gli appoggiavo la pillola sulla lingua e gli carezzavo delicatamente la gola per indurlo a deglutire. Gli tenni la bocca chiusa per un paio di minuti, poi lo lasciai.
E lui prontamente sput la pillola per terra.
"Forza, Omero", dissi. "Fallo per la mamma." Gli diedi un'altra pillola.
E lui sput anche quella.
Cominciai a disperarmi. La corsa di quella mattina mi aveva a dir poco esaurita e se Omero era cos agitato non osavo immaginare come si sarebbe comportato in aereo senza sedativo. Provai a dargli la pillola altre tre volte, tenendogli la bocca chiusa cos a lungo da temere di soffocarlo. Lui scosse la testa vigorosamente nel tentativo di liberarsi. Infilai dell'erba gatta nella gabbietta, avvolsi la pastiglia in un pezzetto di tacchino, provai persino a scioglierla in un tappo d'acqua che non solo Omero si rifiut di bere ma mi fece cadere di mano con un colpo di muso. No! Non la voglio!
Sapevo bene quanto fosse cocciuto, ma quella era la prima volta che vedevo la sua testardaggine trasformarsi in pura ribellione contro di me. Io avevo dei programmi e Omero ne aveva degli altri, ed era evidente che non coincidevano.
Ma io sapevo essere testarda quanto lui. In un modo o nell'altro quel giorno saremmo andati a New York.
L'imbarco era gi iniziato da svariati minuti e noi eravamo gli ultimi rimasti. "Che cosa facciamo?" mi chiese Tony titubante.
Feci un respiro profondo. Calma, gli risposi: "Suppongo che dovr volare senza".
La lotta per il tranquillante aveva quantomeno sortito l'effetto di placare il pianto di Omero. Non si agitava nemmeno pi nella gabbia. Ma non appena lo infilai sotto al sedile di fronte a me e lui percep le vibrazioni del motore, ricominci.
"Gradisce un cocktail prima del decollo?" mi chiese la hostess con forzata allegria mentre affondavo il viso fra le mani.
"S, mi ci vuole proprio", risposi. Mi port una vodka con succo di mirtillo che buttai gi in un sorso solo, affrettandomi a chiederne un'altra. Dio benedica la prima classe.
Il volo da Miami ad Atlanta, dove avremmo preso la coincidenza per New York, fu breve. I miagolii di Omero avevano assunto un tono basso e lamentoso che non avevo mai sentito. Prima di tutto il suo udito era molto pi sensibile di quello degli altri gatti, e potei soltanto immaginare quanto fu doloroso per lui lo sbalzo di pressione durante la fase di decollo. Non appena il segnale delle cinture di sicurezza si spense, presi la gabbietta e me l'appoggiai in grembo. La aprii quanto bast per infilarci una mano e Omero ci sfreg contro il muso con una disperazione che non aveva mai mostrato neanche quando credeva che fossi arrabbiata con lui. I suoi miagolii si trasformarono nei richiami desolati di quando tentava di riappacificarsi con me. Ti prego fammi uscire. Ti prego fallo fermare. Far il bravo! Te lo prometto, far il bravo!
Se avessi potuto infilarmi nella gabbietta al posto suo, gli avrei volentieri ceduto il posto e mi sarei accollata il suo dolore. Come poteva sapere, come poteva capire perch lo stessi sottoponendo a tutto questo? "Tranquillo", mormorai, strofinandogli le orecchie doloranti. "Tranquillo, tranquillo, tranquillo..."
Alla terza vodka, dopo che l'aereo raggiunse la quota di crociera, cal su di me un placido senso di inevitabilit. Eravamo in viaggio. Continuai a carezzare la testa di Omero e lui si calm un pochino. Ignorai gli sguardi furenti che gli altri passeggeri ci lanciavano mentre i miagolii proseguivano, meno acuti ma incessanti.
L'aereo cominci la discesa verso Atlanta prima di quanto avrei desiderato. Mi irrigidii appena; avevo frequentato il college in quella citt e sapevo quanto fosse grande l'aeroporto. La mia speranza era che la nostra coincidenza non fosse troppo distante dal punto di arrivo. Con sommo orrore, quando la hostess annunci i gate di imbarco, scoprii che avremmo dovuto attraversare mezzo aeroporto. Avevamo pressappoco un quarto d'ora di margine, come avremmo potuto farcela?
Quando atterrammo, attesi impaziente, saltellando sulle punte dei piedi, che Tony e Felix mi raggiungessero. "Dobbiamo sbrigarci, ragazzi", annunciai. "Sul serio, dobbiamo correre subito!"
I miei amici sfrecciarono in una direzione e io in quella opposta. "No!" gridai loro. "Da questa parte, da questa parte!"
Filammo come matti per l'aeroporto, ciascuno con una gabbietta saltellante a tracolla. Sorpassammo le persone che camminavano piano e gli addetti alle pulizie, scontrandoci di tanto in tanto con un ignaro passante che si materializzava inaspettatamente sulla nostra strada. "Mi scusi, mi scusi", bofonchiavamo di continuo ansimanti. Vashti e Rossella rimasero immobili dentro ai trasportini, osservando il panorama con occhi vitrei e semichiusi. Omero, che non era mai rimasto rinchiuso per pi di tre quarti d'ora, e di certo non era mai stato sbatacchiato a quel modo, miagolava disperato. "Vorrei sapere chi fissa le coincidenze in posti tanto lontani", si chiese Felix a voce alta, annaspando vistosamente.
"Qualche sadico che lavora per la compagnia aerea", gridai voltandomi indietro.
Raggiungemmo il gate proprio mentre stavano chiudendo l'imbarco. "Aspettate! Eccoci!" urlai alla hostess. Mi piegai sul bancone per riprendere fiato mentre mostravo alla donna i biglietti e i certificati dei gatti. Avevo la fronte madida di sudore e bagnai i documenti mentre mi asciugavo con il dorso della mano.
"Di solito si arriva all'imbarco con almeno quindici minuti di anticipo", mi inform la hostess con freddezza.
Sono certa che, in quel momento, soffocare l'istinto di metterle le mani addosso mi guadagn un posto in paradiso.
Questa volta, mi sedetti accanto a una signora anziana che come me viaggiava con un gatto. "Visto, ci hanno messe assieme", esclam allegra mentre sistemavo Omero sotto il sedile. "Non pu immaginare quanto sia stato difficile trovare un posto su questo volo! Ho dovuto persino passare alla prima classe! Tutti gli altri posti per gatti erano gi prenotati. Non  incredibile?"
Bofonchiai qualche parola incomprensibile.
"Lui  Otis", prosegu la donna, indicando il gatto tigrato dall'aria altezzosa che russava placidamente nel trasportino ai suoi piedi. " un buon viaggiatore. Percorriamo questa tratta due volte l'anno per andare a trovare i miei nipotini."
"Lui  Omero", dissi a mia volta. Omero aveva ricominciato a dimenarsi furiosamente dentro i confini della sua gabbia. Rispose al proprio nome con un miagolio angosciato, tanto forte da impedirci quasi di sentire l'annuncio di allacciare le cinture. "Omero non ha mai volato prima."
"Povero piccolo", cinguett la donna. Chin la testa per guardarlo meglio attraverso la rete della gabbietta. "Non piangere, Omero. Arriveremo prima di quanto immagini."
Chiacchierammo amabilmente durante la fase di decollo. Le raccontai tutto di Omero, del suo consueto coraggio e di quanto non fosse da lui lamentarsi tanto. "Mi spiace che faccia tanto fracasso", mi scusai.
L'anziana rise. "Aspetti di viaggiare con un bambino." Mi resi conto in quel preciso istante che non mi ero imbarcata in un viaggio qualunque. Volavo verso il mio futuro, un futuro indistinto cui non sapevo dare alcuna forma. Avevo vissuto per quasi trent'anni nella stessa citt ed erano bastate poche settimane di riflessione per trapiantare la mia intera esistenza in un posto nuovo e sconosciuto. Ebbi la visione di me stessa di l a qualche decennio, in viaggio con un gatto che non era Omero per andare a trovare i miei nipotini. Avrei dato un buffetto sul braccio di una ragazza agitata seduta accanto a me e le avrei detto: "Mia cara, non  niente. Non ha idea di quello che le serber il futuro..."
Omero si lament ancora una volta, strappandomi al mio sogno. "Non pu fargli chiudere il becco?" chiese in tono perentorio un uomo alle nostre spalle.
"Abbia un po' di compassione!" ribatt la mia vicina. Si volt per rivolgere all'uomo un'occhiata severa. "Questo povero gatto non ha mai volato prima. Lei invece come giustifica le sue cattive maniere?"
Gli occhi mi si riempirono di lacrime e le strinsi istintivamente la mano. "Grazie!" le dissi.
La donna mi strinse la mano a sua volta con fare materno. "Alcune persone si comportano come se i gatti non meritassero neppure un briciolo di comprensione."
L'attimo in cui scorsi la Statua della Libert e le torri del World Trade Center passare sotto il mio finestrino fu uno dei pi felici della mia vita. Persino sapere, dopo quaranta minuti passati al ritiro bagagli, che le nostre valigie non avevano raggiunto in tempo la coincidenza e sarebbero arrivate l'indomani, non mi fece battere ciglio.
Mi sentivo come un sacco da pugile dopo un allenamento, Felix e Tony invece erano freschi come due rose. Rossella e Vashti non avevano creato il minimo fastidio, mi dissero. Li ringraziai profusamente per avermi accompagnata e loro scomparvero in un taxi, per andare a trovare i parenti e gli amici che avevano in citt.
Io caricai i tre gatti in un altro taxi e mi diressi verso il nuovo appartamento. Avevo acquistato una lettiera, della sabbia, del cibo e delle ciotole quando ero stata a New York due settimane prima per firmare il contratto di affitto, e avevo lasciato tutto al mio portiere. Avevo anche ordinato un nuovo letto e delle nuove lenzuola e il mio amico Richard, che viveva nello stesso palazzo, si era occupato di riceverne la consegna. Il resto del mobilio sarebbe arrivato di l a qualche giorno.
Il portiere si procur un carrello e mi aiut a trasportare i gatti e tutta la loro dote nel nostro appartamento al trentunesimo piano. Dopo aver chiuso la porta alle mie spalle, aprii le gabbiette. Rossella e Vashti erano ancora stordite per l'effetto del tranquillante e se ne andarono in giro con aria confusa prima di addormentarsi una addosso all'altra davanti a un calorifero.
Omero parve disorientato ma felice di essere libero e di poter toccare ancora una volta il suolo. In occasione di tutti gli altri traslochi, era balzato fuori dalla gabbietta bramoso di esplorare il nuovo ambiente, ma questa volta fu pi cauto. C'era per lui qualcosa di molto diverso in questo trasferimento, e non si trattava soltanto della giornata di reclusione o del viaggio estenuante che aveva dovuto sopportare.
Dopo aver sistemato pappa e lettiera e dopo aver mostrato a Omero dove si trovassero, mi affrettai a fare il letto e mi ci buttai sopra a faccia in gi. Ce l'abbiamo fatta, pensai. Siamo a New York.
Omero camminava quatto quatto per la stanza. L'aria era secca e fredda e il suo pelo crepitava per l'elettricit elettrostatica. Avevo preso dalla borsa il suo verme di pezza, che avevo impacchettato e portato con me. Non volevo si perdesse nei cartoni del trasloco. Pensai che il mio piccolino si sarebbe sentito meglio se avesse ritrovato qualcosa di familiare non appena arrivati.
Per una volta, per, Omero non fu travolto dalla gioia all'idea di riunirsi con il vecchio amico. Gli diede un'annusata frettolosa e lo trascin alla ciotola della pappa. Poi riprese a girare per l'appartamento con passo misurato.
Erano trascorse tredici ore da quando il camion dei traslochi aveva dato inizio alla mia giornata e la sola cosa che desideravo erano altre tredici ore ininterrotte nel tepore del mio morbido letto nuovo. Io, Vashti e Rossella sonnecchiavamo, mentre Omero non aveva alcuna intenzione di riposare. Qualcosa in quel luogo ancora non gli tornava. Non si sarebbe dato pace finch non l'avesse trovata.
Un gatto che non dorme nella citt che non dorme mai. Omero era gi un newyorkese.
...
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18. Un freddo... gatto!
...
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...
Gli stranieri, vedete, ed i mendichi
vengon da Giove tutti, e non v'ha dono
picciolo s, che lor non torni caro.
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...
L'APPARTAMENTO di Manhattan era un monolocale, ampio per gli standard di New York, una settantina di metri quadri pi un piccolo "terrazzino", ma pur sempre un solo locale. Bisognava farci l'abitudine, e la transizione si rivel pi facile per me che per i miei gatti. Omero era particolarmente infastidito, incapace di afferrare il concetto di una casa che consistesse in un'unica grande stanza. Rossella e Vashti, pur non apprezzando l'improvvisa riduzione di spazio vitale, potevano rendersi conto visivamente dei confini di quelle quattro mura. Ma Omero impieg qualche settimana per abituarsi. Era pi vivace delle due sorelle e inspiegabilmente il suo spazio di gioco si era ristretto. Sembrava convinto che da qualche parte dovesse esistere una porta che conduceva in un'altra camera, e camminava rasente le pareti, il naso incollato al pavimento e le orecchie tese nel tentativo di cogliere il minimo indizio che potesse svelargli dove fosse nascosta. Miagolava in modo gutturale e irritante, come se stesse domandando: Perch nessuno mi vuol dire dov' il resto di questo posto?
Nel tentativo di dare sfogo alla sua energia repressa ricorsi per la prima volta ai giocattoli. Naturalmente lui non mostr grande interesse, fatta eccezione per una ruota di plastica con dentro una pallina. In cima e sui lati della ruota si aprivano delle fessure attraverso le quali il gatto poteva infilare una zampa per far ruotare la pallina.
Per Omero si trasform ben presto in un'ossessione. La piccola sfera produceva un gran fracasso ma lui, incapace di vedere che era inserita nella struttura, era convinto di poter escogitare un modo per liberarla. Scavava sotto la ruota, la girava di lato, la spingeva da un capo all'altro della stanza, poi sospirava esasperato perch la palla si rifiutava di uscire. A volte le tendeva degli agguati, acquattandosi e saltandole addosso, come se sperasse di poter sorprendere la ruota in un momento di distrazione.
Rossella e Vashti, affascinate a loro volta da quel giocattolo, sembravano perplesse davanti alla quantit di ore che Omero sapeva dedicare al nuovo passatempo. Rossella, in special modo, lo osservava con una specie di divertito disprezzo.  evidente che non puoi tirare fuori la palla dalla ruota. Non c' motivo di umiliarsi tanto. A volte, il gattino scivolava gi dal letto alle tre o alle quattro del mattino per l'ennesimo tentativo, riempiendo l'appartamento di fracasso. Mi tenne sveglia pi di una notte, ma non potevo portargliela via. Abbiamo soltanto una stanza, pensavo. Dove altro dovrebbe giocare?
L'affitto era alto, molto pi di quanto avrei desiderato, ma la posizione era indiscutibilmente comoda. Non solo ero a un isolato dal mio ufficio, ma avevo praticamente tutte le linee della metropolitana sotto casa. Potevo raggiungere l'Upper East Side o l'Upper West Side in meno di venti minuti, e il centro ancor pi rapidamente. Inoltre, in qualunque punto mi trovassi, potevo sempre ritrovare la via di casa orientandomi con le torri del World Trade Center. Avevo sempre vissuto nella citt in cui ero nata, luogo che conoscevo come le mie tasche. Imparare a orientarmi a Manhattan fu una sfida, ma lo skyline mi dava sempre un punto di riferimento sicuro, persino in quartieri intricati come Soho o il West Village.
Trascorrevo molto tempo con Andrea e Steve - il fidanzato ormai ufficialmente promesso sposo - e i loro amici. Ritornai a Miami per il compleanno di Tony, un mese dopo il trasferimento, e in quell'occasione la mia amica mi present il suo cat-sitter, Garrett. Quando abitavo in Florida e dovevo assentarmi da casa, i gatti erano sempre rimasti dai miei genitori o li avevo affidati alle cure di qualche amico che conosceva Omero, qualcuno che abitasse abbastanza vicino da poter fare un salto da me una volta al giorno. Ma Manhattan era un luogo che rendeva scomode le visite veloci cos, nonostante le apprensioni all'idea di lasciare i miei gatti alle cure di un estraneo, decisi di rivolgermi a un professionista. Garrett venne a conoscerci la sera prima della mia partenza e procedetti con l'abituale rito di presentazione a Omero. Gli lasciai istruzioni precise e dettagliate: le finestre e la portafinestra del balcone dovevano sempre rimanere chiuse; il piattino della pappa e la ciotola dell'acqua dovevano essere sufficientemente distanziati in modo che Omero non rovesciasse il contenuto dell'uno nell'altra, e cos via. Non potevo farci niente; l'abitudine di preoccuparmi per lui, di agitarmi irrazionalmente per la sua sicurezza molto pi di quanto facessi per Rossella e Vashti era troppo radicata. Provai a contenere la mia petulanza, ma Garrett era un uomo insolitamente paziente e parve subito entrare in sintonia con Omero. "Diventeremo buoni amici, vero, piccolo?" disse, al che il micetto corse a prendere il suo verme di pezza e lo fece cadere ai suoi piedi, in segno di totale approvazione.
Chiamai Garrett ogni giorno mentre ero via e lui mi lasci degli appunti scritti ogni volta che passava.
Giorno 1: cambiate pappa, acqua e sabbia. La gatta grigia si  nascosta sotto al letto, la gatta bianca sembrava felice di vedermi, ho giocato con Omero e il suo verme per mezz'ora.
Giorno 2: cambiate pappa, acqua e sabbia. La gatta grigia si  nascosta sotto al letto. La gatta bianca ha continuato a mettere le zampe nell'acqua fresca. Omero ha fatto cadere una scatoletta di tonno dal pensile della cucina, cos l'ho dato da mangiare a tutti e tre. Spero di aver fatto bene.
Conservai gli appunti per qualche settimana dopo il mio ritorno, appesi al frigo con delle calamite. Mi sentivo come un genitore che riceve la prima pagella dei figli, con note dettagliate su chi si  comportato bene e chi ha giocato con chi. Sebbene fosse ormai una realt consolidata, mi faceva ancora piacere scoprire di non essere la sola a trovare Omero irresistibile.
...
Nel mese trascorso dai primi colloqui di lavoro al nostro definitivo trasloco tutti quelli con cui ebbi a che fare, incluso il responsabile delle risorse umane della societ che mi aveva assunta, non fecero che ripetermi che ero stata pazza a trasferirmi da South Beach a New York, soprattutto in pieno inverno. "A Miami fa caldo tutto l'anno!" osservavano come se quell'unico dato di fatto rendesse opinabile ogni altra considerazione.
Di tutti i cambiamenti che il trasloco aveva comportato, il freddo fu lo scoglio pi duro per i gatti.
A sei anni, accorgermi dell'aria fredda, all'esterno, durante una visita da parenti newyorkesi per il giorno del Ringraziamento, era stata una rivelazione. Avevo letto dei libri, ovviamente, i cui protagonisti di Chicago o Londra erano costretti a infagottarsi con sciarpe e cappotti, ma io non avevo mai avuto la percezione fisica del freddo. Nella mia esperienza, era un'entit che viveva nei frigoriferi o che veniva diffusa meccanicamente attraverso gli impianti di condizionamento. Andare da Macy's con mia madre e vedere la vastit del piano di giacche e cappotti invernali mi provoc una specie di timore reverenziale. A New York vivevano cos tante persone! E, naturalmente, tutte avevano bisogno di un cappotto. Perch l faceva freddo. Faceva freddo fuori!
Rossella, Vashti e Omero non disponevano neppure della conoscenza teorica del freddo. Il freddo seccava l'aria e loro avevano sempre il pelo carico di elettricit statica. Le gatte ci si abituarono senza troppi problemi, ma Omero lo trov a dir poco sconcertante. Camminava sul tappeto e poi mi saltava in braccio, sfregando bramosamente il suo naso contro il mio per scoprire che il contatto produceva una piccola scossa. Allora voltava il muso verso di me con aria di rimprovero: Ehi, perch lo hai fatto?
Nell'appartamento c'era un boiler, ma funzionava male e ogni tanto emetteva una sonora serie di CLANK! CLONK! CLANK! Ben presto divenne un nemico giurato del gatto. Per quanto dormisse profondamente balzava sempre su quando sentiva quel fracasso. Era diventato molto protettivo nei miei confronti dopo l'episodio del ladro e quando udiva quel rumore mi faceva scudo formando una grande gobba e ringhiando in direzione del boiler. Dopo un minuto gli si avvicinava con passo cauto, locolpiva furiosamente con una zampa e poi, certo di avergli dato una bella lezione, tornava ad acciambellarsi sul mio grembo. Nel giro di un'ora, per, il baccano ricominciava.
L'addetto alla manutenzione del mio palazzo alla fine lo sostitu con uno pi silenzioso, ma anche quando funzionava a pieno regime, la temperatura nel mio appartamento era tutt'altro che mite. Io e i gatti fummo molto uniti nel corso di quel primo inverno a New York, rannicchiandoci insieme in cerca di tepore. Le dimensioni ridotte della nuova casa si trasformarono presto in una benedizione. Persino Rossella divenne coccolona. Una buona notizia per Omero che, per quanto odiasse avere poco spazio per giocare, era felicissimo che noi quattro fossimo sempre insieme. Se solo Rossella si fosse mostrata pi generosa.
Da principio, com'era sua abitudine, prov a impedire ai fratelli di avvicinarsi a me. Aveva scoperto le gioie delle coccole della mamma, ma continuava a limitare il contatto fisico con gli altri due gatti al minimo indispensabile. Se Vashti o Omero provavano ad acciambellarsi accanto a me quando lei mi era in braccio, li colpiva rabbiosamente sulla testa. Omero, che era sempre nei paraggi ed evidentemente aveva cominciato a considerarsi maturo abbastanza per non dover pi sopportare le angherie della micia, le rendeva pan per focaccia. Tu non sei la mia padrona! Occasionalmente fra i due scoppiavano vere e proprie risse che ero costretta a sedare dividendoli. Alla fine per Rossella impar a rispettare lo spazio di Omero, sebbene con grande riluttanza. Il piccolo di casa aveva ormai quasi cinque anni e aveva stabilito le proprie abitudini: di certo non era disposto a modificarle soltanto perch Rossella aveva cambiato di punto in bianco la sua filosofia.
Vashti, invece, che non era aggressiva come la sorella n insistente quanto Omero, si trov esclusa. Dovetti assicurarmi quindi che anche lei ricevesse la giusta porzione di coccole. Eppure non era felice come a Miami e a volte mi sentivo in colpa, preoccupata che stesse diventando la classica "figlia di mezzo" trascurata.
Fu la prima nevicata a farla reagire. Rossella era affascinata dai fiocchi che battevano sui vetri. Si alzava sulle zampe e cercava in tutti i modi di afferrarli attraverso la finestra. Non sapeva che cosa fosse la neve, non si rendeva conto che era fredda. Tutto ci che sapeva era che delle strane farfalle bianche danzavano baldanzose davanti ai suoi occhi, implorandola di farle prigioniere.
Vashti invece era nata per la neve, con il lungo pelo candido, la coda simile a quella di una volpe artica e i ciuffi di pelo bianco che crescevano abbondanti fra i cuscinetti delle zampe, come se indossasse piccoli doposci. Sembrava avere una memoria innata di che cosa fosse la neve e della sua consistenza. Forse per questo motivo aveva sempre subto il fascino dell'acqua. A mano a mano che la neve si accumulava sul nostro balcone, Vashti, immobile di fronte alla portafinestra, mi pregava silenziosamente di poter uscire. L'accontentavo, qualche volta, e lei si precipitava dove lo strato bianco era pi profondo. Aveva le pupille dilatate per l'eccitazione e la sola nota scura in quel paesaggio candido erano i segni delle sue zampette tutto intorno al cumulo prima di immergervisi del tutto. Riuscivo a riportarla in casa solo al soffiare di una fredda folata di vento. Nonostante l'amore per i fiocchi immacolati l'inverno la terrorizzava, spingendola immancabilmente a rifugiarsi all'interno.
Fu all'incirca in concomitanza di quella prima nevicata che Omero scopr il magico mondo che si cela sotto le coperte. A Miami gli era sempre bastato acciambellarsi con me sopra le lenzuola. Ma era pi minuto di Rossella e Vashti e ora quella posizione non lo riscaldava abbastanza. Allora cominci a infilarsi sotto le coperte e a fare le fusa fra i miei piedi, producendo un tepore simile a quello di una piccola boule dell'acqua calda. Le gatte, non rendendosi conto che lui era l sotto, balzavano sul letto per unirsi a me e spesso gli atterravano sulla testa. Com' che tutti sanno quasi sempre dove mi trovo ma a volte  come se non mi vedessero affatto? miagolava lui in protesta.
Non so se non riuscisse a capire quando non ero sotto le coperte o se semplicemente rifiutasse di accettare la loro assenza, ma se mi capitava di accoccolarmi sul divano senza qualcosa in cui avvolgermi, Omero cominciava a tastarmi i vestiti con frustrazione. Se indossavo una felpa abbastanza larga, si faceva strada come un serpentello sotto il maglione per sbucare dal collo e appoggiare il muso sulla mia spalla, facendo le fusa. Allora leggevo ad alta voce qualunque libro avessi fra le mani e lui sfregava contento il naso contro il mio, fino a cadere in un sonno profondo. Non rimaneva altro che il suono del suo respiro che sibilava accanto al mio orecchio e quello attutito della neve che picchiettava sui vetri.
Giunse infine la primavera, e se al mondo esiste qualcosa di pi bello della primavera a Manhattan, io non l'ho mai visto. Ero cresciuta in una terra di fiori, la Florida appunto, ma quelli che sbocciavano a profusione sugli alberi, i cespugli e nelle aiuole di New York mi sconcertarono, poich sembrarono spuntare tutti nello stesso giorno. L'aria si fece meno secca, il pelo di Omero perse la carica elettrica e Rossella, quasi con gioia, gli fece posto sul divano accanto a me. Soltanto Vashti rimaneva seduta davanti alle finestre, mentre gli occhi esploravano bramosi l'orizzonte e la vista tersa e soleggiata delle strade sottostanti.
Be'? Niente pi neve?
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19. Un buco nel cielo.
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A Giove ambo le man tra il pianto alzammo, spettacol miserabile scorgendo con gli occhi nostri, e disperando scampo.
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A NEW York i primi giorni d'autunno sono di una tale bellezza, carichi della promessa che il meglio deve ancora arrivare, che viverli, ci si dice, vale tutto il denaro, le seccature e la frenesia che comporta abitare a Manhattan. Le foglie sono ancora verdi e non fa freddo, ma la calura opprimente  svanita. La frizzante limpidezza dell'aria spazza via la cappa grigia che indugia sulla citt negli umidi giorni di luglio e agosto, lasciando il cielo puro e terso come di certo Dio l'aveva immaginato.
In una di queste mattine, poco dopo le otto, mi ritrovai di fronte a una ciotola della pappa vuota, una credenza ancora pi vuota e un dilemma. Avevo l'abitudine di dare ai gatti dei croccantini di ottima qualit (Vashti aveva sviluppato delle allergie e le sole marche che riusciva a mangiare erano, ovviamente, le pi costose), abbinati a una scatoletta della stessa marca (avevo anche imparato che le pappe morbide e pi care evitavano a Omero la formazione di gas nella pancia). Di tanto in tanto gli servivo una pappa economica, perch i miei tesori amavano il "cibo spazzatura" con tutta la passione di un bambino che mangerebbe molto pi volentieri un happy meal da McDonald's che un sano pasto cucinato dalla mamma. Quel giorno per non avevo niente sotto mano, nemmeno una scatoletta di tonno.
Avrei potuto fare una corsa alla piccola drogheria dall'altra parte della strada prima di andare al lavoro. Anche se non vendevano la marca che piaceva loro, avrei potuto comprare qualcosa che ci avrebbe permesso di tirare avanti ancora per un paio di giorni.
Oppure avrei potuto aspettare l'ora di pranzo, andare al mio negozio di fiducia, comperare il cibo migliore e sfrecciare di nuovo a casa per nutrire i piccoli. L'ufficio distava soltanto tre isolati dal negozio di animali, un percorso che avevo gi testato. Vivendo tanto vicina al lavoro, odiavo l'idea di arrivare anche solo con cinque minuti di ritardo, perci di solito facevo questi "raid" infrasettimanali durante la pausa pranzo. E poi mi piaceva andare a trovare i gatti a quell'ora. Era forse l'unico lusso gratuito che la vita newyorkese mi offriva e i miei tesori, Omero in particolare, consideravano queste apparizioni inattese una vera e propria festa.
Alla fine furono le ciotole vuote a farmi prendere la decisione. Vashti and a sedersi accanto alla sua e miagol con voce supplichevole e determinata al tempo stesso. Neanche un po' di pappa? Vorresti davvero lasciarci cos? Rimproverandomi per la mia disorganizzazione (stava finendo anche la sabbietta), afferrai la borsa e uscii. La strada di fronte al mio appartamento era una delle pi vecchie di New York, tanto stretta da poterla attraversare in meno di cinque passi. La coda alla cassa era lunga e affollata, come ogni mattina quando gli impiegati si sbracciavano per il loro caff come fosse una boccata di ossigeno. Ma circa un quarto d'ora pi tardi rientrai a casa.
Avevo appena vuotato la scatoletta di pappa nella ciotola, con i tre gatti bramosi seduti a semicerchio attorno a me, quando udimmo uno schianto attutito, BUM! come le vibrazioni di un amplificatore con i bassi al massimo. Il palazzo trem lievemente e un po' di pappa si rovesci sul pavimento. Rossella e Vashti sfrecciarono sotto al letto a tutta velocit. Omero balz di fronte a me, i peli attorno al collo irti, annusando l'aria mentre ruotava le orecchie da un lato all'altro. Emise un ringhio per mettere in guardia l'invisibile minaccia, qualunque essa fosse. Stai indietro, sembrava voler dire. Stai indietro...
" tutto okay, piccolino", dissi accarezzandogli la schiena. "Probabilmente  stato solo il motore di un'auto. Non devi proteggere la mamma da niente."
Omero non era convinto. Non riuscivo a capirne la ragione, ma lui non era convinto. Corse da un angolo all'altro dell'appartamento con il pelo dritto, le orecchie tese, una sentinella che verifica la sicurezza di un perimetro. Di tanto in tanto tornava davanti a me e ringhiava. Anche Rossella e Vashti erano nervose e si rifiutarono di tirare fuori anche soltanto un baffo da sotto al letto. Quando riuscii a convincerle a uscire erano da poco passate le nove. Per la prima volta da quando avevo iniziato a lavorare, avrei fatto un po' tardi.
Mi ero appena messa la borsa sulla spalla quando sopraggiunse il secondo BUM! che fece tremare nuovamente il palazzo. Questa volta non ci fu consolazione che potesse reggere. Il mio appartamento aveva finestre che davano a nord e a est, e Omero balz sul davanzale di quelle del lato settentrionale, soffiando selvaggiamente.
C'era sempre un gran traffico nella mia via e il palazzo era un infinito cantiere. La strada stretta, immersa come un canyon tra edifici che si alzavano per trenta o quaranta piani, amplificava i suoni. Quindi, in realt, la sola cosa che mi preoccupava in quel momento erano i gatti. Mi dispiaceva doverli abbandonare in quello stato, ma che cos'altro potevo fare? Di certo non potevo chiamare il mio capo e dirgli che mi prendevo la mattina libera perch i miei micetti erano turbati.
Cos li lasciai, mentre Omero soffiava ancora alla finestra e Vashti e Rossella se ne stavano rannicchiate sotto al letto.
L'atrio era tranquillo quando lo attraversai diretta al locale lavanderia, e poi uscii dal portone. Tom, il custode, di solito mi rivolgeva un saluto allegro, ma quel giorno era al telefono e parlava in tono sommesso e ansioso. Aveva un'espressione addolorata in viso e ricordo di aver provato un fugace moto di empatia nei suoi confronti. Era una brava persona; sperai che con chiunque stesse parlando, non avesse ricevuto cattive notizie.
La strada era trafficata come quando mi ero precipitata in drogheria. C'era gente ovunque, ferma sui marciapiedi, nei portoni, persino in mezzo alla via. Ma adesso non era pi l'alveare ronzante che era stata meno di un'ora prima. La gente era come pietrificata. Nessuno parlava. Nessuno si muoveva. Sembravano tutti statue di cera. Il solo rumore che sentivo era simile al suono di mille camion dei pompieri che facevano a gara per essere i primi a diffondere il panico nell'aria di inizio autunno.
Il silenzio e l'immobilit di quella via di Manhattan, nel cuore del Financial District, all'ora di punta, provocarono in me un brivido di paura. Guardavano tutti nella medesima direzione, verso ovest. Naturalmente mi voltai anch'io, per vedere che cosa stesse succedendo.
Il World Trade Center era in fiamme.
Le torri si stagliavano contro l'azzurro perfetto del cielo mattutino, ed erano in fiamme. Incombevano su ogni cosa e sembravano lontane appena pochi metri. Un fumo nero si levava in volute e frammenti di vetro e detriti aleggiavano verso il suolo, con la grazia delle foglie autunnali che sarebbero cadute di l a poco. Poi vidi cadere da uno dei piani pi alti ci che non poteva essere, ci che non poteva assolutamente essere... un uomo in fiamme. Non cadde con l'elegante spirale dei detriti, ma precipit in linea retta.
Il mio stomaco si contrasse in un doloroso conato, e fui improvvisamente grata di non aver fatto colazione quella mattina.
Anche la gente attorno a me lo aveva visto e molti di loro si voltarono per afferrare le braccia o affondare il viso nel petto degli sconosciuti cheavevano accanto.
Io non volli toccare nessuno e non volli che nessuno mi toccasse. Il contatto umano avrebbe portato con s un'indiscutibile realt, come quando si chiede a qualcuno di darci un pizzicotto per rendersi conto che non si sta sognando. Cercai di farmi forza e percorsi l'isolato che mi separava dall'ufficio, muovendomi con la rigidit di un oggetto scolpito nel legno.
Quando arrivai vidi lampeggiare la spia della segreteria telefonica e il telefono non cessava di squillare. I miei colleghi parlavano piano in gruppi di due o tre attorno alle finestre che davano sul World Trade Center.  stato colpito da un aereo. Un piccolo aereo. Ma come ha potuto il pilota non accorgersi... ha perso l'orientamento... un incidente... un orribile incidente...
Dalla mia scrivania vedevo il fumo nero che si levava verso il cielo. Vidi degli elicotteri zigzagare, girando in tondo... di continuo. Gli elicotteri sono sempre stati il simbolo paranoico dell'onnipotenza del governo, agili minacce che sorvolano i cieli nei film incentrati su oscure cospirazioni antigovernative o dispotiche societ del futuro. In quel momento pensai che non avevo mai assistito a nulla di tanto imponente, quegli elicotteri sembravano uccellini appena usciti dal guscio e respinti dal proprio nido. Non riusciranno mai ad atterrare, mi dissi. Come faranno a salvare quella gente?
La prima telefonata che feci fu a mia madre. Sentivo l'assurdo bisogno di dire a qualcuno che stavo bene, una cosa ovvia. Quella tragedia stava accadendo ad altre persone, quelle che si trovavano nel World Trade Center. Non a me.
Quando sentii la sua voce, mi sentii confortata. "Non guardare", mi ordin. Ubbidiente, abbassai la tenda della mia finestra.
Poi chiamai Tony a Miami, che stava seguendo lo svolgersi degli eventi al notiziario locale. "Dicono che siano stati i terroristi", mi inform.
"Non essere ridicolo", ribattei immediatamente. La mia non era una forma di rifiuto. Ne ero davvero convinta. Terroristi! Chi mai avrebbe potuto credere a una tale assurdit? Chi diffondeva una simile teoria era della stessa pasta di quelli che credevano che il governo nascondesse degli omini verdi nel deserto del New Mexico. " ovvio che non sono stati i terroristi.  stato un incidente."
"Gwen, hanno colpito di proposito quei palazzi con due enormi aerei di linea", insist Tony. "Sto guardando il filmato al telegiornale in questo momento."
Gli altoparlanti dell'edificio, quelli che ci informavano delle esercitazioni antincendio o dei guasti agli ascensori, cominciarono a gracchiare. La voce della guardia di sicurezza al piano terreno inizi a parlare, ma non aveva il tono gioviale con il quale mi salutava ogni mattina con un "Buongiorno, signorina!" Era una voce tesa e terribile. Il palazzo stava per essere evacuato, annunci, e sarebbe rimasto chiuso tutta la giornata. Avremmo dovuto procedere con calma verso le scale di emergenza e uscire il pi presto possibile.
"Devo andare", dissi a Tony. "Ti chiamo pi tardi, okay?" Era strano, riflettei, pensare alle consuete formalit per salutare un amico quando una voce ci aveva appena comunicato, in sostanza, che dovevamo mettere in salvo le nostre vite.
Una collega di nome Sharon si ferm alla mia scrivania. Aveva qualche anno pi di me ed era una dei soci dirigenti della societ per la quale lavoravo. Avevamo collaborato a qualche progetto e scambiavamo le solite chiacchiere da ufficio, ma non ci eravamo mai frequentate fuori. "Vivi da queste parti, non  vero?"
"Gi", risposi. "A un isolato da qui."
"Perch non vieni con me? Vado a prendere una stanza al Brooklyn Marriott. Possiamo bere qualcosa e chiamare gli altri perch ci raggiungano." Quando esitai aggiunse: "Non vorrai certo startene a casa da sola a pochi metri da questo disastro?"
A dire il vero mi era venuta una mezza idea di chiamare Andrea o uno degli altri amici per sentire se anche loro avevano dovuto lasciare l'ufficio. Ma incontrarli avrebbe voluto dire dirigersi verso il centro. Prendere la metropolitana o l'autobus pareva poco saggio in quel momento. Il ponte di Brooklyn, invece, era molto pi vicino.
E poi non volevo allontanarmi troppo dai gatti. A livello inconsapevole mi muovevo sulla vaga supposizione che gli incendi avrebbero imperversato ancora a lungo prima che riuscissero a domarli. Quando avrebbero estratto i cadaveri dalle macerie e il lutto, incalcolabile e senza fondo, avrebbe avuto inizio, sapevo che avrei voluto ritornare alla quiete del mio appartamento e alla calda certezza dei morbidi corpi delle mie bestiole.
Accettai l'invito di Sharon.
Percorremmo i due isolati che ci separavano dal ponte di Brooklyn. Nessun altro in ufficio si era unito a noi e immaginai che la sua proposta non fosse stata del tutto casuale, e che lei, per ragioni che non potevano essere rintracciate nella limitata interazione che avevamo avuto fino a quel momento, intendesse aiutarmi. Risult ben presto evidente che non fossimo le sole ad avere avuto l'idea di allontanarci da Manhattan; il ponte di Brooklyn era una parete solida di carne umana. Era stato chiuso al traffico e per accedervi la gente si arrampicava lungo i parapetti laterali.
Sebbene ci fossero migliaia di persone sul ponte, la folla era stranamente silenziosa. La parola "terroristi" saltava fuori in quasi tutte quelle conversazioni mormorate e io ne avevo ormai accettato la fondatezza. Poi qualcuno nelle vicinanze disse: "E se facessero saltare il ponte?"
Era un'idea ridicola. Il solo pensiero che qualcuno avrebbe avuto l'audacia di far esplodere il ponte di Brooklyn, la totale impossibilit della sua scomparsa dal panorama di New York, era talmente assurdo!
Una volta espresso a parole, per, fu impossibile scacciarlo dalla nostra mente. Sharon e io provammo a distrarci parlando della possibilit di trovare una stanza libera al Brooklyn Marriott ed elencando le persone che avremmo chiamato perch ci raggiungessero. Il World Trade Center era alle nostre spalle e davanti a noi non vedevamo altro che un fiume di esseri umani. Fintantoch avessimo continuato a camminare e parlare di cose normali come persone normali, il mondo era ancora gestibile.
L'aria era intrisa dell'odore acre del fumo. Una donna che ci camminava accanto zoppicava lievemente e si lament, con un umorismo forzato, che se avesse saputo di dover fare tanta strada, quella mattina avrebbe messo un paio di scarpe pi comode. Sharon e io sorridemmo ed eravamo sul punto di rispondere quando un uomo ci sfrecci accanto gridando: "Hanno fatto saltare il Pentagono! Hanno fatto saltare il Pentagono!"
Udimmo uno scoppio colossale e una sorta di gemito. Il ponte trem e fummo percorsi da una vibrazione. Stavano attaccando il ponte! Stavano attaccando il ponte di Brooklyn! La gente cominci a gridare e piangere e correre e spingere, scontrarsi e cadere, calpestando le persone a terra; io e Sharon ci afferrammo la mano per tenere il passo. Avrei voluto gridare anch'io ma non avevo pi aria nei polmoni. Non c'era pi aria. Il ponte di Brooklyn stava per esplodere, disintegrato, e io ci stavo sopra!
Ogni mio muscolo e tendine voleva fuggire via. La sola cosa che lo tratteneva era la dura barriera della mia pelle che si rifiutava ostinatamente di muoversi in avanti. Le mani e le gambe mi tremavano per lo sforzo disperato che il mio corpo stava compiendo per balzare fuori dalla pelle e fuggire lontano, lontano, lontano da tutto questo.
Il frammento di una visione mi balen davanti agli occhi: non la mia vita, ma uno sgranato film in bianco e nero sull'Olocausto. Un gruppo di ebrei allineati davanti a un muro. Ciascuno serrava la mano dell'uomo che aveva accanto e recitava la preghiera che tutti gli ebrei dovrebbero dire al momento della morte. Li sentivo distintamente, come fossero stati l vicino, e poi udii la mia stessa voce, un'entit disgiunta da me, corposa e irriconoscibile, invocare assieme a loro: Sh'ma Yisrael, Adonai eloheinu, Adonai eh-chad...Ascolta Israele, il Signore  il nostro Dio, il Signore  Uno...
Poi tutti si fermarono di colpo, come se ci avessero staccato la spina. Ci eravamo resi conto che il ponte non era esploso, non si era spezzato in due rovesciandoci tutti nell'East River che scorreva sotto di noi. Come fossimo parte di un unico corpo, ci voltammo tutti verso la citt dalla quale stavamo fuggendo.
Una delle torri gemelle stava crollando su se stessa. Nel giro di pochi secondi al suo posto non rimase altro che un buco fumoso. Le fiamme mandavano volute nere, i residui del crollo di un beige brillante. Rimase sospeso in placida perfezione, come i resti dei fuochi di artificio, nella luccicante aria turchina.
" tutto okay", dissi a Sharon. " tutto okay.  soltanto la torre che crolla."
Era una cosa ridicola da dire. Che cosa poteva essere meno "okay" del crollo di una delle torri gemelle? Eppure, in quel momento, era okay, non solo perch significava che il ponte di Brooklyn non era esploso, ma anche perch aveva senso. I palazzi prendevano fuoco e poi crollavano.
Il pensiero che si fece strada nella mia mente sovraeccitata nella frazione di secondo successiva fu che l dentro c'erano delle persone. Le poche speranze rimaste di salvare qualcuno erano ormai svanite. Ancora una volta, d'istinto, mi misi a pregare.
Il fungo di fumo rimase sospeso immobile per un istante, un cobra che ondeggiava ipnotizzando le proprie vittime. Noi lo osservavamo, rapiti. Poi cominci a scendere e diffondersi tutto intorno. Si diffuse verso l'esterno in una nube opaca di cenere e detriti che ingoi qualunque cosa incontrasse sul suo cammino per interi isolati: uccelli, alberi, persone e palazzi.
E il palazzo dove si trovavano ancora i miei gatti.
Il mio corpo segu la direzione che la testa aveva gi preso e cominciai a farmi strada tra la folla che ora, fra grida disperate ed enorme determinazione, stava entrando a Brooklyn. "Mi scusi", dicevo educatamente. "Mi scusi." Non si chiede forse scusa mentre ci si fa strada fra la gente a gomitate? Mi spingevano e mi venivano addosso, ma era comprensibile. Loro dovevano andare da una parte e io da quella opposta. Se per fossi stata abbastanza paziente e tenace, sarei riuscita a passare. Ogni volta che qualcuno mi veniva addosso, ripetevo: "Mi scusi".
Sharon mi afferr per un braccio. "Gwen!" grid. "Che stai facendo? Dobbiamo andare da questa parte!" disse indicandomi con insistenza la direzione di Brooklyn.
"Lasciami andare!" esclamai dando inizio a due battaglie, una per liberarmi dalla sua presa e l'altra contro la folla che non voleva lasciarmi tornare a Manhattan. "Laggi ci sono i miei gatti!"
"Gwen!" strill lei ancora una volta. Mi afferr per le spalle e mi scosse e io mi domandai, con una specie di interesse freddo e analitico, se non fosse sul punto di prendermi a schiaffi. Ero forse isterica? Non mi sentivo isterica. Nonostante il panico e le urla, mi sentivo perfettamente lucida. Sharon indic la torre superstite che pendeva pericolosamente da un lato. "Gwen, l'altra torre cadr da un momento all'altro. Non puoi tornare a prendere i gatti! Dobbiamo proseguire!"
Un istante pi tardi la seconda torre cominci a implodere. La gente affond il viso fra le mani, si copr gli occhi, pianse. Mi sentii vuota e senza lacrime mentre osservavo il secondo mostro di polvere beige fondersi con il primo. Aveva gi raggiunto i piloni del ponte e la citt scomparve alla vista.
"I tuoi gatti stanno benone", disse Sharon. "Sono nell'appartamento, al sicuro, e non gli succeder niente. Te lo assicuro."
Vetri infranti, pensai. Finestre rotte e un gatto cieco.
"Non permetteranno a nessuno di scendere dal ponte e di tornare laggi", prosegu Sharon.
Naturalmente. Avevo preso una decisione stupida, una decisione follemente, catastroficamente, inconcepibilmente stupida, quando avevo messo piede sul ponte di Brooklyn abbandonando i miei gatti. Erano soli e indifesi ed era colpa mia, colpa mia, colpa mia.
"Ci penseremo una volta arrivate a Brooklyn", disse la mia collega. Colsi una punta di disperazione nella sua voce. "Faremo una telefonata a qualcuno nel tuo palazzo e vedrai che loro staranno benone!"
Ci voltammo e riprendemmo la marcia. Questa volta non parlammo di che cosa avremmo fatto una volta giunte all'hotel. Senza bisogno di aggiungere altro, sapevamo che quel piano era stato cestinato. Il nostro unico scopo adesso era camminare fino a uscire dalla portata della nube di cenere, che ci si scagli addosso nel giro di pochi minuti. Ben presto non riuscimmo quasi pi a vedere n a respirare; ci levammo le camicie e le legammo sulla faccia nel tentativo di filtrare l'aria. In un angolo della mia mente, intorpidito e distaccato, pensai a quanto fosse stupefacente che un minuto prima ci trovassimo in una delle citt pi tecnologiche al mondo, e quello successivo ci fossimo trasformati nei profughi di guerra di qualunque epoca e luogo, che fuggivano a piedi per salvarsi la vita.
Raggiungemmo l'estremit opposta del ponte con la pelle e i capelli grigi di cenere, ancora avvolti della nube. Camminammo per chilometri. Il ritmo dei miei passi mi riecheggiava in testa. I miei gatti. I miei gatti. I miei gatti i miei gatti i miei gatti. Da qualche parte a Brooklyn - non sapevo pi dove ci trovassimo - un meccanico distribuiva delle mascherine alle persone chepassavano. Annuimmo in segno di riconoscenza, la gola irritata per il fumo e costretti per questo al silenzio.
Camminammo cos a lungo che a un certo punto Sharon disse che avremmo potuto proseguire fino al suo appartamento di Bay Ridge, che si trovava a sedici chilometri da dove eravamo partite quella mattina. "Starai da me." Le fui grata, una gratitudine pi mentale che emotiva. Sapevo che mi stava aiutando; dove sarei andata, dove avrei passato la notte, non fosse stato per lei? Eppure il problema non mi toccava. Che importanza poteva avere dove sarei andata o dove avrei dormito? La sola cosa che importava era come sarei riuscita a tornare.
Volevo chiamare mia madre, per farle sapere che stavo bene, e il portiere del mio palazzo. Ma non c'era campo. "L'ufficio di mia madre  vicino al mio appartamento", mi disse Sharon. "Possiamo usare il loro fisso."
Raggiungemmo Bay Ridge che erano gi le due del pomeriggio. Avevamo camminato per quasi cinque ore. Ci trovavamo abbastanza lontano da Manhattan da attirare gli sguardi, coperte com'eravamo di cenere dalla testa ai piedi. Le strade erano ampie e pulite e la gente raccolta in modo ordinato. Notai di nuovo quell'ordine con distacco. Era come trovarsi sul sedile posteriore di un taxi e osservare la frenesia della vita sfrecciarti accanto con la consapevolezza di essere estranea a quanto accade oltre il finestrino.
Fu con il medesimo atteggiamento che osservai la madre di Sharon stringerla in un abbraccio bagnato di lacrime quando varcammo la soglia del suo ufficio. Un'altra donna che lavorava l mi condusse con discrezione in una stanza vuota. "C' un bagno, se desidera darsi una sistemata", mi disse timidamente. Indossavo una camicia senza maniche, un paio di pinocchietti e dei sandali aperti e la polvere si era accumulata in modo tanto compatto da non riuscire pi a distinguere la pelle sottostante.
Per prima cosa chiamai la scuola elementare dove lavorava mia madre. "Grazie al cielo, grazie al cielo", sussurr la segretaria quando rispose altelefono e mi riconobbe. "Sua madre  in sala riunioni in compagnia di altri colleghi. L'avviso della sua chiamata."
Seguirono alcuni istanti di musica d'attesa e poi mia madre venne al telefono, piangendo. Singhiozzava cos tanto da non riuscire a parlare, da non riuscire quasi a respirare.
Io non avevo versato neppure una lacrima quel giorno e non avevo intenzione di cominciare adesso. Se avessi iniziato a piangere qualcosa in me si sarebbe infranto, e la cosa pi importante in quel momento era non perdere il controllo. Ma tutte le lacrime che non avevo pianto mi si precipitarono in gola quasi a strozzarmi e parlai in tono basso mentre ripetevo: "Mamma, non piangere. Sto bene. Sto bene, mamma, non piangere".
Una delle altre maestre le prese il telefono di mano. "Dimmi dove sei", mormor. "Glielo faremo sapere."
Le dissi che sarei rimasta a casa della mia amica Sharon e che pi tardi avrei chiamato per darle il numero. Dopo aver riagganciato, provai a contattare la portineria del mio palazzo. Nessuna risposta. Provai a chiamare i fissi e i cellulari di una manciata di altri inquilini che conoscevo. Non c'era nessuno. La sola speranza che mi era rimasta, che qualcuno mi dicesse: Ehi, non sia sciocca! Qui va tutto a gonfie vele! svan.
Vetri infranti, pensai. Vetri infranti e un gatto cieco.
Sharon e io percorremmo i pochi isolati che ci separavano dal suo appartamento, un accogliente e luminoso bilocale pieno di piante. Accendemmo immediatamente il televisore. Sharon aveva ragione: non erano crollate soltanto le due torri, ma anche tutti i palazzi della piazza attorno al World Trade Center, o erano sul punto di farlo. Manhattan era blindata al di sotto della Quattordicesima Strada. Il perimetro era sorvegliato dai militari e l'accesso era riservato agli agenti di polizia, i vigili del fuoco e i membri delle squadre di soccorso.
Non aveva alcun senso pensare alle finestre rotte. Era solo controproducente. Dovevo credere che il mio palazzo fosse intatto. I gatti stavano bene. Avevo lasciato loro cibo e acqua in abbondanza, e per loro sarebbe stato come quando stavo fuori casa una notte per un viaggio di lavoro. Perch di sicuro, pensai, sarei riuscita a raggiungerli l'indomani.
Sebbene avessimo bisogno di una doccia e di mettere qualcosa sotto i denti, non riuscimmo a staccare gli occhi dallo schermo. Mandavano in onda gli SMS delle persone che erano rimaste intrappolate fra le macerie dei palazzi distrutti. Le loro ultime parole, sottolineava un giornalista. Il dolore era insopportabile e Sharon, un'espressione tetra in volto, and a prendere due bottiglie di vodka.
Bevvi come non avevo mai bevuto prima. Volevo bere fino a che l'alcol non avesse attutito il dolore, volevo bere fino a veder girare la stanza attorno a me e dimenticare il mio nome. Volevo bere fino a perdere i sensi. E, grazie a Dio, cos fu.
...
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...
20. 12 settembre 2001.
...
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...
Tenea, tenea vivande a un zaino in grembo:
ch ben diceami il cor, quale di strana
forza dotato le gran membra, e insieme
debil conoscitor di leggi e dritti,
salvatic'uom mi si farebbe incontra.
...
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...
I POSTUMI della sbronza che mi aspettavo di dover affrontare il mattino successivo non arrivarono. Anzi, non mi ero mai sentita tanto lucida e determinata in vita mia. Era come se la mia mente avesse trascorso le ore di incoscienza a risolvere i problemi per me, cosicch quando mi svegliai il procedimento era concluso e non restava altro che mettere in pratica i passi necessari.
Una rapida occhiata alle notizie mi diede svariate informazioni. Lower Manhattan era ancora transennata e limitata al personale militare e di soccorso. Le strade al di sotto della Quattordicesima erano chiuse al traffico automobilistico, sebbene i treni e gli autobus sostanzialmente funzionassero.
Questo significava che la migliore possibilit di entrare era a piedi. Accesi il computer di Sharon, consultai una mappa della metropolitana e pianificai tre percorsi distinti che mi avrebbero portato il pi vicino possibile al perimetro sigillato.
I notiziari mi informarono anche che a Lower Manhattan non c'erano n elettricit n acqua corrente. Quindi se fossi riuscita a raggiungere i miei gatti sarebbe stato meglio portarli via dall'appartamento in ogni caso. Non avremmo potuto vivere senz'acqua e con trentun rampe di scale da fare a piedi. Decisi di chiamare il mio amico Scott per chiedergli di ospitarci qualche giorno. Scott si era di recente trasferito da Miami a Filadelfia, a un'ora di treno da New York, dove viveva da solo in una villetta. Era il genere di amico cui rivolgersi in un momento di crisi ed era anche l'unica persona di mia conoscenza ad avere spazio sufficiente per ospitarci tutti. Scrissi il suo nome su un pezzo di carta e accanto annotai sabbietta/lettiera/pappa gatti, un promemoria per ricordarmi di chiedergli di acquistare tutte queste cose prima del nostro arrivo. Lo avrei rimborsato una volta arrivata.
Se invece Scott non avesse potuto ospitarci e fosse tornata l'elettricit, avrei avuto bisogno di provviste. Presi un altro pezzo di carta e annotai una lista di cose da comprare. Scrissi anche di prelevare tutti i contanti possibili da un bancomat. I contanti, avevo scoperto, erano sempre un buon piano B nei momenti di crisi.
L'ultima nota mi ricordava di chiamare tutte le agenzie municipali e statali per sapere se stessero organizzando delle squadre di salvataggio per gli animali rimasti intrappolati nell'area che ormai tutti chiamavano Ground Zero. C'era un numero di telefono che lampeggiava sullo schermo della TV; chiamai svariate volte ma era sempre occupato. Forse  meglio cos, mi dissi. Che le agenzie governative si occupassero delle persone. Io avrei pensato ai miei gatti.
Sharon dormiva ancora quando feci capolino in camera sua per controllare. Scribacchiai due righe e le attaccai sullo specchio del bagno per farle sapere dove stessi andando. Poi indossai gli abiti sporchi del giorno prima e uscii.
La giornata era limpida e bellissima come la precedente. Mi aspettavo di sentire male alle gambe dopo la camminata, invece i miei passi erano sciolti, in ansiosa sincronia con i miei pensieri, come se anch'essi avessero atteso la luce del sole per risvegliarsi e cominciare a mettere in pratica ilpiano. Camminai per alcuni isolati lungo quella che mi parve la strada principale di Bay Ridge, finch giunsi davanti a un grande negozio. L comprai un paio di jeans, due T-shirt, della biancheria, un paio di robuste scarpe da tennis, delle calze, uno spazzolino, un deodorante e del sapone. Presi anche due bottiglioni d'acqua, un sacco di sabbia per la lettiera e una grossa confezione di cibo per gatti economico (Vashti avrebbe dovuto convivere con le sue allergie per qualche giorno), una torcia, delle pile e lo zaino pi capiente che avevano.
Fu una vera e propria impresa portare il mio bottino fino all'appartamento di Sharon, ma ero talmente soddisfatta di me che quasi non ci feci caso. Aver sbrigato i preliminari del mio piano mi aveva portato un passo pi vicino ai miei gatti. Mi sentivo come se fossero gi mezzo in salvo.
Il treno che portava fuori da Bay Ridge era affollato quella mattina, ma non troppo. Probabilmente, pensai, molte delle persone che lavoravano a Manhattan oggi sono a spasso. Non lo avevo considerato, ma mi resi conto che anche il mio ufficio avrebbe dovuto per forza restare chiuso. Pi strana di quell'inaspettato mercoled di ferie, per, era l'idea delle persone che quel giorno non sarebbero rimaste a casa. Era impossibile immaginare che nello stesso mondo che conteneva le rovine fumanti del World Trade Center ci fosse qualcuno impegnato in attivit banali come vestirsi per andare al lavoro, preparare il caff o il pranzo per i propri figli. Il giorno prima era parso irreale. Oggi, era come se fosse accaduto qualcosa che avevo saputo sin dalla nascita, ed erano quelli che compivano gesti normali e quotidiani a essere strani.
"Sei matta", mi aveva detto Sharon senza mezzi termini dopo che le avevo spiegato il mio piano. "Ascolta i notiziari, i palazzi stanno ancora crollando laggi."
"Motivo in pi per andarci subito", le avevo risposto.
Lei continu a insistere che non avrei trovato modo di entrare. Potevo restare da lei almeno fino a venerd, senza problemi, mi disse. Non vedeva l'ora di lasciare la citt, come molti altri, e stava pensando di partire con la madre per il fine settimana. La stanza degli ospiti per sarebbe stata mia fino ad allora.
In effetti avrei dovuto valutare la cosa; tecnicamente ero una senzatetto. Per quanto ne sapevo i pochi oggetti che avevo acquistato quella mattina erano tutto ci che mi rimaneva al mondo. Ma ci avrei pensato pi avanti, ora non potevo permettere a niente di distrarmi dalla questione pi urgente da affrontare. Avevo gi messo in allerta il mio amico Scott, che si era detto pi che disponibile a ospitare me e i gatti se avessi avuto bisogno. Era soltanto mercoled ed era mia intenzione lasciare l'appartamento di Sharon ben prima di venerd.
La mia amica aveva insistito perch prendessi comunque le sue chiavi di riserva, nel caso fossi ritornata quel pomeriggio e lei non fosse stata in casa. "Se riuscir a raggiungere i gatti, probabilmente non torner", la avvisai.
"Allora me le restituirai la settimana prossima in ufficio."
Lo zaino era appoggiato ai miei piedi, accanto a una busta di plastica che conteneva le cose che non ero riuscita a sistemare nella sacca. Una decina di chili in tutto.
Il treno attravers il Manhattan Bridge diretto in citt, emergendo con tale rapidit dal buio del tunnel sotterraneo da abbagliare. Era come ripercorrere al contrario il tragitto del giorno prima. Un muro di fumo si alzava da terra fino al lato sud del ponte di Brooklyn e persino a quella distanza ne sentivo il puzzo. Mi scostai dal finestrino.
Scesi sulla Quattordicesima Strada. Non avevo mai associato Manhattan a un odore particolare, ma quando giunsi alle porte del centro, esso s'incarn in quello delle macerie bruciate di Ground Zero. Pensai a Omero, al suo olfatto e al suo udito sensibilissimi. Quale odore e quale rumore avrebbe avuto quel luogo per lui, che si trovava molto pi vicino agli incendi non ancora domati e ai palazzi che continuavano a crollare? In qualche modo mi sembrava che Rossella e Vashti, potendo guardare fuori dalle finestre, sarebbero state meno impaurite, riuscendo almeno a collegare un'immagine a ci che sentivano e annusavano.
Oppure no? Io stessa non riuscivo a dare un senso a quella situazione.
Basta, mi dissi. Non serve a niente.
Le vie che incrociavano la Quattordicesima erano chiuse per evitare il passaggio di veicoli, ma c'era chi riusciva a superare le transenne a piedi o in bicicletta. In quel momento compresi che esistevano due mondi: quello a nord delle transenne, dove la gente sorseggiava caff nei bar alla moda e dove i taxi procedevano impazienti verso negozi e uffici, e quello dall'altro lato, attraversato solo da pochi pedoni caparbi. Stringendo la presa sullo zaino, mi unii a loro.
Camminai verso sud-est, zigzagando fra le strade, orientandomi sul pennacchio di fumo che si levava dal World Trade Center. Le attivit commerciali erano chiuse o abbandonate, le vetrine ricoperte dai volantini che si erano materializzati durante la notte. Avete visto nostro figlio? imploravano quei cartelli. Non sappiamo dove sia nostra figlia. Lavora al World Trade Center. Visi allegri mi guardavano dai poster, sorridenti sotto il tocco universitario o in luna di miele oppure durante una gita in famiglia. Conoscete mio marito? Avete ricevuto notizie di mia sorella? Se sapete qualcosa, vi prego di telefonare... vi prego di telefonare... vi prego di telefonare...Era una discesa agli inferi, dove le ombre dei morti si agitavano attorno a me.
Riuscii ad arrivare a Canal Street prima di essere fermata da alcuni militari di guardia al posto di blocco improvvisato che avrei dovuto attraversare per proseguire. I giovani in uniforme con le mitragliatrici a tracolla furono gentili e vagamente comprensivi, ma erano assolutamente determinati a non lasciarmi passare.
"Tutta questa zona  chiusa, signora. Non pu passare nessuno."
"Ma io vivo l", implorai, "e i miei gatti sono..."
"Ci spiace signora", ribadirono con fermezza. "Non possiamo lasciare passare nessuno."
Un camion che trasportava uomini e donne armati di macchine fotografiche penetr la barriera. "Ma lasciate entrare quella gente!" protestai.
"Quelli sono giornalisti, signora."
Avendo capito che quella era una causa persa, mi diressi a est. Quando raggiunsi il posto di blocco successivo, tentai nuovamente.
"Sono una giornalista", annunciai senza esitazione.
I giovani uomini di guardia mi scrutarono con educato scetticismo, notando i miei jeans, lo zaino e il volto rigato di sudore. "Pu mostrarci il tesserino, signora?"
"Ehm..." il sorriso mi mor sulle labbra. "Be',  sepolto nello zaino e io..."
"Ci spiace, signora. Non possiamo lasciare passare nessuno."
Proseguii, sperando di trovare un vicoletto che nella fretta fosse stato lasciato senza controllo, oppure un soldato pi comprensivo. Non trovai n l'uno n l'altro. Avevo prelevato i contanti, quella mattina, anche con l'idea vaga di provare a corrompere qualcuno in caso di bisogno. Ma quando se ne present l'occasione mi manc il coraggio. Non volevo neppure sapere se quelle persone che avevano il dovere di proteggerci si sarebbero lasciate comprare. Sarebbe stato scioccante.  tutto a posto, mi dissi. I gatti hanno cibo e acqua a sufficienza almeno per tutta la giornata, e domattina potrai tornare a casa.
Scacciai con fermezza dalla mente il pensiero dei vetri infranti. Avevo trascorso la mattina a camminare fra le immagini dei morti, ma i miei gatti erano ancora vivi. In caso contrario, non lo avrei sentito? Erano vivi e stavano bene e il piano che l'indomani mi avrebbe ricongiunta a loro era un buon piano. Fino ad allora se la sarebbero cavata.
...
Ritornai a casa di Sharon, delusa ma non ancora abbattuta. Avevo subto una piccola sconfitta. Mi dissi che avrei potuto provare a chiamare nuovamente qualcuno del mio palazzo e comunque, se non avessi trovato nessuno, sarei di certo potuta ritornare il giorno dopo.
"Prova a contattare una delle associazioni animaliste", mi sugger Andrea quando le telefonai quel pomeriggio per sapere come stava. "Sono certa che stiano organizzando delle squadre di soccorso."
Che stupida, come avevo fatto a non pensarci da sola?
Chiamai l'ASPCA, la societ per la prevenzione della crudelt contro gli animali, e mi risposero al primo squillo! La speranza aument quando spiegai la mia situazione e la donna all'altro capo del telefono mi disse: "Stiamo collaborando con le autorit locali per aiutare le persone a ritrovare i propri animali domestici. Mi lasci i suoi dati e la far richiamare".
"Mi chiamo Gwen Cooper", cominciai, "e..."
"Aspetti un attimo, lei  Gwen Cooper?" mi interruppe la donna. "Gwen Cooper di John Street?"
In effetti ero Gwen Cooper di John Street. Ma come faceva a saperlo? A meno che non ci fosse stata qualche altra catastrofe, un disastro che aveva colpito soltanto il mio palazzo e forse...
"Il suo cat-sitter, Garrett,  tutta la mattina che ci chiama.  in preda al panico. Ci ha pregati di invitarla a contattarlo. Il contratto che ha stipulato con lui gli d libero accesso al suo appartamento in caso di emergenza, e lo mostrer agli inquilini del suo palazzo se non dovessero lasciarlo entrare. Ha cibo, acqua e sabbia per la lettiera e prover a raggiungere casa sua in bicicletta. Ha detto: Fatele sapere che non lascer il mio amico laggi'."
La pianta di fronte al telefono di Sharon si sdoppi e prese a tremolare. Da sempre chi conosceva Omero era disposto a fare qualunque cosa per lui. I miei gatti erano un promemoria vivente della bont umana nel mondo; ciascuno di loro era vivo perch qualcuno aveva compiuto un gesto generoso e caritatevole nei loro confronti, dal corpulento meccanico che aveva trovato Rossella a mia madre che, in teoria, i gatti non li amava neppure.
"Lo chiamo subito", dissi alla donna dell'associazione. "E grazie per avermi riferito il messaggio."
Mi ci volle un minuto per riprendermi prima di riuscire a chiamare Garrett, e la mia gratitudine lo travolse con un mare di frasi inarticolate e confuse che soltanto una persona paziente come lui pot distinguere. Volevo fargli capire come mi sentivo, che cosa significasse sapere che qualcuno si era ricordato di me e dei miei gatti, qualcuno cui io non avevo pensato affatto.
"Ma certo", mormorava Garrett appena mi interrompevo per prendere fiato. "Ma certo. Lo so, credimi, ti capisco... Far tutto il possibile... Ti chiamer se riuscir a entrare..."
Garrett non fu il solo che aveva pensato a noi. Quando controllai la segreteria di casa la trovai traboccante di messaggi. Sembrava che tutti quelli che ci conoscevano volessero sapere se stavamo bene: ex fidanzati di Miami, amici che mi ero fatta da quando mi ero trasferita a New York."Qual  il piano per recuperare i gatti?" mi chiedevano. "Io ho una bicicletta... Ho un amico in una squadra di soccorso... Ho delle conoscenze presso l'ufficio del sindaco... Posso mandarti del denaro... potrebbe servire? Che cosa possiamo fare? Omero  mio amico, il mio tesoro. Lo salveremo, Gwen, vedrai..."
Era ancora soltanto il primo giorno dopo la tragedia, e la speranza era palpabile. Qualcuno sarebbe riuscito a raggiungere i miei piccini. Tutto sarebbe finito bene.
...
Il mattino seguente fu la replica di quello che lo aveva preceduto. Ancora una volta provai a entrare nel Financial District. Ancora una volta venni allontanata. Sapevo che c'erano almeno tre persone che stavano cercando di arrivare a Omero, Vashti e Rossella, a piedi o in bicicletta, ma sembrava poco probabile che sarebbero riuscite laddove io avevo fallito.
Calcolai che il cibo che avevo lasciato ai gatti marted mattina sarebbe durato pressappoco un giorno e mezzo. Ci significava che, proprio in quel momento, stava per finire. Quel che pi mi preoccupava, per, era l'acqua. L'aria a New York era molto pi secca che a Miami e, per quanto riempissi la ciotola, il liquido evaporava completamente nel giro di ventiquattro ore. Sapevo che gli esseri umani non potevano sopravvivere pi di due o tre giorni senz'acqua, ma non avevo idea di quanto avrebbe potuto resistere un gatto.
"Be', possono sempre bere l'acqua del gabinetto, in caso di bisogno, no?" mi aveva detto Andrea.
"No", risposi angosciata. "Tengo il coperchio abbassato per evitare che Omero ci cada dentro." Feci mentalmente voto di lasciare sempre il coperchio alzato d'ora in avanti.
Gioved fu il primo giorno, dall'11 settembre, in cui provai vero panico. Temevo per la sopravvivenza delle mie bestiole, ma trovavo anche insopportabile il pensiero di quello che stavano passando. Non erano mai rimaste da sole cos a lungo senza che nessuno andasse a controllarli e senza cibo e acqua fresca. La lettiera non veniva cambiata da luned sera ed ero certa che fosse ormai ridotta a un disastro. Avrebbero pensato che li avevo abbandonati in mezzo alla catastrofe, alla fame e agli orribili odori e rumori che provenivano da Ground Zero.
Non so che cosa sarebbe stato di me se gioved, nel tardo pomeriggio, non avessi ricevuto la telefonata dell'ASPCA. La zona era finalmente stata dichiarata abbastanza stabile per permettere a chi aveva degli animali domestici di andare a riprenderli. "Il presidente Bush terr un discorso a Ground Zero domani", mi avvis la signora dell'associazione, "quindi avr bisogno della carta di identit per dimostrare che risiede in quella zona."
Avevo con me la patente di Miami, che non mi ero preoccupata di modificare dopo il trasferimento. Assieme al libretto degli assegni con il mio nome e indirizzo newyorkese speravo fosse una prova sufficiente per dimostrare chi ero e dove abitavo.
Sharon lasci la citt venerd mattina. Le restituii il mazzo di chiavi e provai, con un forte abbraccio, a trasmetterle la gratitudine per quei pochi giorni trascorsi insieme. "Buona fortuna", mi disse. "Chiamami quando sarai riuscita a recuperarli."
Telefonai a Scott e gli dissi di aspettarci tutti e quattro quella sera stessa. La situazione aveva la chiarezza cristallina di un sillogismo: avrei dovuto partire entro quella sera, perch non avevo pi un posto dove stare. Ma non l'avrei mai fatto senza i miei gatti. Quindi li avrei recuperati quel giorno.
A qualunque costo.
...
La volontaria dell'ASPCA mi aveva indicato un punto di ritrovo a Chelsea Piers, un enorme complesso commerciale sulla West Side Highway. C'erano bar, ristoranti, piste di pattinaggio e da bowling e ampie strutture per eventi fieristici. Era stato convertito in ospedale da campo per i superstiti e i membri delle squadre di soccorso feriti a Ground Zero. La pista di pattinaggio sul ghiaccio si rivel adatta a fungere da obitorio improvvisato.
Prima di dirigermi laggi avevo fatto un ultimo tentativo di raggiungere i gatti da sola. Ero arrivata fino al municipio, a pochi isolati dal mio appartamento. Una volta salite le scale della stazione del metr, tuttavia, ero stata fermata da un gruppo di soldati che mi avevano chiesto i documenti. La patente della Florida abbinata al libretto degli assegni non erano bastati a convincerli a lasciarmi passare. Con riluttanza avevo dunque ripreso il treno diretto verso il centro.
Individuai con facilit l'area indicatami e mi registrai all'ingresso. Avevano diviso Lower Manhattan in zone e avrebbero accompagnato i diversi gruppi di persone a seconda di dove vivevano. Era una mattina uggiosa e di freddo pungente; tutti i vestiti pesanti erano nel mio appartamento assieme alle mie amate bestiole. La donna che annot il mio nome e indirizzo, vedendo che tremavo con addosso solo la T-shirt, mi mand in un'altra enorme stanza piena di scatoloni di abiti donati. Scelsi una camicia di flanella e l'abbottonai sopra la maglietta, ricoprendola poi con una giacca a vento. Niente era della mia taglia, ma perlomeno mi avrebbe tenuta calda.
Ritornai nella sala d'aspetto e mi sedetti, appoggiando lo zaino e il sacchetto di plastica sul pavimento accanto a me. C'erano una ventina di persone nella stanza che si scambiavano aneddoti e informazioni sussurrando a bassa voce. Un uomo disse che conosceva un tale che era riuscito ad arrivare fino al portone del suo palazzo solo per scoprire che i custodi se n'erano andati chiudendo gli ingressi. Non aveva con s le chiavi... chi le ha quando si vive in un palazzo con l'usciere? Aveva fatto tanta strada per niente.
Io vivevo in un palazzo con l'usciere. Nonostante l'attenta pianificazione, non mi era mai passato per l'anticamera del cervello che, una volta l, avrei rischiato di non poter entrare. L'ansia che gi mi attanagliava lo stomaco triplic di intensit.
Eravamo tutti nervosi. Cercammo di distrarci alla meglio, scambiandoci le foto dei nostri animali e condividendo storie sul loro coraggio o le loro paure, ci che amavano e odiavano, le stranezze che li rendevano ai nostri occhi del tutto unici e speciali. "Questo  Gus e lei  Sophie", disse una donna mostrandomi un'istantanea di due border collie meticci. "I nostri figli li adorano." Il suo sorriso pieno di orgoglio trem. "Non sono mai rimasti da soli tanto a lungo. Non so che cosa faranno i ragazzi, se gli fosse capitato qualcosa."
"Sono certa che stanno benissimo", la rassicurai. "Sono certa che stanno benissimo."
Le mostrai le foto dei miei tesori. Come molte persone, rimase sorpresa della bellezza di Vashti e rise della lunatica superbia di Rossella. "Povero piccolo", disse in tono compassionevole quando giunse alla foto di Omero. "Povero piccolino. Deve essere terrorizzato."
" un vero duro", le spiegai. "Una volta ha fatto scappare un ladro dal mio appartamento." Le raccontai tutta la storia e notai che il mio pubblico si era infittito. "Gli animali domestici sono in grado di adattarsi molto pi di quanto non si pensi. Sono sicura che  tutto a posto." La gente attorno a me annu e io pregai che le mie parole fossero vere.
Le ore trascorrevano in quella sorta di purgatorio. Di tanto in tanto uno dei volontari dell'ASPCA si affacciava sulla soglia annunciando la partenza di uno specifico gruppo, al che un capannello di persone si alzava con fare eccitato, patente di guida alla mano. A volte si sentivano annunci del tipo: "Chiunque entri nel proprio palazzo e ne venga fuori senza un animale finir dritto in galera". A quanto pareva, qualcuno aveva fatto finta di avere degli animali per riuscire a tornare al proprio appartamento e recuperare portatili e documenti di lavoro. "Non  uno scherzo, gente. Saremo scortati da agenti di polizia."
Dopo due ore stavo per raggiungere il limite della sopportazione e disperavo che mi avrebbero fatto passare i posti di blocco senza un adeguato documento d'identit. La folla nella stanza non accennava a diradarsi. Non riuscivo a cogliere una logica nell'ordine con cui chiamavano i residenti delle varie zone, n capivo se si stessero muovendo da nord a sud o da est a ovest. Sapevo soltanto che non avevano ancora chiamato la mia. Sar la prossima, continuavo a ripetermi. La prossima sar la mia. Trascorreva un'altra ora e non cambiava nulla. Alla fine, incapace di aspettare oltre e pensando che forse avrei fatto meglio a tentare da sola, decisi di andarmene.
Camminai finch non raggiunsi la Settima Avenue, poi svoltai verso sud. Portavo lo zaino sulle spalle e stringevo in mano il sacchetto di plastica. Dopo averlo trascinato in giro per tre giorni, si stava distruggendo e fui costretta a tenerlo in braccio per evitare di perdere qualcosa. Proseguii fino a incrociare Houston Street. C'era un posto di blocco sorvegliato da tre agenti di polizia, due giovani e il terzo un po' pi anziano. Era il primo che incontravo a non essere monitorato da personale militare e lo presi come un buon segno.
"Documenti, per favore", disse l'agente pi anziano. Presi la patente e il libretto degli assegni. Il poliziotto li guard dubbioso. "Non possiamo lasciar passare nessuno senza carta d'identit."
"La prego", implorai disperata. "Mi sono trasferita qui da poco. Mi pu perquisire, se vuole. Mi pu far spogliare! Voglio solo arrivare dai miei gatti. La prego, agente, la prego, la prego mi faccia entrare!"
I tre uomini si scambiarono un'occhiata. Erano poliziotti, non soldati e, a differenza di questi ultimi, erano di quelle parti. Quella era la loro citt. Io ero una cittadina bisognosa d'aiuto. Era bastato uno sguardo per capire che non rappresentavo una minaccia.
Ma gli ordini erano ordini.
"La prego", tornai alla carica. "Non hanno cibo n acqua da giorni. Moriranno se non riesco a raggiungerli. Moriranno senza di me. Per favore, agente, le prometto che non far del male a nessuno. Voglio solo andare a prendere i miei gatti. Ho bisogno soltanto che qualcuno mi aiuti. La prego, agente, mi faccia passare!"
Avevo gi pensato di produrmi in un pianto da Oscar pur di guadagnarmi la loro simpatia. Non avrei lasciato nulla di intentato a quel punto. Ma ora scoprivo, con mia totale umiliazione, che le lacrime non erano finte. Singhiozzavo, enormi singhiozzi disperati che risucchiavano tutta l'aria che avevo in corpo costringendomi a piegarmi. Affondai il viso nel sacchetto, passai la manica sulla faccia per asciugarmi gli occhi, ma le lacrime continuavano a scendere. I miei gatti sarebbero morti perch non avevo modificato la mia patente. Sarebbero morti a causa di una patente. Sembrava stupido e assurdo, eppure era cos.
I tre poliziotti rimasero immobili a guardarmi con lieve imbarazzo, fino a che il mio pianto si esaur. Alla fine uno dei due agenti pi giovani disse: "Mia moglie va matta per i gatti. Mi ucciderebbe se non lasciassi passare questa ragazza".
Alzai lo sguardo speranzosa. Era vero? Ci ero riuscita?
"Queste sono le foto dei miei tesori", dissi frugando nella borsa per cercarle. "Questa  Rossella e questa  Vashti. E questo  Omero, il pi piccolo."
Gli agenti strizzarono gli occhi per guardare dove indicavo. "Ha un aspetto un po' curioso, eh?" disse il pi anziano.
" cieco", dissi giocandomi tutte le carte che avevo. "Potrebbe essergli accaduta qualunque cosa; se una finestra si fosse rotta lui rischierebbe di precipitare, viviamo al trentunesimo piano. Deve essere terrorizzato, non pu vedere quello che sta succedendo. Vi immaginate che cosa significa per un gattino cieco sentire tutti quei rumori?"
L'agente pi anziano trasse un profondo sospiro. "Va bene." Si scost appena dall'apertura fra le due transenne e mi fece cenno di passare. "Vada pure."
"Oh, grazie!" esclamai prendendogli le mani. "Grazie! Grazie!" Mi voltai verso ciascuno dei tre agenti per ringraziarli. Poi mi sistemai lo zaino sulla schiena e oltrepassai la transenna.
Per spostarmi dal West Village al Financial District percorsi soltanto vie laterali. Temevo di incontrare altri posti di blocco, dove mi avrebbero chiesto nuovamente i documenti.
Ma si rivel una paura ingiustificata: camminai per quasi cinque chilometri senza vedere o udire anima viva, non un'auto, non una persona, non un uccello fra i rami degli alberi. Un'atmosfera inquietante, postapocalittica, come se fossi l'ultimo essere umano rimasto a Manhattan. Non avevo mai visto una strada di New York completamente deserta. Per quanto potesse essere tardi o per quanto potesse essere tranquillo un quartiere, c'era sempre qualcosa o qualcuno: una donna, un cane, un fornitore che consegnava della merce a un piccolo supermercato, le vetrine illuminate. E in sottofondo, il ronzio costante delle auto che sfrecciavano come comete in lontananza.
Ma ora non c'era altro che silenzio. Fumo e silenzio.
Il cielo era ancora grigio e sembrava scurirsi a mano a mano che miavvicinavo a Ground Zero, il fumo si infittiva fino a farmi bruciare la gola e gli occhi. Le braccia e la schiena mi facevano malissimo. A un certo punto inciampai in una crepa e rovesciai il sacchetto che trasportavo. Il suono che fece quando colp il suolo riecheggi fra le pareti dei palazzi come il colpo di un cannone.
La cenere si era posata su ogni cosa e si ispessiva mentre procedevo verso sud. Le foglie verdi degli alberi e i colorati tendoni di negozi e caff adesso erano ammantati da un'uniforme cappa biancastra.
Dopo circa un'ora, raggiunsi Ground Zero e mi riunii al mondo del rumore e della gente. Sentii i gemiti dei camion e le urla degli uomini, il vocio metallico dei walkie-talkie e l'abbaiare dei cani poliziotto. Avevo visto le foto delle macerie in televisione e sui giornali, ma era impossibile immaginare l'enormit della devastazione, la distesa infinita di cemento e metallo distrutto. Si levavano ancora dei pennacchi di fumo e, in qualche punto, delle fiamme. Gli uomini, le facce nere di fuliggine e intrise di sudore, punteggiavano il panorama in cerca di sopravvissuti.
Non rimasi a guardare a lungo; mi sembr quasi di mancare di rispetto. E poi il mio viaggio non era ancora terminato.
La mia ansia crebbe quando svoltai l'angolo dell'isolato dove vivevo. E se, come l'uomo di cui avevo sentito parlare all'ASPCA, avessi fatto tanta strada soltanto per trovare il mio palazzo chiuso e vuoto? Con mia somma gioia e grande sollievo, per, quando arrivai mi accorsi che il portone era aperto e all'ingresso trovai Tom, il portiere, e Kevin, l'addetto alla manutenzione. Quando li vidi non potei resistere all'impulso di gettarmi fra le loro braccia. "Siete qui!" esclamai mentre i due uomini mi cingevano in un abbraccio. "Non posso credere che siate davvero qui!"
"Non ce ne siamo mai andati", disse Kevin. Sapevo che aveva una famiglia numerosissima, qualcosa come otto figli, dodici cani e Dio solo sa quanti gatti, su nel Queens. "Probabilmente non saremmo pi riusciti a tornare."
"Non sapete quanto avete ragione." Non riuscivo a smettere di sorridere.
"Siamo ancora senza telefono, acqua ed elettricit", prosegu Kevin, "quindi non le consiglio di rimanere. Dipendiamo per dalla stessa centrale elettrica della Borsa, perci dovremmo rimetterci in sesto nel giro di un paio di giorni."
"E che mi dite del palazzo?" chiesi con voce ansiosa. "I vetri si sono per caso...?"
Il viso di Kevin si addolc. Sapeva tutto di Omero, era stato lui a montarmi le sicure alle finestre. "Nessun vetro rotto", mi rassicur. "Omero e le gatte dovrebbero stare benone."
"Stiamo appunto andando a 'caccia' di animali", aggiunse Tom indicando gabbie di tutte le misure sparpagliate per l'atrio, contenenti cani o gatti. "La gente sta piano piano tornando a recuperarli."
"Be', io sono qui." Tastai la tasca dello zaino per prendere la torcia. L'accesi e la spensi per assicurarmi che funzionasse, poi mi avviai verso la tromba delle scale, che non aveva finestre ed era completamente rivestita di cemento. Senza elettricit, era buio pesto. La sola fonte di luce proveniva dal fascio pallido proiettato dalla mia torcia.
Ero cos ansiosa di arrivare dai miei piccolini che avrei voluto fare le trentun rampe che mi separavano da loro tutto d'un fiato. Le braccia, le cosce e la schiena mi facevano male sotto il peso delle provviste e grondavo di sudore. Quando raggiunsi il tredicesimo piano fui costretta a sedermi un momento. I miei respiri affannati echeggiavano rumorosamente fra le pareti mentre aprivo la bottiglietta d'acqua che Tom mi aveva messo in mano.
Dopo qualche minuto ripresi la salita. Dovetti fermarmi ancora al ventesimo e al ventottesimo piano. Mi tremavano le gambe ma mancavano soltanto tre piani e non avrebbe avuto senso fare un'altra sosta. Quando mi apparve davanti agli occhi il cartello che annunciava il trentunesimo piano sentii le lacrime salirmi in gola per la seconda volta quel giorno, ma questa volta erano lacrime di gioia.
Le dita mi si erano irrigidite attorno al sacchetto di plastica e faticai a infilare le chiavi nella serratura. Come mi aspettavo fui travolta dall'odore di fumo, ma pi ancora a colpirmi fu la puzza della lettiera. Mi si spezz il cuore. Poveri piccoli, pensai.
Avevo quasi temuto di entrare nell'appartamento, non sapendo bene che cosa mi attendeva, ma una rapida occhiata dall'ingresso mi conferm che era tutto intatto, esattamente come lo avevo lasciato marted mattina. La sola differenza era che nei piattini della pappa non era avanzata neppure una briciola. E la ciotola dell'acqua era completamente asciutta.
Rossella e Vashti, tristemente acciambellate sul letto, alzarono subito la testa. Omero era seduto davanti alle finestre. Era all'erta, il corpo teso. Alz il muso per annusare l'aria, muovendo le orecchie attorno. Chi va l? Chi c'?
Appoggiai con cura le borse e lo zaino sul pavimento, non volendoli spaventare ulteriormente con rumori inutili. "Tesori miei", mormorai con voce roca. "Sono qui."
Nell'udire la mia voce, Omero rispose con un lacerante miao! Copr la distanza che ci separava con due balzi e mi salt addosso spingendomi il muso sul petto con una forza tale da farmi quasi perdere l'equilibrio. Mi lasciai cadere sul pavimento per evitare incidenti e lui cominci a farsi strada con determinazione verso la spalla.
"Omero gatto nero!" esclamai. Al suono del suo nome mi strofin il muso sulle guance e riprese la sonora serie di miao! miao! miao! accompagnata da forti fusa cantilenate, come aveva fatto da cucciolo quando aveva capito che mi avrebbe ritrovata l con lui ogni mattina. "Mi spiace tanto, piccolino", dissi. Le lacrime che non poteva vedere mi incrinavano la voce. "Mi spiace di averci messo tanto."
Vashti si avvicin con passo timido, come se rispettasse l'intensit della gioia di Omero e non volesse intromettersi. Mi appoggi le zampe sulla gamba, miagol debolmente e io la presi fra le braccia. Soltanto Rossella rimase in disparte. Mi rivolse uno sguardo severo con gli occhi semichiusi e poi si volt. Guarda un po' chi ha finalmente deciso di farsi viva. Ma persino lei cedette dopo qualche istante. Suppongo che probabilmente tu sia venuta non appena hai potuto. Si acciambell sulle mie ginocchia, una volta tanto senza competere con gli altri due per difendere il proprio posto.
"Non vi lascer pi soli", dissi. "Non permetter mai, mai che vi accada qualcosa di brutto, e non vi lascer mai pi cos tanto da soli." Presi Omero e lo sollevai davanti a me, come se volessi accertarmi che avesse capito quello che gli stavo dicendo.
Ma ero certa che avesse compreso. A modo suo, ci riusciva sempre.
"Ve lo prometto", dissi. "Ve lo prometto."
Il mattino seguente, da Filadelfia, spedii a Garrett un assegno con l'equivalente di un'intera settimana di assistenza. Spedii un assegno anche all'ASPCA.
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21. Non c' peggior cieco...
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Che in ogni evento ti mostrasti sempre degli uomini il pi saggio.
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I MIEI amici di Miami concordavano che avrei dovuto ritornare a casa dopo quello che era successo. Vivere a New York era indubbiamente diventato pi difficile di quanto avessi potuto immaginare prima di trasferirmici, persino quando mi ero figurata gli scenari peggiori. La puzza di fumo e le rovine di Ground Zero rimasero per mesi; ancora oggi, associo l'odore di bruciato al mio primo autunno newyorkese. Omero ne fu particolarmente infastidito e ci vollero settimane prima che smettesse di vagare per l'appartamento lamentandosi di qualcosa che non riusciva a identificare ma che creava in lui un'ansia lieve ma persistente. Il rumore delle ruspe e degli elicotteri era costante e lo spaventava. Il suo momento prediletto della giornata era sempre stato il tardo pomeriggio, quando ritornavo dal lavoro. Adesso era cos elettrizzato ogni volta che rimettevo piede in casa, anche se mi ero allontanata soltanto per andare al negozio di fronte, che mi ci volevano sempre svariati minuti per riuscire a togliermelo di dosso giusto il tempo di appendere il cappotto.
Avevo preso in considerazione l'idea di cambiare quartiere, ma nel giro di due mesi dall'attentato persi il lavoro. La mia societ serviva essenzialmente le grosse compagnie finanziarie che erano state decimate nei pressi di Ground Zero, e lottava per restare a galla.
L'economia era in recessione e mi ci vollero otto mesi per trovare un altro impiego. Lo cercai con la stessa caparbiet di quando mi ero procacciata i primi contratti freelance per entrare nel settore marketing, qualche anno prima. Alla fine trovai un posto di collaboratore nell'ufficio marketing on line di AOL Time Warner, dove lavoravo a tempo pieno senza tuttavia ricevere n contributi n la garanzia di un'assunzione. Trascorsi un anno tremendo senza assicurazione sanitaria. Ci furono giorni in cui vivevo letteralmente a pane e acqua. In un modo o nell'altro, per, riuscii a pagare l'affitto e le parcelle del veterinario.
Curiosamente, furono proprio i miei genitori a sostenere la mia decisione di restare a New York, per quanto consapevoli dei pericoli che la vita laggi ora presentava. Capivano l'importanza di quel passo e quanto fosse diventato impossibile per me tornare a vivere e a lavorare a Miami. Erano orgogliosi perch, per quanto il gioco si fosse fatto duro, non ero ritornata a casa con la coda fra le gambe.
Omero mi aveva insegnato il valore della perseveranza. Noi due non eravamo tipi da gettare la spugna. E con il passare dei mesi trovai un'altra ragione per restare a New York: era la citt in cui viveva Laurence Lerman.
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Conobbi Laurence un mese prima dell'11 settembre. Era un carissimo amico di Steve, il fidanzato di Andrea, compagno dai tempi del college, nonch futuro testimone di nozze.
Quell'agosto del 2001 segn il momento in cui mi sentii pi a mio agio da quando mi ero trasferita a New York. Il lavoro era ancora sicuro, finalmente avevo imparato a orientarmi a Manhattan e i miei gatti sembravano avere ben accettato l'enorme cambiamento che avevo imposto a tutti noi. Omero aveva sviluppato un attaccamento particolare per il ragazzo che consegnava le pizze, che veniva da noi almeno due volte al mese. Proprio quel pomeriggio si era presentato, oltre che con la mia ordinazione, con una scatoletta di tonno. Un gesto con cui si assicur il suo eterno amore.
La sera in cui arrivai alla festa dove avrei conosciuto Laurence ero di buon umore, pronta ad aggiungere nuove persone al mio crescente giro di conoscenze.
Si festeggiava il compleanno di un amico comune, e il party era stato organizzato sul terrazzo in cima all'edificio, sotto il caldo cielo estivo. Ricordo perfettamente il momento in cui notai Laurence per la prima volta. Era impegnato con Steve in quella che sembrava un'accesa discussione. Indossava una camicia bianca con le maniche arrotolate, jeans, una cintura nera e mocassini dello stesso colore. Parlava gesticolando animatamente e piegandosi in avanti con foga. Si sarebbe pensato che stessero litigando, ma Steve rideva e Laurence aveva negli occhi uno sguardo complice e divertito. "Ti ricordi di Laurence?" mi chiese Andrea e io rammentai vagamente di quando la mia amica mi aveva accennato che nessuno era tanto bravo a fare battute.
C'erano molti amici di Laurence alla festa, e due di loro facevano i comici di professione, perci quella sera l'umorismo, le freddure e l'ironia non mancarono di certo. Rammento ancora perfettamente alcuni commenti buffi, eppure non riesco a ricordare una sola parola di Laurence, n se mi strinse la mano quando ci presentarono o mi rivolse un amichevole cenno di saluto.
Tuttavia pensai che quel ragazzo fosse la persona pi spiritosa che avessi mai conosciuto. C'era un gran viavai, gli invitati chiacchieravano in piccoli gruppi che cambiavano continuamente composizione, ma io passai tutta la sera accanto a lui.
Laurence non era soltanto divertente. Per quanto fosse un attore nato, non ti faceva mai sentire un mero spettatore dello show: gli piaceva anche ascoltare, fare domande. Ti invitava a raccontare di te e tu scoprivi, parlandogli, di essere una compagnia pi piacevole di quanto avessi mai sospettato. Aveva una mente vivace e un eloquio scattante; eppure non ti interrompeva mai nella foga di esporre il suo pensiero. Diventavi il solo fulcro della sua attenzione, ma se ti guardavi intorno all'improvviso si era formata una piccola folla per ascoltare la conversazione, come calamitata dalla sua presenza.
E poi c'era la voce, uno dei suoi aspetti pi affascinanti. Era profonda, intensa, come se il suo petto contenesse una cassa di risonanza. Aveva un che di rauco e "fumoso" e quando diceva qualcosa di divertente sembrava riecheggiare di tutte le risate del mondo. Sapeva ruggire come un leone, per poi ridursi improvvisamente a un intimo sussurro.
Molto tempo dopo, Laurence mi raccont dell'anno che aveva trascorso in Svezia, dove aveva lavorato come deejay per la prima radio rock del Paese. Ovunque andasse la gente lo salutava eccitata: "Tu sei quello della radio!" Era un dettaglio rivelatore nella storia personale di Laurence; la sua era una voce che, una volta ascoltata, non si dimenticava pi.
A un certo punto, Andrea mi indic una ragazza seduta a pochi metri di distanza: la fidanzata. Era una serata afosa e io indossavo un top generoso. Ricordo di aver pensato che se fossi stata in lei e lo avessi visto scherzare per ore con una sconosciuta tanto sola e tanto scollata, mi sarei preoccupata di porre immediatamente fine all'idillio.
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Posso tuttavia affermare con sincerit che, almeno per quanto mi riguarda, quella sera non rappresentavo una minaccia per la fidanzata di Laurence. Il solo sapere che stava con lei da pi di quattro anni aveva soffocato in me qualunque pensiero in tal senso. Non avevo mai provato interesse per gli uomini impegnati. Una delle migliori qualit che un partner poteva vantare, a parer mio, era quella di dimostrare un interesse esclusivo nei miei confronti. Potr sembrarvi egoistico, ma era un cavillo che mi aveva tirato fuori indenne da svariate relazioni senza futuro.
Ero arrivata da poco a New York e mi sembrava vagamente "incestuoso" cominciare a flirtare con una persona tanto intima dei miei migliori amici. Chi poteva sapere che strada avrebbe preso una relazione simile? E il matrimonio di Andrea e Steve non aveva certo bisogno dei miei drammi sentimentali. Di sicuro in una citt di otto milioni di abitanti avrei potuto puntare altrove. E poi c'era la questione della differenza di et. Laurence aveva quasi nove anni pi di me e non ci voleva un genio per immaginare che un uomo vicino alla quarantina, scapolo nonostante una ragazza fissa da tempo, probabilmente non aveva proprio alcuna intenzione di fare il grande passo nella vita. La sola cosa che trovavo meno affascinante di un ragazzo non disponibile era un ragazzo disponibile al quale per avrei dovuto strappare la promessa di un impegno a lungo termine.
Non avevo mai avuto un ideale di uomo, o cos credevo. Guardando indietro, tuttavia, mi rendo conto che la maggior parte dei miei fidanzati "seri" si conformava pi o meno a una determinata categoria fisica. Allampanati, magri magri, occhi e capelli scuri, naso grande e orecchie un po' troppo sporgenti. Avevano l'aria dell'artista o dell'intellettuale o, perlomeno, dell'artista o intellettuale frustrato, e con loro intessevo intricate discussioni di letteratura e politica. Erano timidi e un po' goffi e si sorprendevano sempre che una ragazza estroversa come me potesse interessarsi ai libri e all'attualit come loro.
Laurence aveva il torace possente e gambe corte e muscolose tanto forti da sembrare d'acciaio. Gli occhi erano blu e a volte, se indossava una camicia di una particolare sfumatura di azzurro, si poteva giurare di non aver mai visto un blu pi intenso. Impossibile dire se i lineamenti del viso fossero marcati o fini perch erano estremamente "elastici". Osservando i nostri album di fotografie si vedono una serie di sorrisi identici che invecchiano con il passare degli anni, eppure non saprei trovare due foto in cui lui sfoggi la medesima espressione. Sin dal nostro primo incontro ho sempre amato osservare il suo viso, ma per molto tempo mi  stato impossibile riconoscere una simmetria nella sua faccia, ridurla a un semplice insieme di tratti. La mente e il viso di Laurence si muovevano a una velocit tale da rappresentare una sfida insormontabile per me.
Non iniziai a redigere a tavolino una lista di ragioni per le quali non avremmo potuto essere una coppia. Vorrei soltanto far capire perch lo inserii immediatamente, nonostante mi avesse colpita moltissimo, nella categoria "amici s, fidanzati mai". Le ragioni che mi avevano spinto a quella conclusione erano pi che altro inconsce. Con l'approfondirsi della nostra conoscenza mi pareva chiaro come il sole che fossimo destinati a essere soltanto ottimi amici.
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Il nostro fu un rapporto che all'inizio stent a svilupparsi. La sera della festa seppi subito che saremmo diventati buoni amici, di quelli che si telefonano ogni giorno e si frequentano con costanza. Ma non accadde subito.
Tanto per cominciare, Laurence era il genere di persona che collezionava amici dai tempi dell'asilo; probabilmente non gliene servivano altri. E poi, ovviamente, c'era la fidanzata. Per quanto animata da buone intenzioni, non ero tanto ingenua da pensare che un rapporto cameratesco con una single appena conosciuta non avrebbe creato frizioni. Non si vive con tre gatti senza imparare qualcosa sul rispetto del territorio. Laurence e io ci vedevamo di tanto in tanto insieme ad amici comuni, lanciandoci in quel genere di conversazioni piene di energia e di risate che mi lasciavano con il vago rimpianto di non poterlo frequentare pi spesso. Ma era tutto. Andrea e Steve si sposarono nel maggio del 2002, e mentre posavamo per le fotografie di rito, Laurence mi disse che ero bellissima con l'abito da damigella. Poi, per il resto della serata, non lo vidi pi.
Qualche settimana pi tardi, lui e la fidanzata si lasciarono. Stavo spuntando le unghie a Omero come ogni mese (una vera e propria impresa, poich lui opponeva fiera resistenza, molto pi delle due gatte) quando mi telefon proponendomi di andare a vedere un film indipendente che non voleva assolutamente perdere. Laurence era un appassionato di cinema, la sua conoscenza era enciclopedica, ma non era il tipo da limitarsi a sciorinare aridi elenchi di chi aveva diretto, scritto o interpretato ogni film mai prodotto. Era molto attento alle inquadrature, agli archi narrativi, allo sviluppo dei personaggi. Sapeva trovare la bellezza in un particolare, come il modo utilizzato dal regista per filmare i vetri infranti di una finestra. E amava il cinema in senso lato, persino le commediole o i film "ammazzatutti" che i cosiddetti intellettuali di solito snobbavano. Mi piaceva la sua precisione, anch'io ero cos. E mi piaceva che sapesse tanto di un argomento che io conoscevo cos poco, perch imparavo molto da lui.
Laurence lavorava come giornalista e redattore per una famosa pubblicazione cinematografica. Tra le sue mansioni c'era quella di intervistare attori e registi, molti dei quali erano leggende viventi e pluripremiate. Nell'ascoltare le registrazioni di quei colloqui, si intuiva quanto amassero parlare di cinema con lui. Spesso ridevano o affermavano con stupore: "Wow... Bella domanda. Nessuno me lo ha mai chiesto prima".
Fui felicissima del suo invito e telefonai ad Andrea per raccontarle tutto. Fu soltanto dopo il film, quando andammo in un ristorante marocchino nell'East Village e Laurence mi chiese della mia famiglia, che mi resi conto che forse aveva inteso il nostro incontro come un appuntamento. Ma non cerc di baciarmi n di prendermi la mano, cos io scacciai l'idea dalla mente. Non fu difficile perch in fondo era ci che volevo: pensavo a lui solo come a un potenziale amico ed ero cos ansiosa di consolidare le basi del nostro rapporto che non avrei mai potuto permettere di distruggerlo sul nascere con un banale tentativo di flirt. Era un rischio che non avevo intenzione di correre, non con Laurence.
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La nostra amicizia matur nel corso dei tre anni successivi, fino a raggiungere il livello di intimit in cui avevo sempre sperato. Ci sentivamo svariate volte al giorno, e ci vedevamo almeno una volta alla settimana, il che, considerata la frenesia della vita nella Grande Mela, era davvero molto. Non avevo un rapporto tanto stretto neppure con Andrea. Quando all'inizio del 2003 trovai finalmente un posto fisso nell'ufficio marketing della casa editrice che pubblicava Rolling Stone e US Weekly, fu Laurence, e non la mia amica, a ricevere per primo la notizia.
Era probabilmente la prima persona importante della mia vita che non avesse ancora conosciuto Omero. Non si tratt di una scelta premeditata da parte mia. South Beach era una localit molto piccola, dove gli amici venivano a trovarti alle ore pi strane solo per fare quattro chiacchiere. Manhattan invece era enorme, un luogo che ti spronava all'efficienza e alla pianificazione. Di solito non ci si incontrava a casa di qualcuno per poi uscire tutti insieme, ci si dava appuntamento direttamente in un locale. E in ogni caso Laurence aveva l'appartamento pi grande e confortevole che avessi mai visto in citt, un quadrilocale con doppi servizi e balcone, perci quando ci capitava di organizzare una serata tranquilla andavamo sempre da lui.
Non che l'incontro tra lui e Omero fosse indispensabile... insomma, non dovevamo mica sposarci! E poi di solito ci vedevamo fuori. Laurence era nato a Brooklyn, era cresciuto nel New Jersey e si era trasferito a Manhattan subito dopo il college. Era profondamente innamorato di quella citt e di conseguenza lo costrinsi a farmi da cicerone. Andammo a Ellis Island, dove trovai la registrazione ufficiale dell'arrivo dei miei bisnonni negli Stati Uniti, e alla Statua della Libert. Salimmo in cima all'Empire State Building e frequentammo i locali e i ristorantini del West Village dove, un secolo prima, alcuni dei nostri scrittori preferiti avevano fatto bagordi e preso sbronze colossali. Al MoMA rimasi sorpresa dalla sua profonda conoscenza dell'arte moderna. Laurence era anche un appassionato di teatro e si procurava i biglietti per ogni genere di spettacolo.
Suppongo che ora vi starete domandando: Ma questo raro esempio di virt maschile l'avr pur avuto un difetto? Non poteva essere tutto rose e fiori, no?
Be',  mio triste dovere informarvi che Laurence Lerman era un collezionista patologico. Viveva in un quadrilocale pieno zeppo di... spazzatura. Pile di quotidiani, riviste, fumetti e modellini.
Conservava i biglietti di tutte le partite cui aveva assistito da quando si era trasferito a New York, la matrice del biglietto di ogni concerto cui era andato dai tempi delle medie e lo scontrino di ogni ristorante in cui aveva mangiato nel corso degli ultimi vent'anni. Dovrei affrettarmi ad aggiungere che, considerato tutto lo spazio che aveva a disposizione, l'enorme montagna di cianfrusaglie era ordinatamente conservata in cassetti e armadi. Entrando nel suo appartamento non si sarebbe mai sospettata l'esistenza di tutto quel ciarpame a meno che lui non avesse deciso di mostrarlo.
Pur tuttavia io sapevo leggere fra le righe e avevo una propensione per le metafore. Mi colp che Laurence non avesse lasciato alcuno spazio nella sua vita privata, in senso fisico o figurato, per un'altra persona.
Era anche un tipo piuttosto collerico, caratteristica ben nota a tutti i suoi amici pi cari. Non capitava di frequente, ma era letale. Per quanto ne sapevo non era mai arrivato alle mani con nessuno, ma ho visto persone grosse il doppio farsi da parte quando Laurence si arrabbiava. La sua voce profonda e tonante si trasformava in un'arma brutale. Ruggiva da spaccare i timpani e se era particolarmente infuriato era capace di dire cose molto taglienti. La genialit che aveva nel capire esattamente che domande farti gli permetteva di intuire quali parole ti avrebbero maggiormente ferito, e se ne serviva senza piet.
Avrei trovato pi semplice affrontare il ladro che mi era entrato in casa piuttosto che Laurence in un accesso d'ira. Provavo un disprezzo profondo per le scenate e la mia reazione, nelle rare occasioni in cui litigavamo sul serio, era di ritirarmi freddamente. " chiaro", gli dicevo con voce neutra, in un tono molto pi basso del suo, "che in questo momento non sei in grado di affrontare la discussione in modo razionale." E me ne andavo.
Io sostenevo di volere un confronto "produttivo" e Laurence commentava, ostentando delusione, che non era divertente litigare con me. Che gusto c'era a urlare contro qualcuno che non ti rispondeva a tono?
A sua discolpa devo ammettere che non c'era mai bisogno di dirgli quando aveva esagerato, n di forzarlo a chiedere scusa. Se era certo di avere ragione, non si sarebbe mai umiliato solo per riguadagnare la stima dell'altro, ma se sapeva di essere in torto, il suo rimorso era istantaneo e nessun falso senso di orgoglio lo tratteneva dall'esprimerlo. Ma non era il tipo da implorare il perdono altrui. Era fatto cos, prendere o lasciare.
Penso che fosse quella totale mancanza di affettazione, quell'innata incapacit di dire o fare qualcosa soltanto per ottenere l'approvazione altrui, che rendeva Laurence esattamente ci che era. E ne faceva un uomo. Uno dei miei scrittori preferiti, Anthony Trollope, ha scritto: "Il primo requisito della virilit deve essere descritto con una negazione: la virilit non  compatibile con l'affettazione".
Laurence era geneticamente incapace di fare la cosa sbagliata. Era la qualit da cui derivavano tutte le altre che ho gi elencato: divertente senza essere offensivo; grande oratore senza monopolizzare la conversazione; buon ascoltatore senza essere impaziente.
Io, al contrario, dovevo continuamente badare a questo genere di equilibri. Non ero in grado di fare la scelta giusta basandomi sull'istinto. E con il passare degli anni fu questo l'aspetto per cui giunsi a rispettarlo e ammirarlo maggiormente.
Non avevo mai conosciuto nessuno come lui.
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Ovviamente, ne ero innamorata. In modo altrettanto ovvio, fui l'ultima a saperlo. Nel corso di quei tre anni mi sembrava che chiunque conoscessi mi domandasse in continuazione perch non stavamo insieme. Rispondevo sempre in modo schivo, non per modestia o nel tentativo di negare l'evidenza. L'esperienza che avevo dell'amore mi aveva insegnato che si doveva incontrare una persona, esserne attratti immediatamente e poi, dopo essersi conosciuti meglio, capire se si trattava di un sentimento serio o di una fugace illusione. Non avevo mai vissuto quelle tappe nell'ordine inverso, e perci non seppi riconoscere l'amore quando mi si present davanti.
Come si suol dire, non c' peggior cieco di chi non vuol vedere.
Poi, una domenica d'estate, mentre Laurence e io stavamo bevendo qualcosa in un locale, mi disse che stava frequentando una persona, e il mio mondo croll.
Certo, nessuno di noi aveva passato gli ultimi tre anni chiuso in casa. Avevo avuto varie storie, o storielle, e ne avevo condiviso tutti i dettagli con lui. Ora che ci pensavo, per, mi rendevo conto che Laurence non mi aveva mai parlato delle donne con le quali usciva. Ovviamente non mi aspettavo che fosse rimasto single per tutto quel tempo. In realt, non ci pensavo proprio. Avevo dato per scontato che un uomo come lui avrebbe faticato a trovare una donna che potesse davvero catturare la sua attenzione, ma che quando fosse arrivata, me ne avrebbe parlato.
Be', era arrivata.
Il mio primo pensiero fu che la nostra amicizia avesse i giorni contati. Poi mi rimproverai di essere tanto egoista invece di gioire per la sua felicit. Ma non appena la mia mente associ la parola felicit all'immagine di Laurence con qualcuno che non ero io, il mio cervello si spense e il mio corpo fu pervaso da un senso di torpore. Mi sentivo sotto shock.
Provai a nasconderlo, provai a comportarmi come se fosse tutto normale, ma non fui una buona attrice perch, mentre salivo sul taxi diretta a casa, lui mi baci sulla guancia con pi dolcezza del solito.
Quella notte fui colta da un attacco di insonnia, che dur per svariate settimane. Il povero Omero, che come ho gi detto aveva acquisito i miei stessi ritmi, riusc a riposare molto poco. Presi a fare avanti e indietro per la casa e il mio gattino, docile, mi seguiva passo passo in lenti cerchi. Mi sentivo in colpa a privarlo di un'intera notte di sonno, ma avevo molto su cui riflettere e mi pareva assurdo sprecare otto ore a dormire.
Provai razionalmente a uscire dalla mia depressione, provai a convincermi che pensavo di volere Laurence soltanto perch ora lui desiderava un'altra. Ero caduta nel pi bieco dei clich e, peggio ancora, mi stavo comportando da egocentrica: era chiaro che fosse l'attenzione, e non l'uomo, che all'improvviso bramavo tanto.
Poi per, mentre le notti insonni si susseguivano, capii in modo tanto chiaro quanto sconvolgente che avevo confrontato ogni uomo con cui ero uscita negli ultimi tre anni con Laurence, e nessuno si era mai dimostrato all'altezza. Non erano mai divertenti come lui, intelligenti come lui, n altrettanto forti o determinati.
Chiunque si sarebbe accorto che la cosa fondamentale che rimproveravo a tutti quei poveretti era che... non erano Laurence. Credevo di averli valutati per i loro meriti, ma in realt non avevo fatto altro che rifiutarli per aver commesso l'imperdonabile peccato di non essere l'uomo del quale ero gi innamorata.
Forse mi ci era voluto tanto per comprendere che lo amavo perch non aveva l'aspetto del compagno con cui pensavo di trascorrere il resto della mia vita. Poi pensai a Omero. Omero viveva in un mondo in cui la vista non esisteva, dove il modo in cui le cose e le persone apparivano non soltanto era irrilevante, ma del tutto inutile.
Potrei chiudere in bellezza affermando che da Omero ho imparato che l'amore  cieco, che non si sviluppa sempre in modo lineare e a partire dall'aspetto di una persona.
Ma non sarebbe vero, l'aspetto conta. Per quanto fossi riuscita a dare a quel micetto sfortunato una vita serena, la sola cosa che non avrei mai potuto restituirgli era la gioia della vista.  cos facile dare per scontato quanto possa risollevare lo spirito la visione di un volto amato!
Non giunsi quindi alla conclusione di cui sopra, ma compresi che niente al mondo mi rendeva felice come guardare il viso di Laurence. A volte, quando dovevamo incontrarci lo scorgevo tra la folla ancora in lontananza. Allora mi mettevo a ridere, perch vedere il suo volto mi rendeva cos felice che parte della mia gioia doveva trovare sfogo in qualche modo, altrimenti l'eccitazione mi avrebbe dato alla testa.
Avevo ricevuto un dono. Al mondo esisteva qualcosa in grado di riempirmi di felicit ogni volta che la vedevo. Era una fortuna rara.
Tuttavia non avevo ragioni per supporre, come non le avevo avute tre anni prima, che lui fosse interessato a impegnarsi seriamente con qualcuno. E avevo ancor meno ragioni di supporre che quel "qualcuno" fossi io. Ora c'era quella donna, Jeannie o Jeanette o comunque si chiamasse.
Ci che pi mi spaventava, di nuovo, era la prospettiva di perdere la nostra amicizia. Eppure, da quando mi aveva annunciato la novit, non riuscivo quasi pi a rivolgergli la parola. L'idea di fare un passo in avanti mi terrorizzava, ma tornare indietro non era pi possibile e rimanere ferma diventava sempre pi irrealistico.
Ecco un'altra cosa che avevo imparato da Omero: a volte, per cogliere il meglio della vita, bisogna spiccare un salto nel buio.
A un certo punto mi ero convinta che, visto che n Laurence n io avevamo ancora trovato il vero amore, fossimo in qualche modo destinati a non trovarlo mai, perlomeno non fra di noi. Ma come facevo a esserne tanto sicura? Omero, dopotutto, era la prova vivente che le previsioni pessimistiche spesso sono solo un modo per smentire il sentire comune. Non avrebbe forse dovuto diventare un gatto timido e spaventato, un gatto con una vita a met? Eppure, avevo mai incontrato qualcuno che sapesse gioire delle piccole cose quanto lui?
S, ed era Laurence. Come il mio micetto coraggioso, possedeva un che di incorruttibile ed era in grado di trovare una fonte di gioia anche negli aspetti pi banali e logoranti del quotidiano. Non era soltanto una qualit che ammiravo, era qualcosa cui aspiravo. Per questo motivo loro due erano diventate le figure pi importanti della mia esistenza.
Mere questioni logiche si opponevano al fatto che io e Laurence potessimo diventare una coppia, come mere questioni logiche si erano opposte al fatto che potessi adottare un gattino cieco; tutto questo provava che a volte troviamo ci che cerchiamo nei luoghi pi impensabili. Lo ripeto: grazie a Omero avevo capito che quando si riconosce in qualcuno una dote di grande valore non si vanno a cercare i motivi che potrebbero tenerlo fuori dalla propria vita. Ci si impegna a essere forti abbastanza da costruire la propria esistenza attorno a quella cosa, costi quel che costi.
Omero mi aveva insegnato soprattutto che pi alto  il rischio pi grande  la gioia. Da quando avevo avuto il primo fidanzatino, a quindici anni, non avevo mai fatto una dichiarazione d'amore, a meno che l'altro non si fosse esposto per primo. Non mi era mai sembrato che il gioco valesse la candela. Adesso che Laurence aveva cominciato a frequentare un'altra avevo meno ragioni che mai di pensare che il mio eventuale azzardo sarebbe stato ripagato con una ricompensa. Forse per ero pi spaventata dal successo che dal fallimento. Ma se non si  disposti a farsi coraggio, non si otterr mai nulla.
Omero mi aveva dimostrato anche questo.
Cos, una domenica mattina di inizio ottobre, chiusi gli occhi e saltai. Chiamai Laurence per dirgli quello che provavo.
"Senti. Devo dirti una cosa, e non importa se per te sar diverso, ma..." mi interruppi non trovando le parole. Scoprii all'improvviso di essermi spinta troppo in l per poter tornare indietro. "Io credo... io credo di provare per te qualcosa che va oltre l'amicizia. E capisco", mi precipitai ad aggiungere, "se tu non..."
"S", mi interruppe Laurence. "Lo provo anch'io. Da sempre."
Parlammo a lungo, ridemmo, pi che altro, e dicemmo un'infinit di cose poco coerenti. Era una conversazione che, ora che la stavamo affrontando, pareva inevitabile. Eppure era altrettanto difficile credere che stesse accadendo davvero.
"Sai", gli dissi, "le cose potrebbero diventare davvero strane se fra noi non dovesse funzionare. Per esempio, Andrea e Steve..."
"Ci ho pensato", rispose lui in tono serio. "C' un'unica soluzione."
"Quale sarebbe?"
"Dovremo amarci alla follia per il resto della nostra vita."
Decidemmo di incontrarci la sera successiva subito dopo il lavoro. Mi appuntai di prepararmi in modo speciale per l'occasione. E decisi di chiamare Andrea. Doveva sapere il prima possibile di questo nuovo e sorprendente colpo di scena (sebbene dal suo punto di vista non dovesse sembrare poi tanto sorprendente).
Ma all'improvviso mi sentii troppo stanca per pensare. Omero e io andammo a letto e dormimmo come sassi fino al luned.
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22. Prove tecniche di convivenza.
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E a te gli di, quanto il tuo cor desa,
si compiaccian largir: consorte e figli,
e un sol volere in due, per ch'io vita,
non so pi invidabile, che dove
la propria casa con un'alma sola
veggonsi governar marito e donna.
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ERO sempre stata convinta che quando una coppia decide di convivere dovrebbe trovare un appartamento nuovo invece di trasferirsi nella casa dell'uno o dell'altra. Avevo sviluppato questa teoria anni prima, pressappoco ai tempi della storia e poi della rottura con Jorge. Gli esseri umani, dal mio punto di vista, possono essere territoriali quanto i gatti ed  meglio prevenire qualunque discussione tipo: Ma io ho sempre usato questo armadio per...
Era un ottimo principio, in teoria, ma non teneva in considerazione il primo comandamento del mercato immobiliare di Manhattan: Non dovrai mai abbandonare un quadrilocale con doppi servizi e balcone a equo canone. L'affitto di Laurence, per un appartamento grande pi del doppio, era pi basso di quello del mio monolocale. Quando decidemmo di andare a vivere insieme, fu subito assodato che io e i gatti ci saremmo trasferiti da lui.
Eppure pass un anno prima che tutto ci accadesse. Poco dopo la mia epifania (Amo Laurence Lerman!), avevo cominciato a scrivere un romanzo ambientato a South Beach. Non saprei spiegare la ragione per cui una mattina mi ero svegliata e avevo deciso che ci che desideravo veramente nella vita era fare la scrittrice (sebbene i quattro licenziamenti che avevo subto mi avessero persuaso a prendere in considerazione le gioie del lavoro autonomo). Non potrei neppure spiegare perch insistetti quando tutti quelli che conoscevo nell'editoria mi dicevano che la sola cosa pi improbabile di un autore esordiente che riuscisse a ottenere un contratto era un autore esordiente che riuscisse a ottenere un contratto per un romanzo.
Ma gi da tempo Omero mi aveva insegnato che la differenza fra improbabile e impossibile  enorme. Dopo svariati mesi e non so quanti rifiuti (smisi di contarli raggiunta la ventina), trovai un agente e il mio sogno si trasform in un vero e proprio tentativo professionale. Poich continuavo a lavorare full-time, mi ci volle pi di un anno per terminare la prima stesura e nel corso di quel periodo, durante il quale Laurence con pazienza lesse, comment e rilesse ogni parola che scrivevo, concordammo che avrei finito il romanzo prima di trasferirmi da lui.
Dare tutta la colpa della nostra rinviata convivenza al mio romanzo sarebbe sbagliato, per. In realt Laurence non era entusiasta dell'idea di abitare con tre gatti.
Nel primo anno della nostra storia ci furono tra noi innumerevoli battibecchi, ma un solo litigio davvero duro e pesante. Ovviamente a causa loro. "Devono essere proprio tre?" mi chiese un giorno. Non avrebbe potuto formulare domanda pi efficace per farmi raggelare come la superficie di un lago d'inverno. "Non so se posso vivere con tre gatti."
"Be', s, ci sono tre gatti", gli risposi. "Ci sono sempre stati e sempre ci saranno."
Quello fu, e rimane a tutt'oggi, il solo momento in cui fui sul punto di credere che la nostra storia fosse destinata al fallimento. Non fu l'apprendere che Laurence non amava i gatti, lo sapevo da sempre (sebbene lui affermasse con indignazione che non era vero che "non gli piacevano", solo che preferiva i cani). Ma sentii che nessuno avrebbe potuto amarmi davvero, n affermare di avere a cuore la mia felicit, e allo stesso tempo contemplare anche solo lontanamente l'ipotesi di infliggermi l'incommensurabile dolore di... che cosa, esattamente? Scegliere quale dei miei gatti amavo meno e mandarlo a vivere con degli estranei? O in un rifugio per animali? Pur comprendendo le sue ragioni, rimasi colpita dal fatto che, conoscendomi da oltre tre anni, Laurence non avesse mai riflettuto prima sulla questione. Non avrei potuto essere pi convinta di aver completamente sbagliato a valutare il suo carattere nemmeno se lo avessi trovato a letto con un'altra.
Laurence e io litigammo per ore, fino a che giungemmo al vero nocciolo del problema. "Vieni sempre qui da me", mi disse. "Nemmeno una volta mi hai invitato a casa tua. Forse c' qualcosa di cos orribile nel vivere con tre gatti che vuoi tenermelo nascosto. O forse non sei pronta a lasciarmi entrare nella tua vita."
Be', touche. Era vero che non l'avevo mai invitato a casa mia. Prima di metterci insieme, non c'era stato l'imperativo di farlo. E adesso ero terrorizzata all'idea che se loro quattro si fossero conosciuti e non si fossero piaciuti io avrei potuto perdere Laurence. Ma il mio astuto piano di evitare l'incontro tenendoli separati mi si era ovviamente rivoltato contro. Capivo perch il mio fidanzato trovasse difficile credere che fossi intenzionata a passare il resto della mia vita con lui, visto che non gli permettevo nemmeno di passare una notte da me.
Cos organizzammo una serata a casa mia, e non sarebbe potuta andare peggio. Rossella si era slogata una zampa quella mattina a causa di un salto eccessivamente entusiastico e si allontan zoppicando dal nuovo venuto con aria persino pi scorbutica del solito. Creder che abbia aperto un ospizio per gatti acciaccati, pensai. Vashti fece pip nella borsa di Laurence. Omero era abituato a una vita senza porte cos, quando lui and in bagno e la chiuse alle sue spalle, il gattino vi si sedette davanti e cominci a miagolare, poi infil una zampa nella fessura fra porta e pavimento. La visione di quella zampa con le unghie sguainate e minacciose fu, a detta di Laurence, "terrificante".
"State cercando di complicarmi la vita?" domandai loro il mattino seguente, dopo che il mio fidanzato se ne fu andato. "Non potevate almeno fare i bravi per una sera?" In tutta risposta, mi piombarono addosso in massa e cominciarono allegramente a fare le fusa. Grazie al cielo quel tizio se n' andato!
Ciononostante, credo che l'esperimento funzion, nella misura in cui Laurence adesso era convinto che dovevo amare quelle piccole pesti alla follia se riuscivo a sopportarle. Dopo quella notte la sua filosofia fu che lui amava me e io amavo i miei gatti, perci... be', probabilmente lui non sarebbe riuscito ad amarli, ma avrebbe almeno cercato di tollerarli.
...
Laurence non viveva con un animale domestico dai tempi del diploma (i suoi genitori avevano avuto un cane). Si era per preso occasionalmente cura di Minou, il gatto del padrone di casa, quando l'uomo era fuori citt. Minou andava per la ventina e, come il suo padrone orgogliosamente sentenziava, aveva vissuto tanto a lungo perch era troppo cattivo per morire.
Non era un gatto socievole. A volte, quando era da Laurence, gli saltava sulla tastiera mentre lui stava lavorando (quella scena non mi era nuova: in effetti il mio romanzo aveva un coautore, se si considerava quanto spesso Omero si appollaiasse sulle mie ginocchia mentre scrivevo). Ma a parte quello, Minou se ne stava fondamentalmente per conto suo. Laurence diceva che a volte si dimenticava persino di avere un gatto in casa.
La difficolt pi grande di vivere con tre animali, come Laurence si sforz pi volte di spiegarmi dopo il nostro arrivo, era che c'era sempre almeno un gatto in giro. Io ormai davo per scontata la loro onnipresenza e non l'avrei scambiata con nulla al mondo; perch adottare degli animali se poi non si desidera averli attorno?  vero, per, che nonostante l'appartamento di Laurence fosse spazioso, non c'era mai un momento in cui io e lui fossimo completamente soli...
Adeguarsi alla novit fu difficile per tutti da principio, ma fu Rossella ad adottare l'approccio pi diretto. Lei era convinta che al mondo esistessero soltanto due categorie di esseri viventi: la mamma, che dispensava cibo, amore e occasionalmente un po' di disciplina, e gli altri gatti. Per quanto la riguardava, lei era la gatta pi anziana della casa e la sua autorit sugli altri felini era assoluta. Laurence poteva anche essere un gatto pi grosso della media, ma rimaneva comunque soltanto un gatto e poich, dal punto di vista di Rossella, era stato lui a inserirsi nel nostro mnage, toccava a lei chiarirgli quali fossero i limiti da rispettare, a partire da dove gli fosse permesso sedere a quanto vicino potesse passarle. Che non potesse toccarla o avvicinarla direttamente era ovvio.
Il metodo preferito di Rossella per inculcare la disciplina nei ranghi era sempre stato quello di sferrare minacciose zampate a unghie spiegate. Se Laurence stava camminando lungo il corridoio e le si avvicinava troppo, lei gli dava una zampata. Se lei era sdraiata e lui cercava di scavalcarla, lei gli dava una zampata. Sei lei era seduta sullo schienale del divano dietro la mia testa e lui si sedeva accanto a me e inavvertitamente la sfiorava, lei gli dava una zampata.
Sarebbe gi stato abbastanza fastidioso per il mio fidanzato sentirsi all'improvviso un intruso in casa propria, ma essere attaccato da un animale aggressivo era profondamente irritante. E faceva anche molta paura inciampare lungo un corridoio immerso nell'oscurit nel cuore della notte e sentire degli invisibili "artigli", come Laurence insisteva a chiamarli, affondare nella carne dei polpacci. La consapevolezza di essere molto pi grandi dell'animale in questione non conta nulla quando non si ha intenzione, come nel suo caso, di fare del male.
Io feci del mio meglio per intercedere, ma  risaputo quanto i gatti siano restii alla disciplina. Di certo colpirla con un giornale arrotolato non avrebbe avuto l'effetto che poteva sortire su un cane. Un simile provvedimento l'avrebbe soltanto resa pi ostile e aggressiva, anche se fossi stata io a metterlo in atto.
Laurence, essendo cresciuto con una cagna che veniva sculacciata quando si "comportava male", lesse il mio atteggiamento come mancanza di volont. Ma non era cos. Passai molto tempo a pensare come rendere sopportabile la convivenza con Rossella, e se ci misi pi di quanto avrei voluto per giungere a una soluzione fu solo perch non mi ero mai trovata in una situazione simile. Avevo vissuto con Melissa e poi con i miei genitori, quando Rossella si accontentava di nascondersi se io non ero in casa. Ora invece voleva starmi vicino tutto il tempo e avrebbe desiderato che il resto del mondo svanisse quando era con me.
L'unico luogo in cui Laurence aveva la certezza di essere al sicuro dalla micia e dai suoi artigli era la nostra camera; aveva insistito perch rimanesse off-limits. Sosteneva di non volere peli di gatto sul letto e sono sicura che fosse vero, ma sono anche certa che non gradisse l'idea di dover combattere con tre gatti per assicurarsi un posticino accanto a me di notte. Era un giusto compromesso, eppure l'improvviso esilio delle bestiole dal mio letto provoc in tutti grandi ansie.
Rossella si offese per l'allontanamento e non cerc di nascondere il proprio risentimento. Si sedeva di fronte alla porta della camera da letto e si metteva a miagolare a squarciagola non appena io mi ritiravo e, se non le veniva aperto subito, infilava una zampa sotto l'uscio e la agitava rabbiosamente. Aprite questa porta! Aprite SUBITO! Penso che una stanza senza altri gatti, dove avrebbe potuto avermi tutta per s, fosse la sua idea di Nirvana. Ecco un'occasione di rivivere i gloriosi giorni della giovinezza, quando era figlia unica, se soltanto qualcuno si fosse affrettato ad aprirle e lasciarla entrare! Per quanto cercassi di mandarla via o Laurence ruggisse: "Adesso basta!" Rossella non demordeva e rifiutava qualsiasi compromesso. I suoi incessanti miagolii logoravano il mio compagno ancor pi dei costanti attacchi con gli artigli.
La soluzione che alla fine escogitai risolse entrambi i problemi in un unico colpo. Solitamente Laurence stava alzato molto pi di me, cos cominci a dare ai gatti una scatoletta di pappa a notte fonda, dopo che io ero andata a dormire. Dopo aver finito di mangiare, Rossella pareva dimenticarsi della mia assenza e andava ad acciambellarsi sul tappeto del soggiorno o in uno degli armadi di suo gradimento, tanto soddisfatta da fare le fusa per addormentarsi.
Una volta che Laurence cominci a dare loro da mangiare, la micia parve comprendere che lui non era sicuramente da considerare alla stregua di un altro gatto e doveva essere inserito nella stessa categoria cui appartenevo io. A suo modo, impar a rispettarlo. Non si pu esattamente dire che i due legarono, ma Rossella abbracci una filosofia del tipo: Tu non mi piaci e io non piaccio a te, ma accetter il tuo cibo e ti lascer in pace. Dal suo punto di vista, Laurence avrebbe dovuto esserle grato per avergli concesso tanto e, come chiunque abbia dei gatti vi potr confermare, avrebbe dovuto esserlo davvero.
Omero, ovviamente, era diverso dalla sorella maggiore come il giorno dalla notte ed era sempre stato desideroso di fare amicizia con chiunque incontrasse. Ma per la prima volta aveva paura di qualcuno, e quel qualcuno era Laurence.
In parte a causa della sua intensa e potente voce baritonale. Una delle cose che pi amavo di lui, come ho gi detto, ma che doveva suonare come la tonante voce di Dio al sensibilissimo udito di Omero.
Laurence fu anche la prima persona ad aver passato molto tempo con il gattino senza cercare di diventare suo amico. Tutti volevano essere amici del "povero piccolo". Era la sola persona che si era dimostrata disponibile ad accettare i gatti nelle esatte condizioni in cui loro si offrivano, ma che si rifiutava a sua volta di offrirsi in modo diverso da ci che era. Con questo intendo, per esempio, che Laurence non si metteva a quattro zampe per scendere allo stesso livello di Omero, non provava a inventare giochi da fare insieme e non si era sottoposto al "rito di presentazione" formale che il mio gatto esigeva prima di permettere a una persona nuova di avvicinarlo. A Laurence non importava di accarezzarlo. Se Omero lo avesse desiderato, lui sarebbe stato felice di farlo, ma se preferiva essere lasciato in pace, a Laurence andava altrettanto bene.
Questa era in effetti una qualit che apprezzavo in lui. Non sentiva il bisogno di provare a se stesso, a me o a nessun altro di essere una brava persona perch aveva stretto un legame "speciale" con il mio gatto "speciale". Non considerava neppure Omero un gatto cieco; una volta assodata la sicurezza e l'energia con le quali il piccolino si comportava, accett come dato di fatto che Omero fosse essenzialmente come qualunque altro felino. Insomma, fu la prima e unica persona che fece ci che avevo voluto che tutti facessero: tratt Omero come un gatto normale.
Omero, tuttavia, era disorientato da quel comportamento distaccato. Essendo convinto che le persone esistessero al solo scopo di giocare con lui, dovette pensare che chi non lo faceva poteva essere soltanto considerato ostile. Di conseguenza, nel corso di quei primi mesi insieme, fuggiva terrorizzato ogni volta che Laurence gli si avvicinava. Mi spezz il cuore vedere il mio coraggioso e incontenibile micetto mostrarsi timoroso di qualcosa dopo tutti quegli anni.
Forse il solo momento in cui non aveva paura di Laurence era quando lui si trovava in cucina. I due condividevano una passione per l'affettato di tacchino e ogniqualvolta Omero sentiva Laurence aprire il frigorifero per prepararsi un panino, si precipitava l e la sua paura momentaneamente svaniva. Affondava le unghie nei suoi pantaloni, li usava come una scaletta per saltare sul ripiano della cucina e infilava la testa nella busta di plastica cercando disperatamente di rubare un boccone.
Laurence, dal canto suo, evitava di scacciare il gattino, il che significava che spesso Omero finiva per mangiare pi tacchino lui. Giungemmo al punto in cui, quando il mio fidanzato voleva farsi un panino, prima apriva il rubinetto della cucina e approfittava del rumore per aprire il frigo, e poi portava di soppiatto pane e tacchino in bagno, chiudeva la porta e apriva di nuovo l'acqua. Un metodo elaborato ed efficace per tenere lontano Omero, ma di certo non il modo pi piacevole di gustarsi uno spuntino!
"Non si pu vivere cos", mi disse un giorno.
No, non si poteva. Ma Laurence era un uomo adulto e Omero conosceva il significato della parola "no", e io non vedevo alcuna ragione logica per tutti quei sotterfugi. " frustrante per lui quanto lo  per te. Non capisce perch tu non gli dica 'no' ma ti rifiuti di dargli il tacchino."
Sapevo bene che il mio piccolino era in torto. Era evidente, e i miei categorici: "No! No, Omero!" lo portarono a darsela a gambe in pi di un'occasione. Ma io non potevo esserci sempre. Laurence e i gatti avrebbero dovuto cominciare a cavarsela da soli.
Ciononostante, vi furono giorni in cui mi sentii talmente in colpa per tutta quella situazione da non sapere dove sbattere la testa. Nessuno era felice: non lo erano i gatti, non lo era Laurence e di certo non lo ero io, la causa dell'infelicit di ognuno. "Tu e Laurence vi amate", mi diceva Andrea quando la chiamavo per un consiglio. "S,  brutto che lui e i gatti stiano passando un momento difficile, ma che cosa ci puoi fare? Hanno soltanto bisogno di un po' di tempo per abituarsi. Nonostante tutto Laurence vuole vivere con te."
Forse. A volte, non ne ero certa.
Ahim, il tacchino fu soltanto la punta dell'iceberg della fase di assestamento. Omero era "loquace" come sempre e quando era sveglio si lanciava in un'ininterrotta conversazione con me. Aveva ancora i miao che significavano: Giochiamo!, quelli che dicevano:  un sacco di tempo che non mangio un po' di tonno, quelli che protestavano: Perch non mi presti attenzione?
"Ma che accidenti ha questo gatto?" mi chiedeva Laurence esasperato, tornando indietro per la terza volta nel film che stava guardando perch aveva perso svariati minuti di dialogo.
I silenzi di Omero, d'altro canto, potevano essere quasi altrettanto problematici. A volte, nel cuore della notte, Laurence si alzava per andare in bagno, gli occhi semichiusi lungo un corridoio che avrebbe potuto percorrere bendato tanto gli era familiare, e inciampava. Udivo spesso un tonfo sordo seguito da un forte: "Accidenti!" e poi il ticchettio spaventato delle zampette di Omero che si allontanava. A lui piaceva dormire l e non gli era mai venuto in mente di avvertire Laurence miagolando. Omero non conosceva la differenza fra un corridoio inondato dalla luce del sole e uno immerso nell'oscurit della notte. Sapeva solo che Laurence a volte inciampava e altre no, per ragioni misteriose e impossibili da prevedere. I "calci" e le imprecazioni confermavano ci che Omero gi sospettava: che a quello sconosciuto lui non piaceva. Il mio compagno era convinto che il gatto dormisse nel corridoio per pura cocciutaggine. Comprai alcune luci notturne che parvero aiutare un po', ma ottenni una tregua molto precaria.
Malgrado la sua timidezza in presenza di Laurence, Omero rimaneva un combinaguai e la nuova casa era per lui fonte di infinite avventure. Non c'era nulla che amasse di pi che creare il caos dall'ordine e l dentro c'erano cos tante cose da esplorare rispetto al monolocale in cui avevamo vissuto! Era impossibile impedirgli di scalare la libreria o il mobile della TV, dai quali si divertiva a gettare sul pavimento ordinate pile di volumi e DVD. Era particolarmente spietato con gli armadi di Laurence, pieni di scatole di giornali, fotografie, poster, lettere, e i ricordi gelosamente conservati di quarant'anni di vita lo attiravano come il canto delle sirene. Io e Laurence avevamo eliminato molte delle sue cianfrusaglie per fare spazio quando mi ero trasferita. Eppure ne rimaneva ancora una quantit sconvolgente. C'era cos tanto con cui giocare!
Omero aspettava di rimanere solo, poi con una zampa apriva l'anta di un armadio in modo da poter razziare le scatole senza piet, tirando fuori ogni genere di documento o oggetto da masticare, usare come palla o fare a pezzi, a seconda di cosa gli dettava la fantasia. Non so quante volte rincasammo da una serata e trovammo l'appartamento che pareva saccheggiato: una valanga di vecchi appunti sparpagliati per tutto il soggiorno e, nel mezzo, Omero accovacciato, con un musetto innocente come a dire: Ciao, ragazzi! Guardate che cosa ho trovato!
Comprai dello spago per fermare le ante degli armadi di Laurence (non mi importava che si infilasse nei miei). Creammo nodi complicati che si rivelarono efficaci. Ma se capitava che Laurence volesse consultare una rivista sulla quale aveva scritto un pezzo nel lontano 1992, si ritrovava a dover armeggiare con aria spazientita con lo spago, serrando le labbra in un forzato silenzio che alle mie orecchie era peggio di un'imprecazione.
Malgrado tutte le novit, Omero rimaneva una creatura abitudinaria. Insisteva ancora nel volersi sedere vicino o su di me a ogni occasione ed esclusivamente alla mia sinistra. Se il posto sul divano era gi stato occupato dal mio fidanzato, il gatto cominciava a vagare senza posa per l'appartamento "lamentandosi" con tutto il fiato che aveva in gola. Come accade nel caso delle persone non vedenti, anche la vita di Omero, per quanto lui fosse curioso e spericolato, funzionava perch alcune cose accadevano sempre allo stesso modo. Omero sapeva dove doveva essere e che cosa doveva fare in base a dove io mi trovavo e a che cosa stavo facendo. Se ero seduta sul divano, allora lui doveva sedere alla mia sinistra, e se non poteva farlo allora significava che qualcosa nel mondo era pericolosamente fuori sincronia. Ma Laurence non poteva capire perch io insistessi nel fargli cambiare posto. Di certo in un quadrilocale c'era abbastanza spazio per tutti, no!?
Come se tutto ci non bastasse, Rossella non era la sola a lamentarsi di notte davanti alla porta della camera da letto. Nemmeno Omero pareva intenzionato a subire quell'esilio e sapeva essere pi insistente di lei nel reclamare i propri diritti. A differenza della sorella, per, piangeva tutte le volte che entravo in camera, fosse per un sonnellino pomeridiano, un cambio d'abito o mezz'ora di totale isolamento per leggere. Non appena aprivo gli occhi la mattina, sentivo il ticchettare delle zampette lungo il corridoio e di l a qualche secondo attaccavano i lamentosi miagolii.
La cosa stupefacente era che non mi svegliavo sempre alla stessa ora e non usavo neppure una sveglia. Ma trascorsi un paio di minuti da quando avevo aperto gli occhi, sentivo Omero avvicinarsi alla mia camera; come facesse davvero non saprei spiegarlo. Forse il rumore del mio respiro cambiava? Mi sembrava strano che, per quanto acuto fosse il suo udito, lui fosse in grado di percepire una tale mutazione mentre dormiva profondamente in fondo al corridoio. Ma era fuori discussione che lo capisse. Nel giro di pochi giorni la mia abitudine di svegliarmi un attimo per poi scivolare di nuovo nel sonno fu un ricordo. Una cosa era che Omero pigolasse davanti alla porta mentre Laurence era ancora in piedi, un'altra che il mio fidanzato dovesse essere svegliato alle cinque del mattino da un gatto piagnucoloso. Cos afferravo il cuscino e un lenzuolo e mi spostavo sul divano, dove il micetto poteva acciambellarsi accanto a me, in estasi per la felicit, e io potevo sonnecchiare fino a quando non mi sentivo pronta a cominciare la giornata.
Quando avevo adottato Omero avevo considerato l'idea di chiamarlo Edipo e di abbreviarlo in "Eddie". Omero, il poeta, era cieco ma Edipo, l'eroe tragico di Sofocle, aveva perduto gli occhi. Melissa, per, aveva insistito nel dire che dare un nome del genere a un gattino cieco fosse una cattiveria (notate che si tratta della stessa persona che trovava geniale chiamarlo Orbita...) e cos l'idea fu scartata.
Ciononostante, ora mi ritrovavo per le mani un Edipo, per cos dire, "al contrario": aveva avuto la madre tutta per s e ora dal nulla spuntava una figura paterna che stava cercando di portargliela via. Cominciai a perdere le speranze di riuscire a colmare la lacuna che li divideva.
Con mia grande sorpresa fu Vashti, che non era mai stata aggressiva, che non tirava mai fuori le unghie e non alzava mai la voce, che era sempre arrendevole e non insisteva mai perch le cose fossero fatte a modo suo, a salvare la situazione e risolvere tutti i miei problemi. E lo fece nel modo pi semplice possibile.
Le bast posare lo sguardo su Laurence una volta per innamorarsene perdutamente e senza rimedio.
...
Vashti aveva sempre avuto una predilezione per gli uomini rispetto alle donne (fatta eccezione per me, ovviamente). Amava essere accarezzata e coccolata e adorava sentirsi dire quanto fosse bella. Ma tutti gli uomini che erano entrati nella nostra vita avevano avuto occhi soltanto per Omero e Vashti non era tipo da imporre la propria presenza a nessuno.
Ora c'era un tizio che, come la mia gatta scaltramente intu, non sembrava affatto interessato al piccolo. In verit non pareva interessato ai suoi simili in generale, ma lei intravide una possibilit.
Non lo "aggred" subito. Ma se riusciva a trovare un momento in cui gli altri due non erano nei paraggi e, miracolosamente, ci aveva tutti per s, mi saltava in braccio e insisteva, con garbo e delicatezza, per essere coccolata. Non cercava le carezze di Laurence, ma mentre io le facevo i grattini lo guardava con occhi colmi di adorazione. Era esattamente quel genere di sguardo che, mi ritrovai spesso a pensare, gli uomini fantasticano di poter vedere un giorno negli occhi di una bellissima donna. Io posso essere molto pi carina di quegli altri due, sembrava voler dire. A me tu piaci moooolto pi che a loro.
In effetti l'attrazione divenne reciproca. A volte lo coglievo mentre la guardava con un'espressione quasi identica a quella che gli rivolgeva lei. " davvero bellissima, eh?" commentava di tanto in tanto. "Ha un musetto perfetto. Non penso di aver mai visto un gatto cos bello."
Non conosco i dettagli della loro relazione, n chi fece la prima mossa, ma una sera rincasai e trovai Vashti acciambellata in braccio a Laurence. Lui la accarezzava e le diceva: "Sei bellissima, sai? Non sei davvero una gattina stupenda?" Non appena mi vide, si blocc, ma la micia gli rimase in braccio per quasi un'ora. In un'altra occasione, uscii dalla doccia e lo trovai a tavola che le passava sottobanco dei pezzetti di cibo. "Laurence!" esclamai. "Hai idea di quanto mi ci  voluto per abituarli a non disturbare quando si mangia?"
Lui mi rivolse uno sguardo colpevole. "Ma  cos bella, e io le piaccio!"
Ah, be', Laurence non sarebbe stato certo il primo uomo distrutto da un simile pretesto...
Con il trascorrere dei mesi, mentre l'attenzione di Laurence cresceva nei suoi confronti, Vashti parve vivere una seconda infanzia. Era piena di voglia di giocare. Scorrazzava per l'appartamento - sempre con grazia, poich era pur sempre una vera signora - attaccando furiosamente qualunque cosa ciondolasse o portando a Laurence delle palline di carta perch lui gliele lanciasse. Non si comportava pi con me in quel modo da anni. Divenne molto pi scrupolosa nelle sue abitudini di toilette, non tollerando la bench minima traccia di sporco sul suo manto lungo e immacolato. E produceva acuti miagolii di gelosia se coglieva me e Laurence nell'atto di scambiarci qualche effusione. Ci raggiungeva di corsa e appoggiava la zampa sulla sua gamba come a dire: Ehi! Ti sei dimenticato che ci sono anch'io? Laurence si divertiva da impazzire in quelle occasioni e si lanciava spesso in elaborate ostentazioni d'affetto nei miei confronti nella speranza di scatenare in lei l'ennesima "sceneggiata".
"Non so dirti quanto mi senta lusingata di essere usata per provocare la gelosia di Vashti", gli dicevo.
Era evidente che Rossella e Omero preferissero ancora i giorni in cui erano stati soli con me; Vashti, al contrario, non era mai stata cos felice. La sua gioia mi elettrizzava a tal punto che penso mi fece amare Laurence ancora di pi.
"Hanno davvero ciascuno la propria personalit, non  vero?" osserv lui una volta. "Sapevo che i cani hanno caratteri ben definiti, ma non credevo che per i gatti potesse essere lo stesso. Per questo probabilmente non mi sono mai piaciuti tanto, fino a ora."
Rimasi a bocca aperta. Mi sembrava incredibile che qualcuno potesse ignorare che, ovviamente, gatti diversi hanno caratteri diversi. Come Laurence, anch'io ero cresciuta in mezzo ai cani, ma sapevo che ciascuno dei miei gatti avrebbe manifestato una personalit propria.
Ma se questa era l'illuminazione che serviva per avvicinare il mio fidanzato ai gatti... era la benvenuta.
Di l a poco Laurence non solo cominci a riconoscere le loro differenze, ma svilupp nei loro confronti una sorta di riluttante rispetto. "Posso capire Rossella", mi disse un giorno. "Lei vuole essere lasciata in pace,  semplice." Lui, che aveva scelto di vivere da solo per vent'anni buoni, era ovvio che riuscisse a comprenderla.
E la prima volta che vide Omero catturare una mosca a mezz'aria, non riusc a trattenere la propria ammirazione. "Guarda che cosa ha fatto quel gatto!" esclam, e rimase talmente impressionato da correre in cucina a prendere un pezzetto di tacchino come ricompensa. "Questo  un micetto che sa davvero come muoversi. Hai mai notato che il suo modo di camminare  molto pi flessuoso di quello della maggior parte dei suoi simili?"
Lo avevo notato? Mi stava forse prendendo in giro?
Fu lui a incaricarsi di comprare svariati tipi di reti e fili per rendere il nostro balcone sicuro per Omero. Aveva colto il desiderio con cui rimaneva seduto davanti alla portafinestra quando, ogni tanto, permettevamo a Rossella e Vashti di uscire (un'angoscia che mi perseguitava da anni; odiavo privare le mie gatte di un po' di vita all'aperto, ma mi deprimeva l'idea di dover escludere Omero). Tristemente, non c'era modo di negare che la ringhiera del nostro balcone fosse molto pericolosa per il fratellino minore. "Se soltanto Omero non saltasse tanto in alto", diceva Laurence in un tono comprensivo in cui coglievo, comunque, una sfumatura di ammirazione. "Quel gatto salta davvero in alto."
Ma Vashti rimase sempre la beniamina nel cuore di Laurence. "Ehi, ecco la mia gattina!" esclamava felice ogni volta che la micia entrava in una stanza, precipitandosi dritta fra le sue braccia e strofinandogli il musetto contro la guancia.
Dal modo in cui Laurence la ricopriva di attenzioni, sembrava che nessun uomo prima di lui si fosse mai innamorato di un gatto.
Un giorno, pressappoco un anno dopo il nostro trasloco, ritorn a casa con una confezione ricolma di leccornie feline. Stava cercando un modo per rendere felice la sua prediletta, ma ne beneficiarono tutti e tre.
Ho il sospetto che in quegli spuntini ci mettano del crack, perch quando la scatola faceva la sua apparizione nel nostro appartamento si scatenava il delirio. Persino Rossella si alzava implorante sulle zampe posteriori. Rossella che implora! Non permetteva ancora a Laurence di toccarla, scostandosi bruscamente se lui cercava di accarezzarle la testa, ma quando rincasava la sera lei lo salutava facendo le fusa e strofinandosi contro le sue gambe.
Laurence impar anche a picchiettare con le unghie sul pavimento accanto agli spuntini che lasciava cadere per Omero, in modo che capisse dove si trovavano. Lui cominci ben presto ad arrampicarglisi addosso, annusandogli le mani e le tasche con amichevole curiosit. Ehi, amico! Non hai per caso una di quelle prelibatezze?
E Vashti... be', anche Vashti adorava quelle leccornie, ma avrebbe amato Laurence comunque.
...
A Laurence non piaceva consegnare a mano i biglietti d'auguri. Li spediva sempre perch, diceva, era infinitamente pi piacevole trovare la sorpresa di un biglietto inatteso nella casella della posta piuttosto che riceverlo personalmente da qualcuno.
Il primo compleanno che festeggiai quasi un anno dopo essermi trasferita da lui, ricevetti due biglietti d'auguri. Uno era di Laurence. Il secondo riportava un indirizzo e una calligrafia che non conoscevo (appresi pi tardi che lo aveva fatto scrivere da un collega). Quando aprii la busta, vidi un cartoncino con tre gattini, che somigliavano moltissimo a Rossella da cucciola. Aprii il biglietto e lessi:
Buon compleanno, mammina! Ti vogliamo bene anche se ci fai vivere con quell'uomo orribile.
Era firmato "Rossella, Vashti & Omero." La "firma" di Rossella era in inchiostro rosso, mentre quella di Vashti era decorata dal disegnino di una zampetta. La "R" di Omero era scritta al contrario e il suo nome correva storto fuori dal biglietto. Non poteva essere perfetta, mi spieg poi Laurence: il gattino  abituato a scrivere in braille, per la miseria!
Tre settimane pi tardi, mi chiese di sposarlo. Gli dissi di s.
Trascorsero quasi due anni prima delle nozze. Il romanzo che avevo scritto fu pubblicato e sebbene non lavorassi pi a tempo pieno, ci furono mesi di revisioni, seguiti da mesi di promozione, interviste e viaggi. Tentare di organizzare un matrimonio nel bel mezzo di tutto quel trambusto sarebbe stato molto stressante. Cos decidemmo di aspettare fino a dopo l'uscita del libro e dall'inizio dei preparativi al giorno delle nozze pass poco meno di un anno.
Qualche mese prima di sposarci, il testimone di Laurence, Dave, venne da noi a pranzo. Si conoscevano dai tempi dell'asilo ed era stato spesso a casa nostra. Ma di solito era in compagnia di altre persone. Rossella e Vashti rifuggivano riunioni con pi di tre o quattro invitati, cos l'unico gatto che il nostro amico aveva conosciuto era Omero.
Omero si ricordava di lui e lo salut con la consueta amichevole allegria. Ehil! Giochiamo con il verme di pezza? Anche Rossella era nei paraggi e, curiosamente, non corse a nascondersi. Passavo di l quando vidi Dave cercare di accarezzarla. Gridai: "No, non farlo!" ma era troppo tardi. La mano dell'ospite era gi sulla sua testa.
Mi preparai al peggio, facendo mente locale per ricordare se avessimo dei cerotti nell'armadietto delle medicine, quando accadde qualcosa che non avrei mai creduto di poter vedere. Rossella prese a strusciare affettuosamente la testa contro la mano di Dave. Io e Laurence ci guardammo e poi guardammo Rossella, come se avesse all'improvviso cominciato a recitare un monologo dell'Amleto.
Dave non si accorse del nostro stupore. Si rivolse a Laurence e gli chiese: "Quale dei gatti  quello cattivo?"
...
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...
23. Presagi di immortalit.
...
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...
Ma di te [...] uom pi beato
non fu, n giammai fia. Vivo d'un nume
t'onoravamo al pari.
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...
SETTE settimane prima del matrimonio Omero smise di mangiare.
Negli ultimi mesi avevo completamente eliminato dalla dieta dei gatti il cibo secco perch era diventato evidente che il delicato apparato digerente di Vashti si era fatto ancora pi vulnerabile e non riusciva pi a tollerarlo. Tutti e tre avevano risposto con entusiasmo alla nuova dieta a base di sole scatolette, in particolare Omero, che da sempre aveva una predilezione per il "cibo umano".
Non mi allarmai il primo mattino in cui, invece di farsi strada fra le due gatte per arrivare alla ciotola come sempre, si avvicin al cibo con poco entusiasmo e lo annus un paio di volte prima di allontanarsi lentamente. Non era un comportamento tipico, ma essendo mamma di tre gatti da pi di dieci anni, avevo imparato a non agitarmi per questo genere di cose. Forse si era solo stancato di quel particolare sapore. Sebbene Omero non fosse mai stato un gatto schizzinoso, cominciava a essere in l con gli anni (mi era quasi impossibile credere che ne avesse gi undici!) e sapevo che con l'et i gatti potevano sviluppare gusti pi esigenti. O forse semplicemente non aveva fame. Presi l'appunto mentale di provare a proporgli un gusto diverso a pranzo, poi continuai a vagliare proposte e preventivi per l'illuminazione del ricevimento.
Quando diedi loro da mangiare poco dopo l'una, facendo attenzione a scegliere un sapore differente da quello del mattino, Omero rifiut nuovamente il pasto. Entr nella stanza con passo lento, annus il cibo e fece il gesto di scavare attorno alla ciotola, come quando sotterrava i suoi bisogni nella lettiera.
Mi domandai se quelle scatolette avessero qualcosa che non andava. Poco tempo prima era scoppiato uno scandalo perch si era scoperto che alcune fra le principali marche di cibo per animali utilizzavano una sostanza tossica. La cosa non ci aveva colpiti direttamente poich le allergie e la colite di Vashti mi avevano costretta da tempo a optare per prodotti specifici, ma come potevo sapere se quella partita di cibo era stata contaminata dalla salmonella o da un altro batterio? L'olfatto di Omero era infinitamente pi sviluppato di quello delle altre due gatte e il modo in cui si comportava lasciava intuire che qualcosa non andasse. Forse aveva individuato un pericolo di cui le sorelle non si erano rese conto.
Presi le tre ciotole di ceramica (malgrado i vigorosi miagolii di protesta di Vashti), le vuotai, le lavai vigorosamente e le passai due volte nella lavastoviglie. Nel frattempo mi precipitai al negozio di animali e acquistai svariate scatolette di cibo biologico. Spesi una cifra esagerata, ma non ricordavo alcuno scandalo o episodio negativo associato a quella linea di prodotti.
Le confezioni di pappa erano nuove e le ciotole sterilizzate a dovere. Per essere del tutto sicura, tuttavia, presi tre piattini che io e Laurence usavamo per noi, aprii una scatoletta e li sistemai sul pavimento.
Questa volta Omero non si disturb neppure a venire ad annusare il cibo. Rimase seduto in mezzo al corridoio mentre le gatte lo superavano di corsa e poi, dopo un paio di minuti di apparente riflessione, si trascin stancamente nella direzione opposta e and ad acciambellarsi in una chiazza di sole in soggiorno, avvolgendo le zampe sul muso.
Ero ancora determinata a non cedere al panico, ma ora ero decisamente preoccupata. Mi resi conto che non avevo visto Omero scorrazzare per casa per tutto il giorno. Si era limitato a fare avanti e indietro per il corridoio un paio di volte. La sua mancanza di energia poteva essere conseguenza del digiuno, ma questo, ovviamente, portava alla domanda: "Perch non mangia?"
Feci un ultimo tentativo e mi affrettai a uscire di nuovo, questa volta diretta alla drogheria dall'altra parte della strada per comprare dei croccantini. Forse, per quanto si fosse dimostrato entusiasta da principio, aveva sviluppato un'improvvisa repulsione per le scatolette. Io stessa ero tipo da mangiare le stesse cose a colazione per due anni filati, per poi decidere di punto in bianco che mi avevano stancato. Mi sembrava del tutto ragionevole che Omero potesse attraversare una fase simile. Visto che non aveva toccato cibo in tutto il giorno, scelsi dei croccantini per cuccioli, pensando che li avrebbe mangiati con pi facilit.
Chiusi Rossella e Vashti nel bagno pi lontano in modo che Omero potesse stare in pace. Poi versai un po' di croccantini in un piattino, mi sedetti accanto a lui sul tappeto e cominciai ad accarezzargli il dorso. "Forza, micino", lo esortai, "fai felice la tua mamma e assaggia qualcosa."
Omero si alz debolmente sulle zampe, abbass la testa e cominci a piluccare i croccantini. Non mangi con grande foga, ma qualcosa butt gi. Quando lo osservai ingoiare il primo piccolo boccone e cercarne un secondo compresi quanto mi fossi preoccupata. Se Omero non sopportava pi le scatolette e Vashti non riusciva a digerire i croccantini, i pasti si sarebbero trasformati in un momento complicato. Eppure ero cos felice di vederlo mangiare che quello scenario mi apparve pi comico che stressante. Gatti! Dagliene la possibilit e faranno s che la tua vita ruoti attorno alle loro preferenze alimentari. Scoppiai a ridere e dissi a Omero: "Sciocchino! Mi hai fatto morire di paura!" Gli offrii una ciotolina d'acqua, poi andai a liberare le gatte e mi sistemai sul divano. Omero mi segu con passi lenti e posati, e mi strofin con poco entusiasmo la testa contro il mento prima di acciambellarsi sul mio grembo. Fece le fusa, ma debolmente. "Povero piccolo", dissi a Laurence quando rincas quella sera. " tutto il giorno che ha lo stomaco sottosopra."
Omero non si mosse granch per il resto della notte, ma ogni volta che mi sembrava sveglio mi precipitavo in cucina a prendere dell'acqua e della pappa. Non mangi n bevve con l'entusiasmo che avevo sperato, ma si nutr abbastanza da alleviare le mie paure peggiori. Sembrava che qualunque cosa lo stesse infastidendo si stesse gi risolvendo da sola.
"Sei cos buona con lui", comment Laurence. Aveva sul volto un'espressione insolitamente dolce. Lo stesso sguardo che mostrava quando, per esempio, andavamo a trovare degli amici che avevano da poco avuto un bambino e io tenevo il neonato fra le braccia. Allora si avvicinava per darmi un bacio sulla guancia mentre io cullavo il piccolo e mormorava: "Ti dona, sai?"
"Gli voglio bene", risposi. "Se sono buona con lui  perch gli voglio bene."
Quella sera andai a dormire prima di Laurence e gli chiesi di tenere d'occhio Omero. Quando mi raggiunse, mi misi a sedere nel letto e gli domandai come stesse. "Gli ho dato un altro po' di croccantini mentre le altre due non erano nei paraggi. Mi pare che stia bene. Penso che adesso stia dormendo in uno degli armadi."
Sta dormendo in un armadio? Omero non dormiva mai negli armadi. Rossella e Vashti a volte amavano scavarsi una tana l dentro e sonnecchiare dove nessuno poteva trovarle, ma Omero aveva sempre voluto dormire vicino a una persona o a un gatto. Nel sentire quelle parole provai una piccola fitta al cuore; d'altro canto Omero aveva avuto una giornata difficile. Se desiderava restarsene un po' da solo era pi che comprensibile.
Il mattino seguente per, il mio piccolino si rifiut del tutto di mangiare. Quando Rossella e Vashti ebbero finito il loro pasto, Omero lasci la sua piccola tana nell'armadio il tempo sufficiente per trascinarsi nel bagno. Non mi piaceva il modo in cui camminava. I suoi passi erano esitanti e continuava a picchiare la testa contro pareti e mobili. Non lo avevo mai visto cos. Camminava come se...
Come se fosse cieco, pensai cupamente.
Omero barcoll con aria stordita fino alla camera, si arrampic faticosamente sul letto e si raggomitol su uno dei cuscini. Mi sedetti accanto a lui e lo accarezzai sul dorso. Aveva sempre, sempre, riconosciuto il mio tocco e nel sentirmi faceva le fusa o alzava la testa in modo che potessi grattarlo sotto al mento. Ora, per, non si mosse. Non mosse neppure un muscolo.
"Omero?" lo chiamai. Per quanto fosse profondamente addormentato, nel sentire il suo nome muoveva sempre almeno un orecchio. Ma questa volta non ebbe alcuna reazione. Era come se il gatto che conoscevo tanto bene e amavo da pi di dieci anni fosse intrappolato nel guscio di una bestiola sconosciuta accoccolata sul mio letto.
Il suo comportamento andava oltre i capricci di una brutta giornata o di uno stomaco indisposto. Telefonai immediatamente al veterinario.
Il dottore stava visitando altri pazienti e mi chiesero di lasciare il mio numero per essere richiamata. Non potei far altro che camminare avanti e indietro per casa in attesa, e cos trascorse gran parte della mattinata.
Non riuscivo davvero a immaginare che cosa poteva aver scatenato un cambiamento tanto repentino nel comportamento di Omero. A pranzo, dopo aver chiamato di nuovo il veterinario e non essere stata ricontattata, decisi di consultare Google. Ero certa che il sapere della comunit online mi avrebbe rivelato una ragione del tutto tranquillizzante che giustificasse il malessere del mio micio. Cos mi sedetti di fronte al computer e digitai la frase "gatto smette di mangiare".
Una dritta per i possessori di gatti di tutto il mondo (prendete il consiglio seriamente perch  importante): se un giorno il vostro gatto dovesse smettere di mangiare, fatevi un grosso favore e non scrivete su Google la frase "gatto smette di mangiare". Dico sul serio, fidatevi.
La lista delle patologie corrispondenti a questo particolare sintomo  lunghissima e terrificante: insufficienza renale, insufficienza epatica, cancro allo stomaco, cancro al colon, leucemia, polmonite, tumori cerebrali, colpo apoplettico e cos via all'infinito. La sola malattia innocua, un'infezione dentale o gengivale, fu anche l'unica che potei escludere da sola. La sera prima Omero aveva mangiato dei croccantini, inoltre non avevo riscontrato alcun ascesso o segno di infezione orale. Che la bestiola, poi, mi avesse permesso di frugargli in bocca senza opporre alcuna resistenza corroborava di per s il sospetto che fossimo di fronte a qualcosa di pi grave di un problema dentale.
Quando raggiunsi la pagina con le testimonianze di persone i cui gatti avevano smesso di mangiare un giorno ed erano stramazzati a terra quello seguente, la mia sanit mentale e io prendemmo strade separate. Richiamai lo studio veterinario e pretesi di parlare con il dottore. "Non riattaccher fino a che non gli avr parlato", informai la segretaria, la voce rotta dal panico. "Non m'importa quanto dovr aspettare."
La stavo mettendo gi dura, ma qualche minuto pi tardi il medico venne al telefono e mi rivolse pazientemente una serie di domande. Mi sforzai di rispondere con eguale calma e chiarezza. No, non avevo notato sangue nelle feci o nelle urine. No, nessuna delle altre due gatte aveva manifestato sintomi o comportamenti insoliti. S, era tutto comparso all'improvviso, soltanto due giorni prima Omero faceva il diavolo a quattro. Aveva mangiato e bevuto qualcosa la sera prima, ma quel giorno non aveva toccato cibo e forse neppure acqua. L'ultima cosa che il medico mi chiese fu di pizzicare la pelle del collo di Omero appena sotto le scapole. Eseguii il bizzarro test e gli riferii che la pelle era tornata quasi subito al suo posto, sebbene con scarsa elasticit. "Questo significa che non  ancora disidratato", mi spieg. "Altrimenti le avrei detto di portarlo subito qui per somministrargli una flebo. Non dovrebbero esserci problemi per oggi, ma voglio vederlo domani mattina. Se i gatti rimangono troppo a lungo senza mangiare possono incorrere in danni epatici."
Laurence rincas dal lavoro con un sacchetto ricolmo di tacchino, scatolette di tonno e salmone affumicato, i piatti preferiti di Omero. Ma lui si dimostr indifferente a tutto. Il rumore del cartoccio del tacchino che veniva aperto non provoc il consueto ticchettio delle sue zampette lungo il corridoio. Rossella e Vashti mi seguirono bramose nella camera degli ospiti, ansiose di ricevere la loro porzione di delizie. Rossella si arrampic sul letto e lanci a Omero un'occhiata diffidente mentre annusava il cibo che le porgevo, quello che lui non si era neppure degnato di guardare. Non hai intenzione di darmi fastidio? sembrava chiedergli. Cos', uno scherzo? Omero aveva sempre inseguito il tacchino e il tonno con una foga che lei trovava di pessimo gusto, facendosi spudoratamente strada fra le due gatte in preda all'eccitazione.
E invece rimase immobile.
Quella notte dormii con Omero nella camera degli ospiti. Dormii per modo di dire, perch rimasi sveglia gran parte del tempo. Mi sdraiai su un fianco e lui si rannicchi contro il mio petto come se non riuscisse a scaldarsi, anche se era met luglio. Appoggiai la guancia sulla sua testa e lo presi fra le braccia, sussurrando: "Passer, piccolino. Vedrai. Domani andremo dal dottore e si sistemer tutto".
Il mattino seguente non oppose resistenza quando lo infilai nella gabbietta, anche se avrei dato non so che cosa perch lo facesse. Era sempre stato un gatto minuto ma quel giorno mi parve a dir poco scheletrico. Quando lo sollevai sentii le vertebre della spina dorsale sotto la pelle. Per la prima volta da quando era con me fui grata che non avesse gli occhi; non avrei potuto sopportare lo sguardo di muta sofferenza che di certo vi avrei letto. "Bravo piccolo", mormorai mentre chiudevo la gabbia. Continuai a parlargli con voce dolce e rassicurante anche sul taxi mentre eravamo diretti allo studio veterinario. "Bravo micino, bravo micino."
Una volta arrivati il medico cerc di convincermi ad aspettare in sala d'attesa mentre procedeva con la visita, ma io non avevo alcuna intenzione di staccarmi da Omero, che si sarebbe spaventato a morte se lo avessi lasciato da solo in un luogo sconosciuto e in mani estranee. Non avrebbe potuto vedere i volti attorno a s, n capire che cosa stava per succedergli. Sarei stata io e io soltanto a tenerlo fermo mentre il dottore procedeva con gli esami.
Nel corso degli ultimi due giorni il mio piccolino si era comportato in modo paurosamente apatico, ma quando si trov sul tavolo ambulatoriale parve ritornare alla vita per un breve istante. Non era mai stato un paziente tranquillo (quale animale ama lo studio di un veterinario?) ma non lo avevo mai sentito, neppure in occasione della "visita" del ladro, ringhiare e soffiare con tanta cattiveria come quando il medico prese a girarlo da una parte e dall'altra, armeggiando con strumenti vari mentre prelevava campioni e tastava protuberanze, controllava la lacrimazione e cercava ostruzioni varie. Mi trovavo dall'altra parte del tavolo e tenevo Omero fermo premendo sulla collottola nel tentativo di non farlo muovere. "Stai buono", gli sussurravo con voce dolce mentre lo accarezzavo dietro alle orecchie. Sentivo che dovevo continuare a parlargli, perch solo il suono della mia voce avrebbe potuto calmarlo. "Sei un gattino coraggioso e stai andando benissimo. La mamma  qui vicino a te e fra poco avremo finito."
Il veterinario annunci che avrebbe prelevato un campione di urina. Mi domandai come ci sarebbe riuscito, non era certo possibile chiedere a Omero di fare pip in un bicchierino; poi vidi l'ago gigantesco che stava preparando e notai il gesto di girare Omero sul dorso. A quanto pareva, l'idea era quella di infilare l'ago direttamente nella vescica.
Il mio tesorino oppose una fiera resistenza e la forza che riusc a raccogliere fu davvero sorprendente, considerato che non mangiava da due giorni. Quando il veterinario cerc di infilare l'ago, Omero grid.
Non voglio dire che miagol, strill o brontol, intendo proprio che grid.  un suono che riecheggia ancora di tanto in tanto nei miei incubi, un grido di dolore e paura che ha un che di umano. Il veterinario cerc di dirmi qualcosa ma io non sentii. Nelle orecchie avevo solo quel grido. Una zampetta si lev nell'aria e Omero cerc con violenza di graffiarmi, di graffiare me, mancandomi la guancia per un soffio.
Il mio viso probabilmente si trasform in una pallida maschera di orrore, perch il medico disse in tono fermo: "Adesso lo porto in un'altra sala e mi far aiutare da uno dei nostri assistenti. Lei vada ad aspettare di l". Poi aggiunse: "Provi a non preoccuparsi troppo. Non gli faremo del male". Detto questo infil Omero nella sua gabbietta e usc lasciandomi sola.
Da bambina avevamo un cane di nome Penny, una femmina di pastore tedesco di una dolcezza infinita che, come usavamo dire, era il cane di pap. Penny amava mio padre, lo venerava, lo seguiva ovunque con occhi adoranti e avrebbe dato la vita pur di farlo felice. Negli ultimi tempi siammal di displasia, una patologia comune ai cani di grossa taglia, e lui per due anni l'aiut pazientemente a mettersi sulle zampe quando era troppo debole e pul dove sporcava quando aveva perso il controllo dell'intestino. Poi, un giorno, mentre la stava aiutando ad alzarsi, Penny si rivolt e cerc di azzannargli una mano. Se ne pent all'istante, mugolando e leccandogli le dita, implorando disperatamente il suo perdono che, ovviamente, non tard ad arrivare.
Quando mio padre raccontava questo episodio diceva sempre che quello fu il momento in cui cap. Quello stesso pomeriggio la port dal veterinario e Penny non fece pi ritorno a casa.
Fu l'immagine di Penny che mi balen in mente quando vidi Omero, dopo cos tanti anni di fedelt e amore incondizionato, cercare di attaccarmi. Fui travolta da un improvviso senso di inutilit. Per la prima volta da quando lo avevo portato a casa con me, non c'era nulla che potessi fare per lui. Persino dopo l'11 settembre ero riuscita a fare qualcosa, a ideare un piano d'azione. Omero aveva sempre avuto bisogno di me in un modo che le altre mie due gatte, per quanto intensamente le amassi, non avevano avuto. Avevo giurato che non avrei mai permesso gli accadesse nulla di male, eppure alla fine avevo fallito. Una promessa del genere, compresi in quel momento, era per natura impossibile da mantenere. Si pu amare qualcuno, si pu tentare di proteggerlo da tutto ci cui si riesce a pensare, ma non si pu impedire che la vita faccia il proprio corso. E con quella presa di coscienza giunse anche la consapevolezza del dolore, del dolore che adesso Omero stava provando e del dolore che sarebbe venuto poi, delle decisioni difficili che forse avrei dovuto prendere senza sentirmi ancora pronta per farlo.
I miei gatti stavano invecchiando, anzi, secondo gli standard di alcuni, erano gi vecchi. Omero aveva undici anni, quasi dodici. Vashti ne aveva tredici e Rossella quattordici. Ero a un passo dal matrimonio e Laurence e io amavamo parlare del nostro futuro, di quello che avremmo fatto di l a cinque o dieci anni. I miei pensieri del domani avevano sempre, inconsciamente, incluso i miei gatti. Non potevo immaginare la mia esistenza senza di loro. Avevano definito quasi tutta la mia vita da adulta. Sembrava che soltanto ieri fossero entrati nel mio mondo da cuccioli, ancora bisognosi delle cure della mamma.
Ma ora stavano invecchiando. Di l a poche settimane avrei sposato Laurence e avrei cominciato con lui una nuova vita, ma solo una brevissima parte di quella vita insieme avrebbe incluso tutti e tre i miei gatti.
Ben presto, non ne avrebbe incluso nessuno.
Lasciai l'ambulatorio e uscii in strada. Presi il cellulare e chiamai Laurence in ufficio. Mi ero ripromessa di assumere un tono di voce "scosso ma forte" per informarlo che non sapevo ancora nulla ma desideravo avere il suo conforto. Non appena sentii la sua voce all'altro capo del telefono, per, scoppiai in lacrime.
"Ti raggiungo subito", mi disse. Provai a riprendermi per convincerlo che non era necessario, me la sarei cavata. Ma lui aggiunse piano: "Gwen,  anche il mio gatto".
Il veterinario ci riconsegn Omero mezz'ora pi tardi con la promessa di chiamarci nel giro di ventiquattro ore con gli esiti degli esami. "Che cosa dovremmo fare nel frattempo?" gli chiese Laurence.
"Provate a fargli bere dell'acqua. E se dovesse mostrare qualche interesse per il cibo, lasciate che mangi ci che vuole e quanto ne vuole."
Laurence ci lasci a casa e torn in ufficio. Io rimasi accanto a Omero tutto il giorno; usc faticosamente dalla gabbia e croll a pochi passi di distanza, sul pavimento, esausto dopo quella mattinata massacrante. Pi tardi, nel pomeriggio, lo avvolsi in una vecchia coperta e lo portai sul balcone in modo che potesse dormire al sole. Era sempre stato il suo desiderio pi ardente uscire su quel balcone, come a volte facevano le sue sorelle, e io non glielo avevo mai permesso.
Quel giorno, tuttavia, c'erano scarse possibilit che mi scappasse dalle braccia.
Omero pareva del tutto inconsapevole della differenza fra dentro e fuori. Non annus neppure l'aria n fece ruotare le orecchie per cogliere i suoni del mondo che era sempre stato tanto curioso di esplorare. "Sei un bravissimo gatto, Omero", mormorai seduta accanto a lui mentre gli accarezzavo la testa. "Eres mucho, mucho gato."
Il telefono non smise di squillare per tutto il giorno. Laurence e i miei genitori chiamavano a intervalli di poche ore per sapere se c'erano novit. Il mio fidanzato doveva aver diffuso la notizia, perch chiamarono anche i suoi genitori e la sorella, come pure molti dei nostri amici, persino quelli che non avevano mai avuto un animale domestico in vita loro e che non mi sarei aspettata potessero interessarsi tanto della salute di un gatto. Ma con Omero era sempre stato cos; incontrarlo anche solo una volta significava prendere a cuore il suo benessere. Tutti si auguravano che quel piccolo, incontenibile diavoletto, quel gattino che aveva compiuto l'atto eroico e straordinario di riuscire a vivere una vita ordinaria, bruciasse un'altra delle nove vite che aveva cominciato a consumare da quando, appena nato, si era trovato a un soffio da una fine ingloriosa.
Il veterinario non fu mai in grado di determinare la causa precisa del malessere di Omero. Quando arrivarono i risultati degli esami la sola cosa che pot dirci fu che in effetti il fegato aveva subto dei lievi danni, il che avrebbe potuto essere l'origine della malattia oppure uno dei suoi effetti. Il medico mi chiese di tenerlo informato e di riportare Omero in ambulatorio la settimana successiva per una visita di controllo. A quel punto lo dichiar guarito.
E, in un certo senso, Omero si riprese completamente. Il giorno seguente gir un po' per casa mangiucchiando qualcosa e giocando con poco entusiasmo con una pallina di carta. Nel giro di tre giorni torn a mangiare come d'abitudine.
Il mio piccolino scorrazza allegramente per l'appartamento ancora oggi, ma non quanto usava fare e non con la stessa agilit. I suoi movimenti sono pi rigidi e ho cominciato ad aggiungere degli integratori alle pappe di tutti e tre, per mantenere le articolazioni flessibili. Dorme pi spesso e pi profondamente di prima e se si sveglia di soprassalto rimane di pessimo umore. Ama ancora sonnecchiare vicino a Rossella e Vashti ma a volte soffia se viene accidentalmente disturbato nel suo riposo, lui che era cos mansueto. Il pelo, in passato nero e lucente, oggi  spruzzato di grigio e gli  spuntato un baffo color argento. Non ha mai recuperato il peso perduto dopo la malattia e io e Laurence lo prendiamo in giro dicendo che "vuole fare il modello", ma la battuta in fondo non ci fa poi tanto ridere.
Forse il cambiamento pi eclatante  che non gioca pi con il suo verme di pezza. Ormai giace, abbandonato e cencioso, in un angolo dimenticato. Di tanto in tanto vado a prenderlo e provo a ripresentare Omero al suo migliore amico di un tempo, ma  come se un giorno lui avesse deciso che il verme appartenesse a un'epoca passata. L'epoca della sua giovinezza.
Eppure, nemmeno l'avanzare della vecchiaia riesce a smorzare del tutto la sua irrefrenabile euforia.  ancora disposto a tutto per un pezzetto di tacchino. Non ha ancora rinunciato al sogno di sconfiggere Rossella, e le tende ancora "agguati" in piena luce. Il gioco si svolge con minore velocit di prima, forse, ma con eguale vigore e lo sguardo dipinto sul muso di lei sembra dire: Non siamo troppo vecchi per questo? Omero passa intere giornate a inseguire il sole sul tappeto del soggiorno, facendo allegramente le fusa nel tepore di quella luce che non ha mai visto.
Pi di ogni altra cosa, ci che  rimasta immutata  la sua travolgente gioia mattutina, quando mi alzo dal letto e la sua giornata ha inizio. Passa ancora dieci minuti buoni a strofinare vigorosamente il muso contro la mia faccia, fa ancora le fusa con la stessa melodiosa intensit di quel primo giorno quando, da cucciolo, aveva capito che saremmo rimasti insieme.
Con l'et, forse, Omero si  reso conto che - come sostiene orgogliosamente Laurence - ogni giorno passato sulla Terra assieme alle persone che ami  un dono del cielo.
...
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...
24. Cari lettori, l'ho sposato!
...
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...
Voi, restandovi qui, serbate in gioia
quelle, che uniste a voi, vergini spose,
e i dolci figli che ne aveste: i numi
v'ornin d'ogni virt, n possa mai
i d vostri turbar pubblico danno.
...
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...
Io e Laurence ci sposammo in settembre, nell'attico di un palazzo del centro che offriva una vista mozzafiato dello skyline di Manhattan di notte. La scelta si addiceva alla perfezione a uno sposo innamoratissimo di New York qual era Laurence, e rispecchiava tutte le cose meravigliose che erano entrate a far parte della mia vita da quando mi ci ero trasferita, quasi otto anni prima.
Decidemmo di risparmiarci molte delle formalit legate di solito al matrimonio. La lista degli invitati fu scrupolosamente ridotta (sebbene ci fosse una rappresentanza svedese piuttosto nutrita). Scelsi un abito da sera vintage degli anni Quaranta, con spalle ampie e vita stretta, invece del classico vestito bianco. Si ball molto, ma non ci furono n una cena pantagruelica n fiori lungo la navata, anzi, non ci fu nemmeno la navata. Optammo per un rinfresco molto informale.
A met della serata, radunammo amici e parenti, sfoderammo una chuppah(il baldacchino sotto il quale si celebrano i matrimoni ebraici), chiedemmo al rabbino di raggiungerci e ci sposammo. Sull'anello che infilai al dito di Laurence era inciso un versetto del Cantico dei Cantici: "Io sono del mio diletto e il mio diletto  mio". Quando ci baciammo per la prima volta da marito e moglie al termine della cerimonia part una canzone di Stevie Wonder e a quel punto Andrea e Steve, che ci avevano fatti conoscere, presentarono agli invitati il signore e la signora Lerman. Poi ricominciarono le danze.
Prima del matrimonio ci eravamo divertiti a immaginare quali ruoli avremmo assegnato ai nostri gatti se fosse stato possibile farli partecipare alla cerimonia. Vashti, in tutto lo splendore del suo naturale bianco nuziale, avrebbe portato gli anelli. E di certo avremmo affidato a Omero e Rossella ruoli altrettanto importanti. Era soltanto una sciocchezza, ovviamente, eppure... ci parve strano sposarci senza di loro. In un modo o nell'altro avevano influenzato e preso parte a tutti, o quasi, gli eventi fondamentali della mia vita negli ultimi quattordici anni. Non fosse stato per Omero, forse non sarei mai giunta ad apprezzare il valore di un uomo come Laurence. Avrei in ogni caso amato il suo calore, il senso dell'umorismo e la vivacit della sua mente, ma forse non sarei riuscita a comprendere che quando si trova in un'altra persona una forza tale da non lasciare spazio al dubbio, si  trovata una roccia sulla quale poter costruire la propria vita.
Di recente va di moda disquisire sull'immaturit della mia generazione. Crescere, tuttavia, non significa necessariamente sposarsi, avere dei figli e accendere un mutuo. Crescere vuol dire imparare a essere responsabili degli altri e abbracciare le grandi gioie che quelle responsabilit possono portare. Omero mi ha insegnato che costruire la mia esistenza attorno a qualcuno diverso da me e farmi carico della vita di un altro  una delle differenze pi gratificanti fra l'essere ragazzi e l'essere adulti.
Prendersi cura di un animale con esigenze speciali significa vivere come funamboli. Da un lato, non ci si stanca mai di gridare al mondo che la nostra piccola creatura  normale e in grado di fare ci che fanno tutti quanti. Non ha bisogno di aiuto, grazie. Eppure non si perde mai di vista l'assoluta straordinariet, quanto quella lotta per essere "proprio come tutti gli altri" sia stata difficile, significativa e gratificante.
Forse  proprio vero che Omero non  pi speciale di qualunque altro gatto. Ma all'interno della cerchia di persone che ha conosciuto, questo micetto che nessuno voleva, che nessuno, a eccezione di una giovane veterinaria idealista, credeva avrebbe potuto vivere una vita soddisfacente,  stata la fonte di piccoli miracoli, di immensa gioia, e ha rappresentato un esempio concreto della pi grande delle verit: nessuno pu dirti quale sia il tuo potenziale.
Prima di adottarlo ero certa che la mia vita fosse destinata a correre su binari predefiniti, che la carriera, i rapporti sentimentali e gli obiettivi che mi ero prefissa sarebbero sempre stati fuori dalla mia portata. Eppure eccomi qui: autrice di un romanzo, moglie dell'uomo pi straordinario che abbia mai conosciuto. La sola cosa che sapevo del nostro futuro era che avremmo potuto modellarlo come desideravamo.
Sebbene avessimo rinunciato agli orpelli tipici di un matrimonio, Laurence e io optammo per una cerimonia all'insegna della tradizione. Ci piaceva l'idea di dire e sentire le stesse parole che avevano detto e sentito i nostri nonni e bisnonni, e altre coppie di sposi decine di generazioni prima di noi.
Poi proponemmo un brindisi. Io parlai della straordinaria arguzia e intelligenza di Laurence, della forza che non credevo possibile trovare in una persona. "Rido ogni giorno", dissi. "E per me  un miracolo quotidiano che l'uomo pi meraviglioso che abbia mai incontrato ricambi ilmio amore."
"Lasciate che vi dica una cosa sulla qui presente signora Lerman", annunci mio marito quando venne il suo turno. Parl di intelligenza e bellezza, di passione e sensibilit. "Gwen  la persona pi appassionata che io abbia mai incontrato, e anche la pi razionale", disse. "Ha la passione di essere razionale. Non avevo la pi pallida idea che questo fosse possibile!"
A proposito di razionalit... dopo anni di organizzazione di eventi, per quel giorno avevo orchestrato tutto nei minimi dettagli (con tanto di "scaletta" inviata in anticipo agli invitati). Ma ci fu una sorpresa per me quella sera.
Dopo aver concluso il brindisi, Laurence chiam Alex e Zachary, i suoi nipotini, e Allison, la figlia del cugino. Poi and a prendere tre enormi poster da un angolo nascosto e li distribu ai bambini. "Ho bisogno di un po' di assistenza per questa cosa", disse loro. "Potete darmi una mano?"
Ovviamente i piccoli erano stati preparati in precedenza. I loro faccini non riuscivano a trattenere grandi sorrisi di eccitazione mentre prendevano possesso di un poster ciascuno.
"Ci sono tre 'persone' che non hanno potuto essere qui stasera. Tecnicamente, non sono state invitate. Quelli che mi conoscono non riescono a credere che io viva con tre gatti. Ma  cos, e questa festa non sarebbe del tutto riuscita se loro non ne facessero parte. Quindi concedetemi il grande piacere di presentarvi ufficialmente... Vashti Cooper-Lerman!"
Allison alz un enorme poster di Vashti che rivolgeva all'obiettivo uno sguardo adorante, uno sguardo che di certo era riservato all'uomo che le aveva scattato quella foto.
"Ci sono tre cose che dovete sapere di questa gatta", disse Laurence. "Uno, Vashti  bellissima. Due, Vashti sa di essere bellissima. Tre, Vashti sa che voi sapete che  bellissima."
La gente rise, ma nessuno pi di me.
"Poi", prosegu mio marito, "per la prima volta nella storia, ecco a voi... Rossella Cooper-Lerman!"
Alex alz il poster di Rossella. Nella foto, la mia miciona era sdraiata su un fianco, la testa sollevata mentre guardava, con aria alquanto regale, verso l'orizzonte.
"Ho vissuto con questa gatta per tre anni", disse Laurence, "e la settimana scorsa mi ha permesso di toccarla per la prima volta."
Povera Rossella! Destinata a rimanere un'eterna incompresa.
"E ultimo, ma non per importanza, la star della famiglia, il nostro piccolo eroe e di certo il gatto pi cool della citt... Omero Cooper-Lerman!"
Zachary mostr una foto gigante di Omero che annusava incuriosito l'obiettivo della macchina fotografica. "Ed  cieco!" annunci il ragazzino con grande orgoglio. " cieco e riesce ad andare in giro e a fare tutto il resto!"
La folla ridacchi divertita fra applausi e acclamazioni. Fu la prima standing ovation ufficiale per Omero.
"Ecco un gatto che sa come stare al mondo", disse Laurence. "Ha tutto un universo chiuso nella testolina e si capisce a prima vista che ogni giorno  per lui una grande avventura. Vorrei soltanto poter vedere ci che quel gatto sente."
Era la prima volta che qualcun altro descriveva Omero in mia presenza, la prima volta che non ero io a spiegare chi fosse o a rispondere a domande sul suo conto. Ma se quella sera mi avessero chiesto: "Che cosa vuol dire che non ha occhi? Come fa a muoversi? Come pu vivere cos?" la mia risposta sarebbe stata diversa e infinitamente pi semplice di quelle che davo di solito.
Io sono gli occhi di Omero. E lui  il mio cuore. E alla fine noi due avevamo trovato un'altra persona il cui animo era abbastanza grande da accoglierci entrambi.
...
.
...
Fine.